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L'Obbedienza

Sono passati quasi 50 anni da quando Don Lorenzo Milani, intervenendo con la passione e la lucidità che gli erano consuete nel dibattito sul diritto all’obiezione di coscienza, formulò lo slogan “l’obbedienza non è più una virtù”.

L’affermazione era pertinente e precisa in quel contesto: si trattava infatti di rivendicare la capacità della coscienza di giudicare rettamente l’immoralità di azioni comandate o di rifiutarsi all’uso delle armi; ma, come molte espressioni ridotte a slogan, ha corso il rischio di diventare espressione di un’epoca e della sua polemica antiautoritaria.

Come stanno le cose oggi? Ha senso parlare di obbedienza come virtù, quindi come valore umanamente significativo per tutti e non soltanto come uno dei voti cui si impegnano i religiosi?

Cominciamo con un po’ di pulizia nei termini.

Il concetto di obbedienza tende a richiamarne alla nostra mente altri: quello di dipendenza (e allora può farci pensare all’incapacità di assumersi personalmente il rischio e la responsabilità delle decisioni); quello di obbligo (e sappiamo bene quanto siamo affezionati al mito dell’autodeterminazione ad ogni costo!); quello di consuetudine (e qui viene in causa la crisi della tradizione, letteralmente disintegrata dalla vertiginosa accelerazione del cambiamento). In tutti e questi sensi, diciamocelo con franchezza, l’idea stessa di obbedienza ci piace poco. Se poi vogliamo aggiungere un’altra considerazione, l’ambito dell’educazione, in cui l’obbedienza veniva presentata come valore, richiesta e insegnata, sotto l’urto del linguaggio e dei concetti delle scienze umane ne ha quasi perso il ricordo… chi direbbe oggi di un bambino che “non è obbediente”? Non parliamo forse più facilmente di deficit dell’attenzione?

Eppure non si può proprio dire che non obbediamo a nessuno: ci sono molti modi informali di obbedire. Per esempio, siamo continuamente in cerca di ricett”: per mangiare in modo sano, per dimagrire, per raggiungere l’intesa sessuale, per comunicare con efficacia… sembra che tutte queste abilità possano risolversi in prontuari di regole cui obbedire.

Nel contempo, si può però dire che abbiamo disimparato pressoché totalmente l’obbedienza ad un ordine oggettivo del reale: ne è testimone la fatica che facciamo di fronte ad eventi “non prevedibili né evitabili” (un cataclisma o l’ineluttabile evolversi di una malattia); o, ancora, la non accettazione delle leggi di natura (pensiamo a quanto avviene per es. nella procreazione, con il tentativo ad oltranza di realizzare “l’impossibile e impensabile” pur di non sottostare ad alcun limite). Viviamo la tendenza a ricondurre tutto alla decisione personale, nell’illusione che si possa scegliere tutto.

Possiamo tornare all’obbedienza per tentarne una prima definizione: l’obbedienza è la virtù che modera l’autosufficienza. Non a caso la tentazione del primo uomo è “conoscerai il bene e il male”, cioè “sarai tutto, saprai tutto, potrai tutto, uscirai da tutti i tuoi limiti”. E ugualmente, non a caso tutta la tradizione monastica ha sempre collegato l’obbedienza con l’umiltà.

Moderare l’autosufficienza significa fondamentalmente sentirsi parte. La parola obbedire viene dal latino ob-audio, che vuol dire do ascolto, cioè prendo sul serio ciò che mi viene detto. Nelle relazioni il modo fondamentale per superare l’autosufficienza è stare davvero in ascolto, uscire dal proprio monologo, non presumersi arbitro unico della verità. Come è suggerito dal termine greco, c’è nell’obbedire una dimensione di docilità, ma anche di persuasione, ovvero di capacità di convincersi reciprocamente e di disponibilità a lasciarsi convincere.

Altra dimensione importante: colui che obbedisce si affida. Una cosa è obbedire alla legge (l’obbedienza impersonale), altra cosa è obbedire a persone, con cui ci si sente parte e alle quali ci si affida. L’obbedienza fra persone implica fiducia e disponibilità ad affidarsi. Nel lasciarsi guidare c’è una grande virtù umana che abbiamo sempre meno: la capacità di riconoscere ciò che è davvero grande, buono e bello e degno di essere imitato. L’appiattimento delle differenze individuali e, insieme, il sovraccarico di stimoli cui siamo soggetti tendono a farci perdere questa capacità: riconosciamo ciò che è rumoroso, insistente, ossessivo; riconosciamo l’ingombrante, non il grande… e forse siamo sempre meno capaci di discernere il valore.

Qui vanno sottolineati due aspetti che l’esperienza cristiana ha sempre valorizzato: per crescere è opportuno lasciarsi guidare, uscire dal proprio “autismo” stabilendo un confronto con l’esterno; l’obbedienza come partecipazione ad una comunità implica anche un aspetto di rinuncia, di distacco da sé, nella scoperta che la crescita della comunità significa anche una autentica valorizzazione della persona.

E’ possibile parlare di obbedienza in rapporto a Dio: il culmine dell’obbedienza non è l’essere soggetti, ma l’affidarsi. Dio non ci chiede in primo luogo obbedienza, ma ce la mostra in se stesso. Per trovare la radice dell’obbedienza dobbiamo rivolgere lo sguardo al Dio che si è rivelato in Cristo. Il Dio infinito e senza limiti, dopo averla creata, ha voluto obbedire alla nostra libertà, ne ha fatto il suo proprio limite e ne ha accettato fino in fondo le conseguenze: è questo, come ci ricorda s.Paolo, il cammino di “Cristo Gesù che si è fatto obbediente fino alla morte… per questo Dio l’ha esaltato”.

Ultima modifica ilMartedì, 31 Dicembre 2013 12:05
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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