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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco - PARTE II

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco PARTE 2
 
Segue da -PARTE I

 Il testo che può essere ritenuto fondamentale per la comprensione dell'esperienza di Francesco è, a mio avviso, il breve ma preziosissimo racconto autobiografico della sua conversione.

" Il signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo. "

A guardare bene il testo, partendo dal nostro punto di vista, sembrerebbe che vi siano due contesti dominati e caratterizzati dal tema della fragilità: l'amarezza provata da Francesco e definita da lui "essere nei peccati" quale fragilità soggettiva, e la situazione di povertà e infermità dei lebbrosi quale fragilità oggettiva. Di fatto nel racconto i due momenti sono tra loro connessi in due serie di incontri avuti dal giovane con quei reietti dove si ribaltano i sentimenti e le relazioni di Francesco nei loro confronti. Più di una volta egli si era imbattuto con la fragilità scandalosa e ripugnante dei lebbrosi la cui vista faceva scattare in lui un senso di amarezza e forse anche rabbia per il fastidio subito da quelle presenze. Ma in quell'amarezza non vi era solo ribrezzo per quella orribile malattia, ma, credo, anche una sorta di rimprovero che inconsciamente o esplicitamente percepiva Francesco: la gloria della tua situazione, il benessere economico con le possibilità che ti dona nel realizzare il tuo sogno di diventare cavaliere non ti sono dovuti. In qualche modo in quei fortuiti incontri essi si ponevano "contro di lui" negandogli dal di dentro la "soddisfazione", fortemente e costantemente ricercata dal giovane, della gloria di diventare un grande cavaliere. L'incontro casuale e violento con quelle povertà metteva in mostra nell'animo del giovane la sua povertà e fragilità di vivere una vita apparente e fondata sulla non verità. Nell'amarezza che i lebbrosi facevano scatenare in Francesco vi era lo smascheramento di una verità più profonda altrimenti non raggiungibile: io ero nei peccati, cioè in una vita non "soddisfacente". Questo primo modo di incontrarsi con la fragilità, sebbene costituisse fonte di verità, non era anche motivo di vita. La fuga costituiva la risposta che nasceva dal cuore di Francesco dall'impatto amaro con ciò che negava le aspirazioni e le soddisfazioni verso cui tendeva la sua vita. La fragilità scandalosa dei lebbrosi non sembrava poter essere fonte di vita.
La trasformazione della fragilità in motivo di crescita e rinnovamento dell'esistenza del giovane avviene nel secondo tipo di incontro tra Francesco e i lebbrosi: "e il Signore stesso mi condusse tra di essi e io feci misericordia con essi". In questo breve racconto, totalmente vago circa gli eventi specifici dell'accadimento, ma assolutamente ricco nell'interpretazione teologica ed esistenziale dell'incontro, Francesco ricorda i due aspetti costitutivi che trasformarono l'impatto con la fragilità scandalosa dei lebbrosi in evento di vita.
L'incontro con la fragilità non è scelta ma accolta e accettata: questa mi sembra essere la prima considerazione da trarre dal racconto, un rilievo che verrà confermato anche negli altri testi che prenderemo in esame. Francesco non dice di aver scelto di andare tra i lebbrosi per far penitenza o per una decisione caritativa, ma ricorda con grande stupore che "il Signore stesso" lo condusse tra di essi. In questa memoria si risente quanto notano concordemente i tre vangeli sinottici nell'aprire il racconto delle tentazioni di Gesù: "fu condotto dallo Spirito nel deserto".
Non tutte le fragilità, però, sono riconosciute comunque luogo teologico, perché non sempre vi è il coraggio umile e paziente dell'incontro. Francesco riconosce la conduzione di Dio perché ebbe il coraggio di "fare misericordia con essi". Il termine è di essenziale valore nel linguaggio di Francesco. La misericordia è il dono del cuore al misero, cioè l'entrata radicale nella sua situazione, per condividere dal di dentro la condizione di fragilità di colui che si incontra.
L'atto di verità con la propria fragilità, donato a Francesco dal suo incontro misericordioso con la fragilità dei lebbrosi, si trasforma in via per una vita nuova e finalmente soddisfatta. "E tornando via da essi, quello che mi sembrava amaro si trasformò in dolcezza dell'anima e del corpo". La prima considerazione che sorge da questa prima conclusione della vicenda riguarda un elemento essenziale della relazione instaurata da Francesco con la fragilità degli altri. L'incontro di misericordia avuto con essi non ha cambiato la loro condizione, l'abbraccio dato dal giovane a quella povertà non ha prodotto un superamento sociale ed economico della fragilità e povertà di quei reietti. I lebbrosi restano lebbrosi. Dunque il fare misericordia non aveva come intenzione né ha prodotto come frutti una trasformazione effettiva della situazione emarginata e sostanzialmente ingiusta vissuta da quei miseri. In ogni caso non è questo l'elemento essenziale ricordato da Francesco. La situazione disperata dei lebbrosi era più grande delle possibilità di intervenire efficacemente da parte di Francesco: egli era una goccia di speranza in un deserto di disperazione, né il suo obbiettivo era cambiare il mondo. Quanto influì sulla loro vita, quanti di quei poveri riottennero la salute, o riebbero la dignità e la speranza? Francesco non dice nulla di tutto questo! Sicuramente non era l'elemento più importante che conservava nella memoria e che volle trasmettere nel suo Testamento. Ciò che invece si impresse indelebilmente nel suo cuore fu la trasformazione avvenuta sulla sua persona: l'incontro misericordioso con la fragilità degli altri aveva prodotto una novità assoluta sulla sua fragilità umana, regalandogli una reale conversione del modo di sentire e vivere la propria esistenza.
La struttura narrativa scelta da Francesco nel raccontare l'evento di svolta della sua esistenza è costruita su di una specie di paradosso: quando viveva nell'autocentratura del cavaliere la sua esistenza era dominata da un sapore amaro, insoddisfatto, incompleto, nel momento invece che si era regalato agli ultimi entrando con umiltà e pazienza nella loro fragilità ebbe in dono il gusto della vita, la dolcezza che rendeva finalmente "soddisfatto" la sua anima e il suo corpo. Nelle parole di Francesco si risente ancora la sorpresa che colse il giovane in quell'apparente contraddittorietà prodotta dall'incontro con i lebbrosi: ottenne la dolcezza dell'anima e del corpo, cioè dell'intera sua esistenza proprio quando smise di cercarla per entrare nella fragilità degli altri. Trovò la vita quando accettò di perderla. Si liberò della sua fragilità angosciata, quando abbracciò la fragilità degli altri. Tutti i concetti centrali dell'identità francescana quali minorità, povertà, semplicità non sono altro che la traduzione di questa esperienza iniziale, dalla quale Francesco ottenne la verità sulla sua persona e la via per raggiunger la vita vera. E' la scoperta del tesoro nascosto nella povertà del suo terreno: non doveva fuggire la terra ma scavare in essa per trovarvi la perla preziosa.

 

Prosegue a -PARTE III

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Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:48
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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