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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco - PARTE III

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco PARTE 3
 
Segue da -PARTE II

La lettera inviata da Francesco ad un ministro anonimo costituisce, a mio avviso, uno dei testi più belli e sconvolgenti non solo della produzione del Santo di Assisi, ma dell'intera letteratura cristiana del medioevo.

In essa infatti la logica evangelica scoperta e vissuta da Francesco con i lebbrosi diventa il metro di misura e lo strumento risolutivo per risolvere lo scandalo delle fragilità morali di coloro che ci vivono accanto e dei quali siamo chiamati a prenderci cura. Non è possibile qui prendere in esame dettagliato un testo tanto ricco e impegnativo. Anche in questo caso tenteremo semplicemente di evidenziare la preziosità assegnata da Francesco alle situazioni difficili e contraddittorie che possono crearsi in una comunità di "servi di Dio". Il peccato, quale manifestazione suprema di fragilità, costituisce, in una tale comunità, un incontro più difficile e scandaloso di quello del male fisico, in quanto emerge e si manifesta in persone tese alla perfezione. La risposta di Francesco – è qui la grande intuizione del Santo nella quale applica quanto vissuto con i lebbrosi – non ha come primo obbiettivo dare al ministro dei suggerimenti o ordini per superare lo scandalo della fragilità, ma vuole innanzitutto aiutarlo nel trasformare quell'esperienza di fragilità in occasione personale di crescita per la sua anima. Per il ministro l'incontro/scontro con la fragilità dei suoi fratelli deve diventare occasione di misericordia, cioè di vita evangelica, unica via, poi, per superare la fragilità che regnava nella sua comunità. Il primo aspetto da rilevare e che accomuna la situazione vissuta dal ministro a quella sperimentata da Francesco con i lebbrosi, riguarda la natura imprevista e non voluta dello scandalo della fragilità. Non sappiamo bene quali fossero le condizioni lamentate dal ministro nei confronti di uno o più frati "peccatori"; in ogni caso anche per lui fu un impatto difficile e sconcertante quello dell'incontro con dei frati "lebbrosi/peccatori". Al pari di Francesco con i lebbrosi, anche quel ministro rimase sconcertato da quell'esperienza: egli era entrato in convento per vivere una santità piena del rapporto con Dio e aveva sognato di vivere tale perfezione in un eremo, lontano dalla fragilità del quotidiano; e invece si viene a trovare nello scandalo del peccato, in una condizione che gli impediva violentemente e ingiustamente di realizzare quel sogno. Che fare? Intervenire duramente per eliminare quell'ostacolo o fuggire per rifugiarsi nel suo eremo? Nella lettera alla quale Francesco stava rispondendo, il ministro, dopo essersi lamentato dell'incredibilità di quanto stava vivendo in convento con quei frati peccatori ed espressa la delusione irata dello scandalo della fragilità morale di alcuni suoi fratelli, avrà anche chiesto al Santo quale delle due soluzioni dovesse applicare: stroncare il peccato o rifugiarsi nell'eremo. La sorpresa del ministro nel leggere la risposta del Santo sarà stata forse più grande di quella che stava vivendo nelle difficoltà incontrate con alcuni suoi frati. Al centro della risposta di Francesco non vi era, infatti, il problema lamentato dal ministro, cioè il peccato dei fratelli, ma l'anima del ministro: questo era il vero problema del quale Francesco voleva occuparsi.

"A frate N... ministro. Il Signore ti benedica!
Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia."

