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Eva, "la madre"

Accanto ad Adamo, nella lettura esistenziale che la Genesi fa della condizione umana,  compare una figura femminile estremamente interessante: Eva.

Nominata nei modi più vari, resta segnata nell’immaginario collettivo da sfumature cronicamente negative. Eppure anche in lei, come in Adamo, la Scrittura ci pone davanti ad uno specchio in cui non possiamo che riconoscere i tratti del nostro stesso volto. Ovviamente, mi ripeto, non abbiamo sotto gli occhi né una storia né una cronologia di fatti, ma la presentazione di una verità dalle molteplici sfaccettature che riguarda l’uomo nel suo essere profondo e reale. Israele osservava le dinamiche umane, se ne domandava il perché e rispondeva con racconti evidentemente mitologici il cui nucleo fondamentale parlava dell’uomo all’uomo.

Eva potrebbe, dunque, dire qualcosa della donna alla donna. In particolare, per quanto mi riguarda, trovo assolutamente vero ed affascinante un frammento in cui è messa sulla bocca di Dio un’espressione apparentemente “punitiva” rivolta proprio a lei:

“Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze,

con dolore partorirai figli.” (Gn 3,16)

La donna viene qui segnata nel suo essere madre, cioè nella sua identità più profonda, qualcosa che caratterizza lei, e solo lei, in modo a dir poco viscerale. La donna sa che dal suo esser madre dipende la vita, propria e degli altri, percependo questo (consapevolmente o meno) come senso ultimo della sua esistenza, del suo esserci qui ed ora. Se venisse a mancare una forma di maternità, di “generazione”, carnale o spirituale che sia, potrebbe prendere il sopravvento una sorta di frustrazione, per l’impossibilità della donna di essere ciò che è radicalmente, geneticamente.

Eppure la maternità, evento di gioia, viene associata nella Bibbia, a partire dalla nostra Eva, alla sofferenza. Il partorire diventa dolore.

Credo si possa risalire, anche in questo caso, ad una condizione esistenziale della donna molto più ampia rispetto alla realtà del parto naturale fisico. Tutto il suo tragitto umano, infatti, è segnato da una costellazione di “parti” nei quali ella è chiamata a “generare” nel travaglio. La vita per lei è un interminabile partorire, un continuo portare l’altro dentro di sé, nel proprio spazio accogliente, per poi lasciarlo andare, “darlo alla luce”. Una costante tensione tra possesso e libertà, tra custodire e restituire.

A questo la donna si allena nel tempo, maturando nella capacità di partorire, crescendo nella maternità e diventando addirittura madre di sé stessa nella sua adultità. E pian piano il suo cuore, anzi il suo grembo si allarga, il dolore crea spazio ed è lì che la donna può farsi “capacità” vastissima.

Ho ritrovato tutto questo descritto assai bene in una pagina della cara Etty Hillesum, che desidero riportare per intero nella sua bellezza e verità:

“Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno d’aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di ‘sfasciarmi’ sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a guardare in faccia il ‘dolore’ dell’umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l’assurdità completa ha ceduto il posto a un po’ più d’ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. E’ stata un’altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più.

Ho scritto che mi sono confrontata col ‘dolore dell’Umanità’ (questi paroloni mi fanno ancora paura), ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire.

E’ vera, dunque, l’osservazione di Israele, raccolta nella figura di Eva, di un "dolore viscerale" che accompagna la vita della donna più di quella dell’uomo, ma possiamo (e dobbiamo) non pensare a questa condizione come ad una condanna, bensì come un’occasione privilegiata di “maternità” ampia: consentire che in noi si crei uno spazio largo di accoglienza che ci renda solidali, presenti, responsabili. Una donna così è realmente bellissima e diffonde attorno a sé tutta l’abbondanza di questa bellezza, dolcemente.

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Ultima modifica ilLunedì, 18 Novembre 2013 14:36
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.

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