banner header
Log in

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco - PARTE IV

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco PARTE 4

 Segue da -PARTE III -PARTE II -PARTE I

 

L'ultimo testo racconta una specie di parabola che però si aggancia e rinvia ad una situazione esistenziale vissuta effettivamente dal Santo verso la fine della sua vita. Il testo è costruito sulla struttura dell'ammonizione 13, quella con cui abbiamo aperto questo itinerario.

La vera letizia è raggiungibile solo quando l'uomo possiede con pienezza la vera pazienza e umiltà, quando cioè ha trasformato la sua anima liberandola da ogni atteggiamento di possesso e arroganza. Ed è per questo che non potrà mai essere nella vera letizia fino a quando Francesco sarà un dominante vittorioso, come è raccontato nella prima parte della parabola. La validità di quanto nato da lui è confermata a tre successivi livelli: i grandi della terra (vescovi, maestri di università e principi) entrano nel "suo" Ordine, i "suoi" frati vanno tra gli infedeli e li convertono, lui stesso compie prodigi e meraviglie. La struttura narrativa è a forma di imbuto: tutto il mondo, i miei frati, "io", un ordine nel quale tutto conduce alla sua persona quale principio positivo da cui è nato un grande albero pieno di frutti. E Francesco poteva considerarsi a buon diritto pienamente "soddisfatto" e "gratificato" del lavoro fatto e confermato dal successo della sua opera. Eppure, conclude Francesco: "Scrivi frate Leone, qui non vi è la perfetta letizia", perché, sembrerebbe subito dopo aggiungere il Santo, "tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene e in esse non ti puoi glorificare per niente". Per Francesco questi risultati di grande successo non solo non possono essere considerate fonti di vera letizia, ma costituiscono situazioni di grave rischio. L'imporsi della fama dell'Ordine in tutto l'Occidente cristiano, l'efficacia missionaria dei suoi numerosi frati, la santità ormai da tutti riconosciuta della sua persona potevano forse diventare per Francesco degli impedimenti sia per conoscere fino in fondo la verità profonda della sua persona, sia per percorrere in pienezza la via del Vangelo. Una domanda si ergeva di fronte a questa gloria del "suo" Ordine: i sentimenti di pazienza e umiltà vissuti dal Francesco vincitore erano frutto di una vera "virtù", cioè, di una sua adesione al mistero di Cristo o nascevano dal piacere soddisfatto dei risultati? Inoltre il Francesco riconosciuto e acclamato non rischiava di rientrare in quella autocentratura del cavaliere vincitore o del proprietario arrogante, con la conseguenza di vivere di sé e per sé e non più come dono gratuito e misericordioso?

I risultati raccontati da Francesco potevano essere considerati "letizia", ma non "vera e perfetta letizia". Essi erano legati al mistero di Cristo quale fonte di letizia, ma non era sicuro che in lui si trovasse il "vero e perfetto", unico motivo di letizia. Al contrario, le gravi difficoltà sorte alla fine della vita tra Francesco e i suoi frati, quelle a cui rinvia Francesco nel racconto della seconda parte, erano più preziose e importanti dei grandi risultati, perché solo in esse Francesco trovava una "vera e perfetta" opportunità di verità e di rinnovamento della vita. La seconda parte della parabola racconta proprio questa dinamica di vita che passa attraverso la contraddizione e la fragilità della condizione umana.

«Ma quale è la vera letizia?».
«Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all'estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d'acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: «Chi è?». Io rispondo: «Frate Francesco». E quegli dice: «Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai». E poiché io insisto ancora, l'altro risponde: «Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te». E io sempre resto davanti alla porta e dico: «Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte». E quegli risponde: «Non lo farò. Vattene al luogo dei crociferi e chiedi là».
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell'anima».

