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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco - PARTE V

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco PARTE 5

 

Segue da -PARTE IV -PARTE III -PARTE II -PARTE I

 
Di fronte alla fragilità e alla povertà della condizione umana, che spesso si erge violenta e inarrestabile stravolgendo la vita dell'uomo, quale giudizio e atteggiamento si deve avere? Hanno un valore o sono solo fallimenti causati da uno stato di fragilità e debolezza?
La risposta data da Francesco nasce da un presupposto preciso: dipende da chi si pone di fronte a questa situazione. Solo un "servo di Dio" può riconoscere negli ostacoli e nelle fragilità una grazia e un dono. Indubbiamente anche a livello antropologico, senza includere l'esperienza di fede, le difficoltà sono riconoscibili come fonte di maturazione. Tuttavia, solo un "servo di Dio", che ha incontrato il "Servo di Jahvè", colui cioè che è entrato nella fragilità umana per amarla e così mostrare il cuore misericordioso di Dio che cambia la storia del peccato in evento di gloria, può riconoscere nello scandalo della fragilità fisica e morale l'ultimo e più importante motivo per abbracciare con fiducia quelle povertà. La logica affermata da Francesco è compresa e affermata da un "servo di Dio" ed è proposta a "servi di Dio", altrimenti in molti suoi passaggi diventa molto difficile da capire e accettare. Eppure essa non contraddice o si oppone ad una attenta lettura della vita umana, la quale fiorisce in umanità solo mediante dinamiche di accoglienza e accettazione delle nostre fragilità. Nella fede questa umanità trova un motivo in più, quello definitivo, per guardare alla fragilità senza entrare nella guerra e nella violenza di morte.
Nello stesso tempo una seconda conclusione va subito tirata da quanto letto in Francesco. Non si cercano né si debbono volere le fragilità fisiche e morali: la malattia, la fame, la nudità, come la discordia, la sopraffazione, l'ingiustizia sono mali da rifiutare e vincere, e dei quali un giorno saremo liberati definitivamente. Mi sembra che in nessun passo Francesco lodi come positive queste situazioni, anzi nella "Perfetta letizia" tenta in più modi di evitare la sofferenza della fragilità fisica e morale. Sono esse a venirci incontro obbligandoci alla sofferenza e al dolore, e dunque ad entrare in dinamiche spirituali nelle quali incontriamo la profondità del mistero della nostra esistenza, molto di più che quando viviamo la superficialità delle nostre vittorie.
Quando vengono e ci prendono per mano, sconvolgendo il nostro vissuto, che fare? E' qui che si inserisce la risposta evangelica di Francesco. Non fuggire nell'ira o nella ribellione, ma guardando a Cristo abbraccia con misericordia la tua fragilità nelle fragilità dei tuoi fratelli. Le contraddizioni laceranti e offensive della nostra vita, i momenti di nudità e fallimento, l'esperienza di fragilità sono momenti preziosi per giungere alla verità della nostra umanità, lasciando emergere, secondo quanto visto nei testi di Francesco, due stili di vita: l'ira e il turbamento del cavaliere e del proprietario o la pazienza e l'umiltà del fratello e madre. Solo in quei momenti l'uomo conosce fino in fondo se stesso ed è obbligato a scegliere se lasciarsi condurre da uno spirito di possesso e dunque di violenza, o da uno spirito di accoglienza e dunque di misericordia. Solo nelle fragilità il "servo di Dio", l'uomo evangelico, cioè l'uomo vero proclama e vive la dinamica della vita donata, della misericordia gratuita nella sequela forte e coraggiosa di colui che è diventato amore crocifisso e risorto.
Un terzo importante elemento sottolineato da Francesco nei testi che abbiamo letto riguarda il fine di questo processo di misericordia nelle situazioni di fragilità. L'accettazione umile e paziente degli ostacoli, quali eventi di grazia per l'anima del singolo, non mira ad ottenere meriti mediante un meccanismo di espiazione: "soffrire" per "scontare" i peccati in modo da attendere poi una ricompensa da parte di un Dio altrimenti irato nei nostri confronti. La misericordia del cuore, vissuta nell'accettazione del travaglio della fragilità, è in sé già un evento di vita, un processo nel quale si difende la propria vita, facendola crescere e approdare alla dolcezza e alla vera letizia. Forse l'impegno per un mondo liberato dalle sue fragilità non condurrà sempre e comunque ad una sua effettiva trasformazione, tuttavia il travaglio vissuto da colui che si rende povero di spirito, afflitto, mite, assetato e affamato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato a causa della giustizia, donerà ogni volta al "servo di Dio" la vera "beatitudine".
Ogni volta che Francesco si è spogliato delle sue vesti di cavaliere e di proprietario o si è lasciato spogliare dalle situazioni di ingiustizia e di violenza, proclamando la sua fragilità e accogliendo nella pazienza e nell'umiltà la fragilità degli altri è entrato nella vita vera. E nell'ultimo atto della sua esistenza, quando la sua fragilità venne messa pienamente e radicalmente a nudo volle spogliarsi per l'ennesima e definitiva volta:
Quando mi vedrete ridotto all'estremo, deponetemi nudo sulla terra e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .
Il racconto di Tommaso da Celano che mette in bocca a Francesco questa richiesta, ultima prima della morte, rivolta ai suoi frati, si pone in continuità e conferma l'intuizione evangelica della vita incontrata con i lebbrosi e riproclamata tante volte nella sua esistenza. Per entrare nella vita occorre riconoscere e accettare nell'umiltà e nella pazienza di essere nudi, senza nulla di proprio, e tale riconoscimento avviene soltanto nell'incontro misericordioso con le fragilità dell'altro, che ti chiede di entrare nella sua povertà. La ricchezza di Francesco era stato lo spogliamento delle sue vesti da cavaliere e di proprietario per diventare libero e generoso nel donare misericordia a tutti i nudi, ed essere così ricoperto e rivestito dell'amore di Dio manifestato e proclamato da colui che nudo pendeva sulla croce.

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Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:52
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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