Di fronte ad un ostacolo, ad un impedimento, allo scandalo di una fragilità del fratello (fisica e morale) innanzitutto non devi chiederti, sembra dirgli Francesco, come posso fare per risolvere il problema, ma quale grazia Dio mi sta donando. Tale deve essere infatti per Francesco la certezza che deve illuminare tutto il processo di incontro con quello scandalo: "il Signore stesso" mi sta conducendo dentro questo impedimento perché vuole farmi grazia. Non vi è dubbio che in questo presupposto teologico annunciato al ministro, quale unica possibilità di poter affrontare correttamente la questione del peccato dei fratelli, Francesco ripensava a quanto vissuto con lo scandalo dei lebbrosi: io capii alla fine che quell'incontro, da me non cercato né voluto, fu un atto di grazia donatomi da Dio; tu, caro ministro, devi esserne cosciente fin dall'inizio e questa certezza accompagni il tuo sforzo nel capire cosa fare nei confronti dei tuoi "lebbrosi". Forse il ministro non avrebbe risolto o eliminato per sempre lo scandalo del peccato tra i suoi fratelli, ma in ogni caso avrebbe ricevuto una doppia grande grazia dal Signore: conoscere meglio la sua anima con i suoi sentimenti più profondi e radicarla nello stile di vita con più profondità nella logica del vangelo. Lo scandalo del peccato, infatti, avrebbe concesso al ministro un primo dono: la verità su se stesso. Puoi salvare il mondo intero, ma se poi perdi la tua anima a che ti giova? La difficoltà che stava vivendo con i suoi frati diventava una preziosa occasione per conoscere se veramente amava il Signore. In quell'ostacolo, nello scandalo della fragilità, il ministro avrebbe potuto verificare se realmente stava camminando verso il Signore, se stava cercando solo lui o invece erano solo pie intenzioni che nascondevano uno spirito da cavaliere o da proprietario. Fino a quando i frati vivevano nella fedeltà alla loro vocazione e dunque liberi dallo scandalo del peccato, egli non avrebbe potuto mai appurare la verità del suo cuore; al contrario, adesso che i suoi frati non gli davano quella soddisfazione che avrebbero dovuto, egli poteva capire quanta pazienza e umiltà aveva nel cuore, cioè quanto veramente fosse servo di Dio e non ripieno di altri sentimenti. Mi sembra che qui risuoni l'altra ammonizione di Francesco, un testo al quale avrà in qualche modo ripensato il ministro nel leggere la risposta del Santo: 

"Sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono nella guancia."

Per il ministro era giunto il momento di verificare la verità del suo cuore: questa era la prima e fondamentale grazia che Dio gli stava donando, facendolo incontrare con lo scandalo della fragilità. L'ostacolo rappresenta per il ministro una parola di obbedienza che gli rivolge il Signore attraverso Francesco stesso: ama la fragilità che è di fronte a te. Nell'amore agli impedimenti, agli ostacoli, cioè ai nemici vi è la sintesi per Francesco dell'obbedienza a Dio, perché in essa vi è la realizzazione definitiva dell'unica vocazione a cui era chiamato il ministro: amare i nemici, cioè amare la fragilità che si opponeva alla sua esistenza, impedendogli apparentemente di realizzare il suo itinerario di santità. In un'altra ammonizione Francesco aveva precisato cosa significhi amare i nemici quale sintesi della vocazione cristiana:

"Ama veramente il suo nemico colui che non si duole dell'ingiuria che l'altro gli fa, ma spinto dall'amore di Dio brucia a motivo del peccato dell'anima di lui. E mostri con le opere il suo amore."

Nella lettera tale ardore dell'amore al nemico è tradotto da due precisi atteggiamenti suggeriti da Francesco al ministro. Il primo identifica l'amore da donare al nemico con la gratuità assoluta. Se l'amore pretendesse qualcosa negherebbe di conseguenza la sua stessa natura e cadrebbe immancabilmente nell'ira di non essere "soddisfatto" nelle sue pretese. E l'ira, il turbamento sarebbero la chiara testimonianza che nel cuore del ministro non vi è lo spirito del Signore e lui non è un servo di Dio ma un padrone che si adira per quanto non gli è stato dato. Non si tratta di giustificare o di permettere il peccato: esso è motivo di dolore e di dispiacere. Ma il peccato del fratello non potrà mai condurre all'ira, perché essa nega la carità, in quanto rivela un cuore non di fratello e di servo libero da ogni possedimento, ma uno spirito da proprietario che si turba se la sua proprietà è stata toccata o deturpata.
Il secondo atteggiamento che verifica e traduce l'amore verso l'ostacolo, verso la fragilità quale via della vita è rappresentato dalla parola magica di Francesco: la misericordia o tenerezza. 