Al Francesco cavaliere e proprietario viene sostituito un Francesco dominato da una doppia fragilità: quella di essere pellegrino e di diventare poi forestiero.
In quella notte di inverno, tornando da Perugia al convento della Porziuncola, Francesco sperimenta con brutale evidenza e per l'ennesima volta la fatica della fragilità fisica. Come gli altri poveri e pellegrini, in quel tragitto di 15 km era stato sopraffatto dall'urgenza dei bisogni primari: la fame, il freddo e la stanchezza. Ed è difficile per un pellegrino vivere nella letizia e resistere a lungo quando entra in balia di quelle fragilità che pretendono subito di essere soddisfatte. Tuttavia, contrariamente a molti altri poveri, Francesco in quelle difficoltà aveva una certezza che sosteneva il suo cammino e lo rendeva meno penoso: quando arrivo al convento sarò "soddisfatto" in tutti i miei bisogni fisici insieme ad una calda e gioiosa accoglienza dei "miei" frati. Torno a casa e smetto di essere un pellegrino! Gli avvenimenti però lo sorprendono e lo obbligano non solo a restare pellegrino ma a diventare anche forestiero. Ciò che lo stava aspettando avrebbe aggiunto alla sofferenza del corpo il travaglio dell'anima, chiedendo al Santo di verificare quale fosse la verità del suo cuore ed abbracciare di nuovo la vita vera del vangelo.
Nel dialogo tra Francesco e il frate portinaio vi è una sorta di crescente tensione dominata dal rifiuto ingiusto e violento, al quale il Santo oppone una serie di nuovi e disperati argomenti che gli evitino di diventare un forestiero senza più casa e famiglia. In tre riprese Francesco tenta di farsi aprire la porta. Innanzitutto proclama il suo nome "frate Francesco", quel famoso nome da cui tutto era nato e che tutti conoscevano: era sicuro che sarebbe stata la chiave per aprire senza difficoltà quella porta chiusa della Porziuncola. Alle obbiezioni del portinaio, però, egli "insiste" tentando di far valere i suoi diritti e di far ragionare il frate: non era possibile né accettabile una tale situazione e dunque incalza per cambiarla e ottenere quanto gli spettava. Tutto inutile! Il frate non voleva aprire; di fronte a tale ostinazione, Francesco utilizza l'ultimo strumento che nel medioevo apriva ogni casa ad un pellegrino che bussava: "Per amor di Dio". A questa progressiva "umiliazione" a cui è obbligato il Santo, che da "frate Francesco" diventa "un povero pellegrino", corrisponde la durezza ingiusta del portinaio, il quale dopo un tentativo di nascondere il vero motivo del rifiuto, adducendo vaghi motivi morali ("non è ora decente questa"), gli rivela la vera causa della chiusura: "tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te". In queste parole era condensato il nucleo delle tante tensioni finali tra i frati dotti e la sua persona: tra di essi non vi era più un accordo ideale, le differenze di vedute erano sempre più evidenti e laceranti. Stava avvenendo una sorta di marginalizzazione del Santo, non solo perché egli non era più conosciuto personalmente da molti frati della seconda generazione ma anche perché avvertito come scomodo e d'impedimento per gli sviluppi di un Ordine che si stava espandendo e imponendo nella Chiesa. Negli ultimi anni Francesco stava vivendo un po' come davanti ad una porta chiusa. In quella notte invernale era giunto il momento in cui coloro che dovevano dargli soddisfazione nel corpo e nell'anima gli si ponevano contro, obbligandolo a diventare un forestiero e un reietto, cioè a sperimentare fino in fondo la fragilità della sua condizione. Quella porta restata chiusa e le parole del portinaio, che con disprezzo gli suggeriva di andare dai crociferi, costituivano per Francesco una domanda imprevista e violenta riguardo alla verità del suo cuore: "sei tu veramente frate Francesco?". Denudato di ogni suo possesso e gloria Francesco deve sperimentare nuovamente la sua fragilità per verificare definitivamente quali siano le logiche che guidano il suo cuore e dunque quale sia la sua identità.
I lebbrosi ospitati nella casa dei crociferi gli avevano messo in luce la verità del suo cuore ancora dominato dal desiderio di potere e vittoria, per rimetterlo nella sequela di Cristo nudo e povero. La situazione di contraddizione, di ingiustizia, di povertà, cioè la situazione di fragilità nella quale Francesco si viene a trovare diventa un passaggio di grazia per la sua anima, per la sua identità vocazionale. Tramite essa il Santo riesce a far luce sul suo cuore scoprendo la tanta fatica che ancora faceva nell'accettare di essere un pellegrino e forestiero; nello stesso tempo, lasciandosi abbracciare da quella povertà, giunge alla riconsegna autentica di sé al mistero di Dio e dei fratelli. Nel disprezzo del frate che lo invitava ad andare ai crociferi, vi era una verità importante per Francesco: se vuoi sapere chi sei e cosa devi fare, ritorna dai lebbrosi ed essi ti ricorderanno qual è il senso della vita che è apparsa in tutta la sua bellezza e forza nel Cristo crocifisso.
La vera letizia del cuore dell'uomo non è la conquista del mondo intero, ma neppure la difesa delle grandi e sante strutture che vengono messe in forse dall'infedeltà degli altri, la vera letizia non è il ristabilimento di un ordine e di una verità negata ingiustamente dai prepotenti. La vera letizia è assomigliare a colui che fu ingiustamente crocifisso senza ribellarsi. E nella sua sequela, in questa fedeltà personale ad uno stile di vita misericordioso, che accoglie la fragilità del mondo per amarla da di dentro, vi è la prova di una autentica "virtù" cioè di una vera forza spirituale dell'uomo. Nel fuoco delle contraddizioni e degli ostacoli che si prova l'oro di uno spirito. La somiglianza al Cristo crocifisso è infine l'unica possibilità per Francesco di salvare la sua anima, cioè la sua identità e il mistero della sua persona. Quando si era presentato alla porta del convento aveva proclamato di essere "frate Francesco", ma la possibilità di dirlo in pienezza e in verità, cioè di vivere la sua identità, scelta all'inizio come dolcezza della sua anima, era legata a quell'ulteriore viaggio in cui sarebbe stato spogliato di tutto per restare "senza nulla di proprio". Solo nell'incontro doloroso e deludente del mistero della fragilità, Francesco riesce a giungere allo smascheramento dei suoi sentimenti, forse ancora impastati di desiderio di supremazia e potere, e riconquistare la sua anima per vivere in pienezza la nudità del Cristo Crocifisso.

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:47
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?