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'F'… come FERIA e FESTA

Due parole non certo in disuso, che tuttavia possono svelarci qualcosa del nostro rapporto con il tempo.

La prima deriva dal termine “feriae”, che fin dal Medioevo indicava, nel calendario ecclesiastico, i giorni dedicati alla memoria di un santo in opposizione alla domenica, giorno del Signore; è divenuta così sinonimo di giorno non festivo, appunto feriale, e tale significato mantiene nel parlare corrente. E’ rimasta però una traccia del primitivo senso di “festa di un santo” nel plurale ferie come giorni di riposo che spettano ad un lavoratore (è senz’altro il significato più usuale e attraente!).

Il secondo termine viene dal plurale della parola “festum”, che indica una solennità religiosa o civile celebrata da una intera comunità umana. “La festa – ci dicono gli antropologi – fa parte dell’attività rituale e ludica propria dell’uomo: corrisponde a un periodo di intensificazione della vita collettiva e dell’esperienza del sacro, in cui il gruppo rinuncia alla sua attività normale, produttiva, per affermare un valore altro”.

Mantengono ancora un significato esistenziale per noi queste parole? Quale rapporto con il tempo si realizza nella nostra cultura? Il tempo tende a diventare uniforme: è sempre più arduo percepire e vivere precise differenze qualitative fra momenti che abbiano una loro fisionomia specifica.

L’attitudine scientifica e la diffusione degli orologi hanno modificato il comune sentimento del tempo come fluire di processi vitali: tale sentimento sopravvive ormai solo in contesti caratterizzati da un contatto più diretto con la natura; sempre più il tempo ci appare come qualcosa di oggettivo, il susseguirsi di durate sempre uguali.

Si è poi consolidata l’esperienza del tempo come compito produttivo, che esige una contabilità accurata, e si è creata la nuova categoria del “tempo libero” nel senso di “non occupato dal lavoro”.

Oggi, di fronte alla possibilità reale che si possa lavorare sempre e ci si possa riposare sempre, circondati da opportunità ininterrotte di acquisto e di servizi, viviamo il rapporto con il tempo in modo sempre più individualistico: ciascuno si sente padrone del proprio tempo, salvo poi vivere di fatto rincorrendolo. E nascono nuovi paradossi: il lavoro diventa per molti tempo di una quasi forzata immobilità, mentre il riposo si riempie di attività e movimento frenetico; il giorno festivo è l’occasione per una corsa collettiva agli acquisti negli ipermercati (attività commerciale, quindi “feriale” per eccellenza).

E’ reale il rischio (anche per noi cristiani) che nel fluire anonimo dei giorni e delle ore si eclissi il senso della festa, punto in cui “si congiungono cielo e terra”. La festa affonda le sue radici nella relazione con Colui che precede il tempo e lo fonda e lo redime. Siamo ancora capaci di fermarci per fare festa insieme, “da figli che sanno di esserlo”? Ci interpella l’ironico rimprovero di Nietzsche: “… bisognerebbe che cantassero di più, che avessero più l’aria di gente salvata”. Siamo disposti a interrompere la routine quotidiana per annunciare e celebrare, con creatività e leggerezza, l’irruzione nel nostro tempo del Dio che si è fatto uomo e morendo ha sconfitto la morte?

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Ultima modifica ilLunedì, 17 Marzo 2014 14:35
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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