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L' Undicesima ammonizione di S.Francesco

Ammonizione 11: NON LASCIARSI GUASTARE A CAUSA DEL PECCATO ALTRUI

Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo dl Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa. Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, davvero vive senza nulla di proprio. Ed egli è beato perché, rendendo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, non gli rimane nulla per sé.

Con questa Ammonizione siamo nuovamente di fronte al difficile tema della gestione del peccato del fratello. La stessa problematica era stata affrontata già nell’Ammonizione 9, in rapporto, però, all’atteggiamento “peccaminoso” tenuto dal nemico. Qui invece il peccato sembrerebbe rinviare ad un’altra situazione: quella tra due fratelli dei quali uno è responsabile (ministro) e l’altro in difficoltà morale. Pur nella diversità di situazione la soluzione paradossale proposta da Francesco resta la stessa: non si tratta, come ci si aspetterebbe, di richiamare, anche con una sana durezza, il fratello peccatore per esortarlo-obbligarlo a cambiare vita, ma di aiutare il frate responsabile, il ministro e servo, affinché gestisca bene il suo mandato di autorità a vantaggio del fratello in difficoltà. E le richieste rivolte da Francesco al ministro sono assolutamente impegnative: da te dipende la vita dell’altro e la sua vita è salvezza o perdizione per te.

L’affermazione iniziale del testo costituisce lo sfondo sul quale sono proiettate le due situazioni alternative proposte da Francesco al frate chiamato ad occuparsi del peccato del fratello. Il peccato, con le sue conseguenze di male per la vita dell’uomo, costituisce l’unico vero motivo di “dispiacere” per il ministro, obbligandolo a prendersi cura di colui che è caduto nella povertà umiliante del peccato. Tuttavia, e siamo al centro della proposta di Francesco, perché tale “dispiacere” sia veramente buono ed evangelico, cioè attento alla sorte del fratello e non mosso da altri interessi, il ministro deve fare attenzione ai sentimenti presenti in se stesso nel trattare il peccato. Come nell’Ammonizione 9 e soprattutto come nella Lettera ad un ministro, anche qui il ministro non è invitato ad assumere delle decisioni precise nei confronti del peccatore per gestire quella situazione, ma, prima di far questo, a rientrare in se stesso per capire quali siano i sentimenti che albergano nel suo animo di fronte al fratello nel peccato.

E Francesco fa due ipotesi, la prima negativa l’altro positiva: se… invece. Se nel cuore del ministro il dispiacere per il peccato diventa turbamento e ira, in questo caso la colpa del fratello diventerà per lui come l’accumulo di un “tesoro” di morte. L’immagine del tesoro costituisce, a mio avviso, l’indizio fondamentale per comprendere il punto centrale richiamato da Francesco al ministro. L’ira e il turbamento di fronte al peccato, di “qualunque genere e frequenza esso sia” (con una esagerazione paradossale tipica di Francesco per sottolineare la radicalità delle sue affermazioni) non solo gli faranno perdere la “carità” ma metteranno in evidenza la vera natura del ministro, manifestando in lui un atteggiamento da “proprietario” che si arrabbia per difendere il suo tesoro messo in pericolo dal peccato del fratello. Un proprietario non potrà mai avere “carità” per colui che mette in forse i suoi possedimenti. Egli ha il diritto non solo di turbarsi ma anche di adirarsi perché l’altro fratello, con il suo atteggiamento, mette in pericolo la buona riuscita del suo ministero e offusca la gloria che il ministro vorrebbe ottenere con i suoi sforzi per compiere le buone opere.

Che tale sia la questione richiamata da Francesco al ministro per aiutarlo a gestire evangelicamente il peccato del fratello, è dimostrato dalla seconda parte dell’ammonizione, dove il Santo propone la via positiva degli atteggiamenti che il ministro deve possedere nel “dispiacere” provato per il peccato dell’altro. Il frate, che si prende cura delle difficoltà umane-morali del fratello a lui affidato senza cadere nel turbamento e poi anche nell’ira (i due sentimenti sono due gradi successivi del fastidio provato nei confronti del tradimento con il quale si percepisce il peccato dell’altro), “davvero vive senza nulla di proprio (vivit sine proprio)”. E’ stupefacente il fatto che questo testo sia l’unico nelle opere di Francesco in cui ritorna la formulazione del voto di povertà espresso all’inizio della Regola dove i frati promettevano di vivere “sine proprio” (Rb 1,1). La vera povertà, cioè l’aver smesso di essere proprietari e padroni, non si compie rinunciando a tutti i beni materiali, ma rinunciando ad ogni pretesa, anche quella buona, sull’altro. Quell’uomo, chiamato al servizio dell’autorità, che vive libero e leggero nei confronti degli altri, forte della sua disponibilità a donare gratuitamente la sua persona senza pretendere nulla, è davvero frate minore e dunque “è beato”.

E’ interessante questo punto di arrivo del breve testo di Francesco, con il quale il Santo fa compiere al ministro un viaggio in se stesso di “attenzione”: il peccato del fratello diventa per te, caro ministro, un’occasione per ascoltare la tua anima e vedere se in essa vive lo spirito di un proprietario o di un frate minore animato dalla gratuità senza pretendere nulla da nessuno; tale atteggiamento è la fonte e il frutto di una vita beata, cioè libera e leggera, che non resta imbrigliata dalle relazioni fondate sulla pretesa e sulla prestazione. Per Francesco dunque il peccato del fratello, prima di essere un impegno affidato al ministro per “salvare” l’altro, rappresenta un’occasione preziosa offerta al ministro per restare dentro uno stile di autenticità e libertà evangelica: il peccato del fratello è per te ministro “una grazia” (come dirà nella Lettera ad un ministro) perché ti aiuterà a conoscere meglio te stesso e a fare di te un fratello. E allora sarai non solo beato perché libero da ogni turbamento angosciante e da ogni ira distruttiva, ma anche efficace nell’aiutare il tuo fratello a ritornare nella libertà.

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Ultima modifica ilLunedì, 13 Gennaio 2014 23:29
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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