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La diciannovesima ammonizione di san Francesco - 1parte

Ammonizione 19: L’UMILE SERVO DI DIO

A:1. Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, 2. poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più.
B:3. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. 4. E beato quel servo, che non viene posto in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.

La struttura del brano potrebbe essere individuata in una struttura 2x2, costituita innanzitutto dai vv. 1-2 dove l’affermazione di partenza sulla condizione “migliore” dell’uomo (v. 1) viene valutata e verificata da un principio che ne dà la validità (v. 2), e poi ampliata nei vv. 3-4 costruiti sull’incrocio tra “guai” (v.3) e “beato” (v. 4) e centrati su di un aspetto particolare del principio generale della prima parte. Mi sembra il caso di dividere in due puntate la lettura dei due blocchi testuali, così da avere spazio sufficiente per un commento adeguato alle due tematiche tra loro interdipendenti ma anche distinte.

Nella prima parte del testo (vv. 1-2) ricorrono due elementi fondamentali, già altre volte incontrati, del processo educativo svolto da Francesco nei confronti dei suoi frati: da una parte la questione della verità di sé quale presupposto fondamentale per essere un servo beato e dall’altra il triangolo della vita (io-gli altri-Dio) quale spazio relazionale in cui incontrare e risolvere la domanda identitaria.

Come giudicare la propria qualità di vita? Quali criteri adottare per giungere ad una valutazione su sè stessi, consapevolezza presupposta poi per un’operatività fruttuosa nei confronti del mondo? La prima verità implicitamente proposta da Francesco riguarda un dato fondamentale dell’autocoscienza personale: la coscienza di sé non è il frutto di una pura autoanalisi ma il risultato di una relazione con l’esterno. Chi è di fronte a noi determina in qualche modo la comprensione di noi stessi. Gli altri non fanno la nostra verità ma ce la fanno percepire e riconoscere. Tuttavia vi sono per Francesco due possibili referenti esterni dai quali il servo di Dio può ritornare a sé e raggiungere un giudizio capace di misurare-capire se la propria qualità umana sia scarsa, sufficiente, buona o “migliore”.

Il primo referente è rappresentato dalle relazioni con gli altri uomini, primo spigolo del triangolo della vita. Questo viaggio “ermeneutico” su di noi partendo dagli altri, da coloro cioè che sono davanti a noi e condividono la nostra esistenza, offre un grande vantaggio ma presenta anche un enorme problema: le loro informazioni su di noi da una parte appaiono molto udibili e verificabili (il vantaggio), ma anche sono tanto instabili e contraddittorie (il problema). Da loro si è lodati ed esaltati ma anche ritenuti vili, semplici e spregevoli. E allora chi siamo? Le soluzioni sono due: o adottare tutti gli sforzi per far convergere le opinioni degli altri sulla risposta positiva, e questo a costo di mettere mille maschere per riuscire ad essere “piacevoli” ed “amabili” e dunque poi lodati ed esaltati, o trovare in sè stessi, là nel profondo, una stabilità che non dipenda dalla fluttuazione del mercato relazionale con gli altri. Perché se la verità di noi dipende dall’opinione degli altri allora non solo non c’è verità definitiva ma anche si entrerà in balia di una strutturale insicurezza e dipendenza, i cui frutti saranno l’esaltazione di noi stessi, se lodati, e l’angoscia frustrante, se disprezzati. Beato quell’uomo che non lega la sua autostima e auto accettazione alla valutazione degli altri, cioè non fa dipendere la stima pacifica e serena di sé dall’instabilità e dall’imponderabilità degli altri. Perché, come dice il Salmo: maledetto l’uomo che confida nell’uomo.

Ma quale sarà il fondamento che potrà permettere questa stabilità? Sarà semplicemente un processo stoico interno a noi stessi di indifferenza e senso di superiorità sugli altri? La risposta di Francesco è proposta nel versetto 2, quando determina che solo Dio rappresenta il fondamento stabile da cui partire per trovare una risposta su di sé. Egli è l’altro spigolo del triangolo della vita, dal quale unicamente, secondo Francesco, l’uomo deve partire per ritornare a sé in un processo di conoscenza e accettazione: “quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Anche in questo caso, però, muovendo da questo referente, vi è un vantaggio e un grave problema, due situazioni perfettamente ribaltate rispetto allo spigolo precedente. Il vantaggio di chiedere a Dio la risposta su di noi sta nella stabilità e sicurezza della risposta stessa: quanto è stabile e sicuro l’atteggiamento che Dio ha nei confronti di un uomo, tanto l’uomo troverà la misura adeguata e pacificante su di sé; in Lui l’uomo troverà il Fondamento incrollabile e fedele della sua esistenza, troverà Colui che lo accoglie nelle sue paure e lo ridimensiona nelle sue arroganze. Ma vi è anche un problema serio: la Sua “opinione” su di noi non sembrerebbe così chiara e forte come quella che ci offrono gli altri, una voce quest’ultima così entusiasmante nei successi e distruttiva negli insuccessi. Il “giudizio” di Dio su di noi è invece un sussurro di vento leggero che ti chiede di ascoltare con attenzione e calma; infatti la notizia di appartenere incrollabilmente al suo amore è così semplice e profonda che chiede la fatica dell’attenzione e della fiducia. All’uomo è chiesto dunque di ritornare con umiltà e pazienza a questo Fondamento di stabilità, a questo Orizzonte di senso per trovare una sicurezza nell’essere e un senso nell’andare senza dover dipendere da una instabilità strutturale degli altri. E tale ripartenza da Colui che unico può darci la giusta misura di noi, ricordandoci a chi apparteniamo (questa è la vera Verità su di noi e sul mondo), non significa giungere ad una forma di autonomia disprezzante gli altri e autosufficiente nei confronti del mondo, ma ottenere libertà e gratuità nei rapporti. Nei confronti degli altri si smetterà di chiedere ad essi una conferma sulla qualità della nostra persona, richiesta che rischia sempre di immetterci in un gioco di “scambi di favori” spesso falsi e sicuramente interessati, ma si inizierà invece a vivere una semplicità e autenticità di cuore che renderanno quell’uomo capace di fare di sè un dono senza pretendere nulla in cambio. Ed egli sarà allora veramente beato. In Dio ha la sorgente della sua verità semplice che lo fa essere contento di sé; e a partire da questa appartenenza a Dio e a sè stesso potrà stendere la mano all’altro per restargli vicino anche se fosse diventato suo nemico. 

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Ultima modifica ilMartedì, 18 Marzo 2014 00:22
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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