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Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi

"Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo"

«Sappiate, fratelli, che la povertà è una via straordinaria di salvezza, giacché è alimento dell’umiltà, radice della perfezione. Molteplici sono i suoi frutti, benché nascosti. Difatti essa è il tesoro nascosto nel campo, di cui parla in Vangelo.» Legenda Major - Cap VII (San Bonaventura)

«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» dice Gesù al giovane che gli chiede cosa deve “fare” per ottenere la vita eterna. Le fonti francescane sono impregnate di questo consiglio evangelico che il padre serafico si è impegnato a tradurre continuamente nella sua vita, anche attraverso le opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi. Non si tratta però semplicemente di “fare”, la vita eterna non è risultato di una conquista personale, ma di un dono di Dio, che va accolto con atteggiamento di fede; e la fede non è un’opera ma è ricevere. Racconta San Bonaventura in Legenda Maior che il padre serafico, alla lettura di questo brano, disse: “Questa è la vita e la regola nostra e di tutti quelli che vorranno unirsi alla nostra compagnia". In Vita prima, Tommaso da Celano narra come i seguaci di San Francesco cercassero con tutto l’impegno di donare perfino se stessi per venire incontro alle necessità dei fratelli, servendo tutti con umiltà e devozione. La Compilazione di Assisi rivela come il padre sottraesse al proprio corpo anche ciò che gli era indispensabile, per offrirlo agli altri con gioia; non solo non voleva avere a disposizione che una tonaca sola, ma talvolta la divideva con i frati malvestiti o malati. In Vita seconda viene raccontato un episodio in cui durante l’inverno a Celano, insieme ad un compagno rimasero nudi per vestire una vecchietta. Non poteva sopportare senza dolore di vedere qualcuno più povero di lui; spartiva con i bisognosi anche la tonaca più misera. Era solito dire: “Chi tratta male un povero fa ingiuria a Cristo di cui quello porta la nobile divisa.

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi… “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me."(Mt, 25,45); le buone opere alle quali mi richiama il Vangelo, il santo le cui orme seguo, le tante persone attorno che con il loro esempio me l’hanno insegnato da sempre: vedere te, Signore, in ogni fratello bisognoso nel corpo e nell’anima. Cerchiamo talvolta disperatamente un segno della tua presenza nella nostra vita, in attesa trepidante di qualche miracolo clamoroso, per renderti tangibile, per afferrarti. E’ l’errore che l’umanità ha sempre commesso, lo ha fatto anche qualche discepolo: il cercarti nella forza, nella prosperità, nel potere, un Dio che faccia comodo, che valga la pena il sacrificio pesante di una vita moralmente perfetta. Eppure tu sei sempre stato chiaro, fin dalla nascita hai tracciato in maniera netta la tua preferenza: i poveri, gli ultimi, gli esclusi, gli ignorati. Molto spesso incrocio il tuo sguardo nella mia quotidianità, nella mia casa, nel ambiente in cui opero, e ti ignoro. Tanti volti di Cristo che ci passano accanto in maniera silenziosa, per niente appariscente; i ritmi frenetici, l’attesa sbagliata, l’insensibilità oppure semplicemente il pensiero di non possedere gli strumenti per produrre qualche cambiamento significativo ci rendono ciechi. E quello dei bisognosi diventa a volte un mondo invisibile, a volte un mondo lontano dalla nostra realtà; un mondo sul quale ci esercitiamo a costruire l’arte della nostra retorica all’occorrenza, per non fare brutta figura, ma nulla di più.

Abituati agli stereotipi non sappiamo e non ci sforziamo nemmeno ad individuare i veri poveri, a comprendere le ragioni della povertà, a guardare il volto di ogni bisognoso come distinto da una massa nella quale sembra confondersi. E’ un esercizio questo al quale bisogna educarsi. Non è sufficiente pensare ai paesi del “terzo mondo”, alle periferie delle grandi città, a coloro che chiedono l’elemosina all’uscita del supermercato. Ci sono situazioni di vita che diventano ragioni di povertà materiale e spirituale quali la perdita di un posto di lavoro, la perdita di una persona cara, un problema di salute; persone che si sentono nude di fronte alla vita, persone che hanno fame e sete di ascolto, di una parola di conforto, di affetto. La fame e la sete d’amore è più travolgente della fame e della sete materiale. In un mondo così bisognoso, Signore, scegliamo spesso di metterci i paraocchi, perché non abbiamo tempo e non abbiamo mezzi; una goccia in un mare è troppo poco. Siamo troppo piccoli per cogliere l’impatto di una goccia.

