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Abele, la debolezza che affascina Dio

 

Eppure è figura di Cristo... questo personaggio che attraversa l'orizzonte biblico in modo rapidissimo, senza lasciare una sola parola, e al cui sangue, tuttavia, viene attribuita, nella Lettera agli Ebrei, una "voce eloquente". Il primo "debole" della storia ad attirare l'attenzione-predilezione di Dio, archetipo di tutte le fragilità che Lui sceglie ed ama.


Abele compare ed esce dalla scena biblica in silenzio. Il suo nome, letteralmente tradotto come "soffio", "vanità", ci parla di una presenza quasi insignificante, assolutamente in secondo piano rispetto a quella del fratello, Caino. Abele è il figlio minore, accolto da Eva senza particolare entusiasmo. Vive di pastorizia, costretto a spostarsi e migrare continuamente, senza stabilità né sicurezza.

Nell'ambito delle relazioni umane di "fraternità", sulle quali il redattore sta qui riflettendo, Abele incarna certamente la fetta di umanità debole, quella che sia nell'ambito familiare che sociale non ha ricevuto sufficiente attenzione, quasi privata di una adeguata dignità. Adamo ed Eva non esultano per la sua nascita come era stato, invece, per Caino, né si curano di lui in seguito. Il fratello, percependolo come intruso e nemico, instaura con lui una relazione di rivalità e gelosia. Il suo mestiere di pastore, lungi dal dargli la sicurezza di una terra da coltivare, come per Caino, lo costringe al cambiamento continuo, alla condivisione della vita con il gregge. Tutte combinazioni esistenziali convergenti verso una condizione difficilmente positiva.


Abele è, dunque, figura di tutti coloro che la vita penalizza in qualche modo, le innumerevoli vittime che la storia conosce, gli ultimi che non hanno voce per poter risuonare negli orecchi del mondo.
Non solo, stringendo l'obiettivo verso l'individuale, in Abele rintracciamo anche la parte di noi stessi più fragile, quella "zona d'ombra" della nostra debolezza, quel luogo interiore di maggiore vulnerabilità che racchiude tutta la nostra insicurezza, il migrare continuo dei nostri passi.
Abele è il nostro silenzio, lunghi spazi nei quali non abbiamo parole, non abbiamo forza, sembriamo poco importanti. Abele è in quei frangenti di vita che percepiamo esattamente come "soffio": habel habalim hakkol habel ("vanità delle vanità, tutto è vanità" Qoelet 1,2).
A livello relazionale, poi, Abele è anche piccolezza davanti alla prepotenza, mansuetudine davanti all'ingiustizia, pace davanti alla violenza.


Inizia con lui la lunga serie di predilezioni di Dio per ogni debole ed il suo guardare con tenerezza ad ogni fragilità che è nell'uomo, attratto irresistibilmente dai "figli minori" della storia: Giacobbe invece di Esaù, Giuseppe e Davide invece dei loro fratelli...fino a Gesù di Nazareth, il cui sangue versato sull'ultimo e meno degno dei patiboli, è paragonato proprio a quello di Abele che grida dalla terra. Quella che potrebbe sembrare ai nostri occhi una preferenza ingiusta, urtando contro la nostra percezione di rettitudine ed uguaglianza, diventa, invece, il criterio di scelta di Dio. L'oggetto della sua attenzione è irriducibilmente chi è seduto all'ultimo posto. E se da un lato sollecita tutte le energie raccolte nella "forza", come era stato per Caino al quale aveva rivolto l'invito di dominare il proprio peccato, dall'altro non può non prendersi cura della "debolezza".

Non vi pare che faccia ugualmente con ciascuno di noi? Le nostre risorse ci chiede di investirle e sfruttarle al massimo, come talenti da moltiplicare, le nostre fragilità le sceglie come luoghi di manifestazione della sua vicinanza e misericordia, rendendole santuari della sua presenza nella nostra vita.


La Scrittura è costellata di personaggi "piccoli" che diventano "grandi", di eserciti assolutamente esigui e sprovvisti che sconfiggono truppe numerose ed equipaggiate, di uomini sofferenti e sfortunati che trovano in Dio la vittoria sulle proprie morti. Dunque il messaggio per noi è "forte e chiaro": se tu sei di quelli che la vita ha messo al "secondo posto" (se non all'ultimo) sappi che la tua posizione è del tutto privilegiata, tu hai una forza in più, quella di Dio che tu attrai irresistibilmente con la tua fragilità, e con il tuo piccolo esercito puoi ottenere grandi vittorie. Il tuo essere "soffio" come Abele va semplicemente esposto alla luce ed allo sguardo caldo di Dio, poggiato su un altare, accettato nella sua verità e realtà, quindi offerto e riconciliato. Se, invece, sei di quelli che la vita ha favorito un po' di più, allora ricordati di come è fatto il cuore di Dio ed inclina anche il tuo verso il debole, scendi anche tu verso l'ultimo posto e fatti solidale, condividi la tua forza con chi ne ha meno, sii custode di tuo fratello. 

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Ultima modifica ilLunedì, 02 Dicembre 2013 13:31
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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