banner header
Log in

La clausura

La clausura:  l'apporto esperienziale del movimento francescano-clariano

Vorrei prendere in mano la definizione che è stata costantemente utilizzata da Chiara nel determinare la natura di coloro che con lei vivevano a San Damiano: "sorelle povere"; il sintagma, che si scontrava con l'altro di "monache rinchiuse", è quello preferito e scelto da Chiara. Facciamo solo delle considerazioni lessicali sui due lessemi per rilevare le loro diverse direzioni di contenuto identitario.


Monache rinchiuse costituisce una definizione in cui l'aggettivo conferma il sostantivo: un monaco/monaca per essere tale, cioè solo, deve essere separato dal resto, rinchiuso per poter impedire agli altri di togliergli la sua solitudine. Tale esclusività monastica femminile aveva il suo supporto culturale e teologico nella metafora della sponsalità con lo sposo celeste. La donna consacrata a Cristo era la sposa che si chiudeva per amore dello sposo, in modo tale da essere riservata e conservata "vergine" unicamente per lui. In questa scelta due valori si venivano a incontrare: l'honestas della sposa quale garanzia per l'honor dello sposo. Garantire l'assoluta qualità dell'onestà della vergine consacrata costituiva la preoccupazione fondamentale a cui miravano le diverse norme della clausura. Come abbiamo detto più volte, questa proposta religiosa femminile si allineava perfettamente alla dinamica culturale in cui era inserita la donna nel medioevo. Non solo quella impostazione socio-culturale costituiva il supporto immaginifico per esprimere la relazione tra la sposa religiosa e lo sposo celeste, ma anche era vero il contrario, che cioè la forma claustrale confermava e fissava la "sacralità" delle relazioni sociale tra maschio e femmina esistente nella società feudale. La "monaca di clausura" costituiva la sublimazione di un meccanismo sociale dove la donna aveva la sua autocompresione solo in rapporto alla sua fecondità per la famiglia e dunque per la relazione con lo sposo. In fondo si può dire che la struttura claustrale confermava la struttura sociale dandole un valore anche mistico e teologico.

Nella categoria invece di Sorelle povere, non solo le relazioni significanti tra le due forme verbali si invertono, ma anche i contenuti espressi divergono sostanzialmente con la qualifica precedente. Nel sintagma "sorelle povere" infatti l'aggettivo specifica una modalità particolare del sostantivo indicando delle direzioni di significati molto diversi dal precedente. "Sorella" dice essenzialmente l'opposto di quanto espresso con "monaca": al centro è collocata non la solitudine ma la relazione; l'identità della singola non si comprende se non in rapporto all'altra. Tale relazione di fatto non implica necessariamente una esclusività con coloro con cui viveva insieme ma è strutturalmente aperta alla relazione con ognuno che si ha di fronte. Tale dinamica aperta, inclusa nella natura di "sorella", è confermata e ampliata dall'aggettivo "povera". La natura di povere, quale carattere risolutivo e specificante delle sorelle, rinvia ad un doppio e complementare punto di riferimento, il primo è di tipo cristologico, il secondo sociologico. La povertà, quale scelta determinante le sorelle, costituisce, come si è detto, la modalità specifica del loro unirsi al mistero di Cristo, al quale aderiscono con la stessa forma dell'amore con la quale egli le ha amate. E allora, la povertà, come categoria cristologica, specifica la simmetria dell'amore, dove i due si pongono in un dialogo di dono reciproco nel quale l'amore scambiato ha la stessa forma manifestativa; al contrario, la clausura stabilisce una priorità assoluta dello sposo per il quale la sposa non può far altro che aspettare riservandosi all'imponderabilità della risposta di amore di lui. Nella povertà, quale forma dell'amore tra lo sposo e la sposa, al centro vi è la contemporaneità della relazione, nella clausura invece vi è la forma dell'attesa esclusiva e paziente.
A questo primo ambito della povertà si unisce il secondo che fa di questa scelta uno spazio essenzialmente aperto e in relazione ad una seconda misura, che non è più solo cristologica, ma sociale. La povertà delle sorelle, quale modalità specifica di essere nel mondo, costituisce una forma di condivisione con la condizione dei poveri, nei quali esse trovano la loro forma e la loro misura. La povertà di Chiara è essenzialmente aperta e in relazione alla povertà concreta del mondo, senza la quale essa non sarebbe articolabile e attuabile. Mentre la clausura non ha bisogno del mondo, la povertà ne è assolutamente legata perché solo lì trova il suo modello e il suo specchio. Definirsi sorelle povere significava di fatto essere sorelle dei poveri, e condividere con essi la loro sorte, così come Cristo ha condiviso la nostra sorte segno fondamentale del suo amore per noi.
E' chiaro allora che la radicalizzazione di questa identità, in una condivisione totale con lo stile emarginato e itinerante dei frati, avrebbe portato ad un radicale rottura con la posizione assegnata nella struttura sociale ad una donna nobile. La scelta di essere "sorelle povere" e non "monache recluse" rappresentava un atto che rompeva con le dinamiche sociale nelle quali viveva la donna; cioè la loro identità fissata sull'unità e sulla povertà costituiva un atto profetico che scomponeva e metteva in forse la visione sociale e le relazioni sociali nella posizione assegnata alle donne. E se per frate Francesco e i suoi frati l'uscita dal sistema sociale feudale, costruito sui legami di potere piramidali, era possibile mediante la costruzione di una "società evangelica" chiamata fraternità in pellegrinaggio tra i poveri per annunciare la misericordia di Dio mostrata in Cristo, poteva essere realizzabile, per una donna le possibilità di "rompere" con il sistema e "convertirsi" ad una logica invertita e "sovversiva" era molto più complicato. Il processo di conciliazione tra clausura e vita minoritica-clariana sarà il grande sforzo di Chiara e delle sorelle di San Damiano (a cui avrebbe voluto unirsi Agnese). Il suo tentativo sarà proprio quello di dare un contente monastico al suo contenuto clariano rendendo possibile un ossimoro socialmente forse insostenibile.