"E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto poteva peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, mai se ne vada senza la tua misericordia, se egli chiede la misericordia; e se non chiedesse la misericordia, chiedi tu a lui se vuole la misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli."

Mentre precedentemente la prova dell'autenticità del desiderio di santità quale amore di Dio era identificato nell'amore gratuito nei confronti della fragilità morale dei fratelli, adesso Francesco introduce una seconda modalità di verificare e vivere l'umiltà e la pazienza dell'amore: la misericordia degli occhi quale traduzione della misericordia del cuore.
Il linguaggio paradossale utilizzato dal Santo nei confronti del peccato dei fratelli contiene una importante verità. Un frate che abbia peccato "quanto poteva peccare" e che "mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi" è nella stessa condizione di un lebbroso: egli, come quello, non può liberarsi dal suo male, dalla sua radicale fragilità che lo umilia e lo tiene schiavo. E la sua condizione, con le sue ferite aperte, sono tanto dolorose e ributtanti quanto quelle del lebbroso. La domanda posta in qualche modo da Francesco al ministro riprendeva quanto da lui vissuto con i lebbrosi: qual è la tua reazione davanti a questo spettacolo? Con quali occhi guarderai alle loro ferite? Avrai la capacità di avere occhi di misericordia o ti girerai dall'altra parte scandalizzato e irato per quella povertà? La fragilità del fratello di fatto obbliga il ministro ad interrogarsi sui suoi occhi: mostrano l'ira e il turbamento o la tenerezza e la misericordia? Sono occhi di un padrone irato o di una madre tenera? Le piaghe morali del fratello chiedono al ministro di vivere fino in fondo la sua vocazione di ministro e servo, di madre e fratello in uno stile di vita guidato dalla pazienza e dall'umiltà.
Per aver occhi di misericordia occorre, secondo Francesco applicare una precisa tecnica, che potremmo chiamare la sua regola d'oro, quella che unica può garantire un vero atteggiamento di misericordia. Essa è suggerita al ministro poco più avanti nella lettera:

"Lo stesso custode provveda misericordiosamente a lui (al peccatore), come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile."

Per abbracciare con misericordia la fragilità degli altri occorre entrare in quella fragilità e condividerne la situazione. La possibilità, dunque, di "avere occhi di misericordia" è legata da Francesco ad un processo minoritico di sostituzione-identificazione, nel quale si deve prima diventare come l'altro, entrare nel suo stato minore, ascoltare i suoi sentimenti, e così poter, infine, assumere gli atteggiamenti più adeguati alla situazione e agire in suo favore. Un uomo che vive questo meccanismo di misericordia è giudicato da Francesco beato:

"Beato l'uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile."

La misericordia non è, dunque, per Francesco l'atteggiamento del cuore di chi con benignità e benevolenza si abbassa umilmente e pazientemente verso il misero, facendo, però, in tal modo risaltare ancor più la differenza "superba" con il bisognoso. Pur restando la diversità/differenza tra il sano e il malato, tra il ministro e il peccatore, un agire guidato veramente dalla misericordia, cioè dal cuore donato al misero, è possibile, secondo Francesco, solo se si compie un viaggio di spoliazione verso il basso, ossia un processo di sostituzione, dove il "ricco" prende il posto del "povero", il sano diventa come il malato, il virtuoso come il peccatore. La misericordia è possibile, sembrerebbe dire Francesco, solo nella condivisione della necessità. Solo allora sgorgheranno sentimenti adeguati, guidati dall'umiltà e dalla pazienza. La fragilità accolta rende il cuore dell'uomo misericordioso, cioè tenero e capace di relazioni nuove e rinnovanti.

 

Prosegue a -PARTE IV

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Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:47
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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