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'C'… come CURA

Un dizionario della lingua italiana alla voce cura reca la seguente definizione: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”; aggiunge poi i significati di riguardo, attenzione, impegno, zelo, diligenza, premura. Già questo approccio svela che, benché la parola sia di uso abbastanza corrente, anche qui ci troviamo di fronte ad uno slittamento di significato. Essa, infatti, ricorre prevalentemente per indicare qualcosa di specifico e circoscritto: la terapia adeguata o il luogo dove terapie specifiche vengono somministrate (come nelle espressioni ‘cure palliative’ o ‘casa di cura’); oppure la precauzione suggerita nell’utilizzare qualcosa di fragile (‘maneggiare con cura’); o ancora il fatto che la realizzazione di una certa opera è dovuta a qualcuno (‘a cura di’). Se ci interroghiamo invece su atteggiamenti diffusi attorno a noi ci troviamo piuttosto implicati nei campi semantici contrari: disinteresse, indifferenza, fregarsene, infischiarsene, trascurare.

Il “prendersi cura” costituisce una fondamentale attitudine della persona verso se stessa, l’altro e la realtà. E’ il filosofo Heidegger ad affermare che la capacità di “prendersi cura dell’esser-ci” proprio e altrui è ciò che definisce l’uomo, colui che si prende cura non solo di una singola esistenza, ma in generale delle varie cose che incontra interagendo con il mondo. Per il filosofo tedesco le dimensioni implicate in questa capacità sono quelle del pre-occuparsi e del proteggere: intendendo la prima non come una pervasiva esperienza di ansia ma come vera e propria decisione di “occuparsi anticipando” (decidere che cosa occuperà la nostra vita, il nostro tempo, le nostre energie).

La cura non è mai riconducibile ad atteggiamenti standardizzati: le circostanze che ci vengono incontro costituiscono delle opportunità per comprendere e agire. Esse ci interpellano nella nostra “responsabilità”, cioè nella nostra volontà di rispondere.

Tuttavia perché ciò accada è necessario in primo luogo riuscire a de-centrarsi per in-centrarsi sulla preziosità di ciò che sta di fronte: un io costantemente auto-centrato, tutto preso da sé o troppo pieno di sé, risulta totalmente incapace di aver cura di qualcuno o di qualcosa. Ma sono ugualmente indispensabili l’attenzione, il tempo, la simpatia, la comprensione, la fantasia. I ritmi sovente affannati della nostra vita ci rendono difficile entrare e rimanere in questa posizione. E l’abitudine al rapporto usa-e-getta con le cose rischia di plasmare un’attitudine di fondo ben diversa nei confronti di oggetti e persone.

Non si tratta dunque di caricarci di un dovere, ma di riscoprire una dimensione centrale del nostro essere in relazione, di cui abbiamo davvero bisogno se vogliamo restare umani. E’ un altro aspetto dell’immagine e somiglianza di Dio impressa in noi. E riposa sulla sicura fiducia che “ha cura di noi il Dio della salvezza” (Sal 68,20).

Ultima modifica ilMartedì, 11 Marzo 2014 23:06
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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