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Caino, il "fratello mancato"

         Se nel racconto di Adamo ed Eva il pensiero giudaico si interrogava sulla relazione uomo-donna, con la vicenda di Caino ed Abele l’attenzione si sposta, invece, sulle dinamiche che caratterizzano la relazione tra fratelli. Un rapporto ugualmente fondativo e costitutivo di ogni forma di socialità più o meno stretta.

Cosa accade nella vita di Caino? Dopo l’esperienza della propria unicità, si trova quasi “invaso” da una presenza che sembrerebbe rubargli spazio e valore, come solitamente accade per ogni figlio primogenito cui spetta il travaglio dell’accoglienza di un secondo figlio in arrivo. Nonostante Abele non sia caratterizzato da particolari significativi (anzi il suo nome tradotto letteralmente vorrebbe dire “vanità”, “soffio”, dunque qualcosa di molto fragile e debole), il suo solo esserci diventa per Caino motivo di conflitto. Insomma il sentimento primordiale che si impadronisce del suo cuore fino a soffocarlo non è altro che gelosia.

La riflessione di Israele nasce certamente dall’osservazione dei comuni denominatori delle relazioni nelle quali noi tutti esseri umani siamo quotidianamente coinvolti e che affrontiamo secondo criteri che, evidentemente, al tempo della redazione dell’Antico Testamento (nella sua elaborazione finale siamo in epoca persiana, intorno al 500 a.C.) non erano diversi dai nostri: ad esempio il percepire l’altro sostanzialmente come “nemico”, come presenza minacciosa che possa in qualche modo ferire o turbare la positività del nostro vivere, o toglierci spazio, tempo, persone che vorremmo per noi. Non solo, a questo si aggiunge l’impatto con situazioni che non sempre ci sono favorevoli o che privilegiano altri al nostro posto, come può ovviamente accadere.

Tutto ciò Israele lo raccoglie nel cuore di Caino, il quale viene posto davanti all’irruzione di un fratello percepito come “invasore” e alla conseguente rivalità con lui che riceve, senza un particolare motivo manifesto, la preferenza da parte di Dio. Qui la vita si presenta a Caino come fondamentalmente ingiusta, o almeno così è da lui percepita. Ed ecco l’esplodere della sua radicale gelosia, che era lì, “accovacciata alla sua porta” (Gn 4,7) dice il testo, perché cresciuta man mano nel corso della sua storia personale e familiare.

Il primo invito ad una risoluzione interiore del problema giunge a Caino dalla sollecitazione di Dio a dominare quel peccato, a non ostinarsi nel mantenersi “irritato e col volto abbattuto” (Gn 4,6), quanto piuttosto a gestire\reagire a testa alta, con la dignità propria dell’uomo adulto.

Ma Caino non ci riesce. Chiude il dialogo con Dio e con Abele e compie il più violento dei gesti verso il fratello. Ma perché? Credo che una delle motivazioni risieda, stando a ciò che il testo lascia intravvedere, proprio in quell’espressione posta sulla bocca di Caino subito dopo: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4,9). Infatti non poteva essere esattamente questa la soluzione della gelosia che lo soffocava fino a costringerlo al gesto estremo di eliminare l’altro? Se invece di percepirlo come un “nemico” lo avesse accolto da fratello, sentendosi e facendosi propriamente “suo custode”, non avrebbe riempito il proprio cuore di tenerezza verso il debole piuttosto che di rabbia?

La buona notizia che la Scrittura può darci in questo passaggio (e riconosco che è come prendere solo una goccia da un oceano immenso) è la potenziale positività di ogni relazione col fratello a partire da una guarigione del nostro cuore, e mi affido nuovamente alla cara Etty per sintetizzare e concludere:

“Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. La cosa era più difficile quando si trattava di un paesaggio intero, ma il sentimento era identico. Ero troppo sensuale, vorrei dire quasi troppo ‘possessiva’: provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere. E’ per questo che sentivo sempre quel doloroso insaziabile desiderio, quella nostalgia per un qualcosa che mi appariva irragiungibile… Ma quella sera, solo pochi giorni fa, ho reagito diversamente. Ho accettato con gioia la bellezza di questo mondo di Dio, malgrado tutto. Ho goduto altrettanto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo, ma in modo per così dire ‘oggettivo’. Non volevo più ‘possederlo’… Mille catene sono state spezzate, respiro di nuovo liberamente, mi sento in forze e mi guardo intorno con occhi raggianti. E ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera, ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa.”

 

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Ultima modifica ilDomenica, 24 Novembre 2013 19:12
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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