Come era possibile essere sorelle povere e di fatto dover restare in clausura? La soluzione trovata da Chiara, a mio avviso, era la figura dei frati i quali diventavano il mezzo di contatto e di realizzazione effettiva di questa relazione di condivisione con i poveri. Essi effettuavano quello che le sorelle non potevano, cioè vivere l'esperienza della dipendenza e della carità quale via di sostentamento. La contraddizione che Chiara dovette accettare, cioè di essere "sorelle povere" ma in clausura, era superata dai fratelli i quali appartenevano allora all'identità di San Damiano, non solo funzionalmente ma anche sostanzialmente, quali figura che mantenevano le sorelle in mezzo alla gente per condividere la sorte di poveri.
Dunque: Chiara e le sue compagne erano "sorelle povere del monastero di san Damiano". Prima parte dell'autocoscienza: il contenuto di "sorelle povere". L'identità fondamentale della loro vocazione abbracciata per obbedienza a Francesco è quello di essere e restare sorelle povere; nel sintagma di fatto si sintetizzavano i due termini costitutivi dell'identità che Chiara ripete costantemente di aver ricevuto da Francesco: l'unità degli spiriti, cioè la sororità, e la santa povertà, appunto "sorelle povere". L'essere sorelle implicava la sudditanza reciproca tra le sorelle e l'unità con i frati in una scelta di vita segnata dalla povertà quale condivisione della sorte degli ultimi e quale risposta di amore sponsale a Cristo. Questo è il contenuto identitario della "forma vivendi" abbracciato da Chiara e consegnato alle sorelle.
Seconda parte dell'autocoscienza: il contenente trovato "nel monastero di San Damiano". Esso era il luogo specifico nel quale poter vivere nel medioevo la loro forma di vita; quel luogo claustrale, secondo le strutture fisiche che erano state create per dividere le sorelle dal mondo e garantirne l'onestà, costituiva di fatto la forma adeguata, riconosciuta dalla società sociale, culturale ed ecclesiale e accettata anche da Chiara per una vita religiosa femminile. Una forma diversa da quella "protetta" era difficile da pensare e vivere per una donna medievale di alto lignaggio. Le categorie sociali e religiose "imponevano" quelle forme le quali erano sentite, di conseguenza, come "necessarie" per una vita di piena consacrazione allo sposo celeste.
La fatica di porre insieme i due ambiti, quello del contenuto clariano e del contenente monastico costituì di fatto la tensione costante durante la vita di Chiara, la quale, pur accettando la forma claustrale non poteva lasciare la povertà quale aggettivo irrinunciabile per l'identità ricevuta da Francesco. Tale rapporto difficile tra povertà e clausura, quale ossimoro irrisolvibile, si scioglierà subito dopo la morte di Chiara quando, il contenente si identificherà con il contenuto stesso. Urbano IV, nel 1263, non più presente la tenace Chiara ed nonostante la regola di lei, sentirà che era giunto il tempo di far superare anche alle sorelle di Chiara, trasferitesi nel 1257 dentro le mura di Assisi nel monastero costruito accanto alla basilica di Santa Chiara, quell'ossimoro insostenibile e farle appartenere definitivamente all'Ordine di Santa Chiara. C'era da scegliere tra clausura e povertà, ed egli effettuerà la definitiva scelta, facendo della clausura il contenuto radicale dell'esperienza delle sorelle alle quali sarà tolta la loro identità di "sorelle povere" per renderle oramai definitivamente solo "monache recluse". E ci domandiamo: se Chiara avesse dovuto scegliere tra "clausura" e "povertà" cosa avrebbe scelto?
Un ultima considerazione, del tutto estranea (forse) alle riflessioni di tipo esclusivamente storiografico avanzate in tutto questo lavoro. Se al tempo di Chiara la parola "profetica", in cui vi era una "conversio" da proporre alla sua società, non era sentita da lei nella "clausura" ma nella sua scelta di diventare e restare "sorella povera", oggi, io credo, che, per la nostra società, così frantumata e smarrita in una globalizzazione senza più casa e appartenenza, senza più uno sguardo sull'essenziale e l'unico che basti, senza più un verso dove e un qualcuno da aspettare e desiderare in pienezza, la clausura di sorelle povere possa costituire la parola profetica, la memoria "penitenziale" di conversione da donare al mondo. Ma questa è un'altra storia, anzi è il presente tanto urgente quanto complicato e sfuggente, al quale deve volgersi con passione e disponibilità lo sguardo delle sorelle povere di Chiara di Assisi.

 

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:34
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?