Non è necessario imbarcarsi per luoghi remoti per rendersi utili; è sufficiente offrire poco di ciò che si ha nella realtà che mi contiene: a volte bastano pochi spiccioli per sfamare qualcuno, offrire un pasto che diversamente potrebbe avanzare, un panino in più da condividere sulla via che mi porta al posto di lavoro, una donazione a qualche organizzazione non- profit, un giocatolo non utilizzato o qualche abito in più che appesantisce inutilmente il proprio guardaroba da offrire a qualcuno in necessità o al centro di raccolta, una piccola spesa per la mensa dei poveri o per una famiglia della quale difficoltà sono a conoscenza, offrire il proprio tempo libero operando come volontario  in un centro per anziani o per disabili… Sono tanti i piccoli gesti d’amore che mi premetterebbero di incontrare il tuo volto, Signore, nel volto dei fratelli. E in mancanza dei mezzi materiali si può sempre offrire ascolto, comprensione, affetto, rispetto, gli stessi che uso per gli amici, per il datore di lavoro, per la propria famiglia, gli stessi che a mia volta pretendo da chi ho attorno.

Nelle poche esperienze di volontariato che ho avuto modo di fare, ho sentito spesso la stessa frase, detta sia da bambini che da anziani: “Mangio quello che Dio mi mette sul tavolo.” Quel Dio prendeva le vesti del compagno di banco che a scuola portava una merendina in più, delle suore della missione che pensavano come procurare tutti i giorni un pasto caldo almeno per i disabili e i bambini abbandonati della comunità. Dio prendeva i panni dei volontari stessi, che oltre a portare il cibo venivano istruiti all’ascolto. Tutte quelle persone identificavano in chiunque si piegava in qualche modo sul loro bisogno null’altro che il volto di Dio, ignari di quanto loro stessi offrissero di Dio. Il senso di te, Signore, che ho provato in mezzo a loro raramente l’ho ritrovato altrove. La gioia di donare se stessi al prossimo non ha paragone, e difficilmente qualcos’altro può lasciare lo stesso senso di appagamento quanto il donarsi. Infiamma il nostro cuore di questo desiderio, affinché esso diventi simile ad una grande spiaggia che accoglie le navi in difficoltà senza distinzione alcuna; perché possiamo essere identificati come umili ma validi strumenti della tua presenza nelle povertà materiali, morali e spirituali, senza mai indagare, senza mai fare i giudici, accogliendo chiunque senza temere giudizi.

Racconta San Bonaventura come i frati, in capitolo, domandassero a San Francesco quale virtù più delle altre rendesse amici di Cristo. Egli rispose: “Sappiate, fratelli, che la povertà è una via straordinaria di salvezza, giacché è alimento dell’umiltà, radice della perfezione. Molteplici sono i suoi frutti, benché nascosti. Difatti essa è il tesoro nascosto nel campo, di cui parla in Vangelo.” Allontana da noi, Signore, la paura di affrontare le varie forme di povertà, donaci la consapevolezza della tua presenza in ogni volto che possiamo servire, diventando noi stessi strumenti della tua infinità misericordia. Fa sì che, seguendo le orme del padre serafico, possiamo coltivare anche noi, nella nostra vita, il desiderio di sfuggire sempre il superfluo, che appesantisce l’anima e il corpo alla ricerca della tua perfezione. 

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Ultima modifica ilVenerdì, 18 Novembre 2016 16:44
Andreea Chiriches Leone

Sposata e mamma, laureanda in lingue e culture straniere, professa perpetua nell’Ordine Francescano Secolare.
Autrice del blog “Passione di Cristo, passione per la vita” , raccolta di riflessioni condivise nella speranza che possano rivelarsi utili, come spesso si può rivelare utile una parola, una prospettiva diversa, l’esperienza condivisa.

Sito web: https://deealeonedei.wordpress.com/
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