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Amico, prestami 3 pani

Domenica 28 Luglio

Luca 11,1-13

Gesù disse «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: "Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli"; e se quello dall'interno gli risponde: "Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani", vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

La parabola racconta un piccolo dramma: il dramma di mezzanotte, per l'appunto. E' il dramma della "catena dell'amicizia", per molti aspetti il dramma della nostra vita. Nella parabola che Gesù narra si intrecciano i destini di tre amici: l'amico venuto in visita a un'ora inconsueta, l'amico che sta già riposando con i propri figli e "l'amico importuno" che va a svegliare l'amico dormiente nel cuore della notte, la qual cosa è molto sconveniente. Ma chi è questo "maleducato"? E' il vero protagonista della storia che è messo alle strette due volte: una prima volta quando deve affrontare il disagio di trovarsi senza niente, neppure tre pani, per nutrire l'amico venuto da lontano e che forse non vedeva chissà da quanto tempo. Come poteva non offrirgli niente e lasciarlo andare a dormire a stomaco vuoto? Il secondo grave imbarazzo è quello di dover svegliare un altro amico, che, vista l'ora tarda (mezzanotte) è già a letto con la sua famiglia. Nelle abitazioni, dell'epoca di Gesù, si dormiva per terra sulle stuoie, e si occupava il pavimento dell'ambiente di ingresso, che fungeva normalmente anche da camera da letto. "L'amico importuno" sa bene che ci sono dei bimbi già addormentati, che di certo potrebbero svegliarsi e piangere; eppure rischia, bussa e bussa più volte alla porta, per farsi sentire, pur sapendo che agli occhi del suo amico diventa sfacciato, impertinente e insopportabile. Con quale "faccia tosta" può azzardare questa richiesta notturna? Evidentemente, lo fa perché crede nella bontà e disponibilità dell'amico padre di famiglia, ed è sicuro di ottenere quanto gli necessita. È un "amico importuno" certamente, ma sempre uno che conosce il significato dell'amicizia: «non è per sé che fa tutto quel chiasso, ma per l'amico affamato che attende. La sua è l'importunità dell'amore che non si rassegna al vuoto» (Cornelio Fabbro). L'amico alla fine cederà e gli darà i pani richiesti, se non altro per la sua ostinata insistenza. Immaginiamo che "l'amico importuno" sia chi bussa alle porte delle nostre comunità cristiane, direttamente o indirettamente, chiedendoci il pane della Parola di Dio o il pane della fraternità. Egli è colui che, bussando imprevedibilmente, mette a prova, sia i singoli sia l'intera comunità, e insidia le nostre rigide barriere, le nostre difese, le nostre chiusure, le nostre sicurezze e anche le nostre tradizioni. Quell'"amico importuno" è però colui che può cambiare la Chiesa e renderla più aperta al mondo, più capace di ascoltare la voce dello Spirito che soffia dove vuole. Quella dell'"amico importuno" costituisce pertanto un'immagine pregnante del rapporto tra la Chiesa e il mondo dei giorni nostri. Lasciarsi "importunare" dalle ragioni degli altri indica un segno radicale e altrettanto forte della novità, secondo lo stile di annuncio del vangelo. La Chiesa è chiamata a deporre paludamenti, difese, abitudini oltre che a mostrarsi meno assoluta, rigida, ripetitiva e "sclerotizzata". Nella vita della Chiesa oggi l'importuno è colui che tenta un approccio creativo, meno preoccupato dell'esteriorità e del formalismo. Se un gruppo o una comunità non si lasciasse scomodare "dall'amico importuno", se preferisse la propria ordinata organizzazione dei tempi e degli spazi, all'apertura generosa dell'altro, terrebbe il comportamento opposto a quello che Gesù attribuisce al personaggio. Una comunità, un movimento, un gruppo che magari tenta una qualche forma di accoglienza dell'altro, ma non cerca di vedere, sentire e cogliere le cose come lui le vede, è ancora l'amico che non ti apre la porta. Una Chiesa quindi che non sia disponibile a lasciarsi disturbare e perfino a lasciarsi mettere in questione dall'urgenza della carità e della comunione, a qualunque ora del giorno e della notte, non è la Chiesa di Cristo. Non c'è altro modo per fare della comunità ecclesiale un'icona vivente del Padre che dà lo Spirito, sorgente di quella vita e di quella gioia, che solo da Lui provengono. L'amico ritenuto di primo acchito "importuno", diventa paradossalmente il nostro compagno di viaggio, colui che ci conforta, ci guida e ci sostiene. Siamo disposti ad accogliere l'"amico importuno", come una benedizione o a considerarlo una sorta di guastafeste? Con questa parabola, Gesù ci esorta a diventare "amici importuni" presso il Padre celeste e a nutrire nei Suoi confronti una fiducia illimitata. Il compito del credente è "stancare Dio", prenderlo per sfinimento, colpirlo più volte ai fianchi con i nostri appelli. Lui stesso ci chiede di non stancarci nel chiedere, ma soprattutto di chiedere osando, di chiedere "l'impossibile": lo Spirito Santo. E' Gesù stesso a darci la chiave di lettura della parabola, con le parole: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». Anche se Dio conosce tutto ciò di cui abbiamo bisogno «vuole essere importunato dalle nostre preghiere perché cresca la nostra fede nella sua paternità e amicizia. Dio vuole che ci rendiamo conto che tutto viene da lui e quando ci sembra di non essere esauditi, la preghiera ci aiuta a credere nel piano di Dio per noi che supera le nostre umane vedute, e a sentire la sua presenza accanto a noi nella vita» (Carlo Maria Martini). Chiedere instancabilmente l'effusione dello Spirito significa decentrarsi da ciò che vogliamo costruire noi, a partire dagli idoli che ci siamo fabbricati (l'idolatria del fare e dell'efficienza), per passare da una dimensione puramente religiosa, a una dimensione di fede, che è accoglienza di ciò che fa Dio per noi, col suo dono d'Amore. Fede è credere: ma credere è fidarsi di un Dio fedele! In ebraico, fede si traduce con hemmunà "fiducia/fedeltà che a sua volta deriva dal verbo Aman: essere solido, stabile, sicuro. Ecco da dove viene la parola Amen, che tanto spesso ripetiamo nella liturgia, e che vuol dire: è vero, certo, è così, Tu o Dio sei fedele e io mi fido di te! Crediamo che Dio manterrà la promessa di darci lo Spirito Santo, che è Amore. Se siamo insistenti nella nostra richiesta non è per mancanza di fiducia, ma per rammentare sempre che l'amore, con le opere che ne conseguono, è prima di tutto effuso da Dio e non un nostro oggetto di conquista.

Ultima modifica ilLunedì, 16 Settembre 2013 14:29
  • Citazione: Lc 11,1-13
Don Umberto Cocconi

Assistente Spirituale dell' Università degli Studi di Parma
(sezione Campus).
Direttore del Collegio Giovanni XIII
Cappellano Volontario dell' Istituto Penitenziario di Parma
Presidente dell' Associazione Onlus San Cristoforo.

Sito web: www.cappellaunipr.it/



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