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La diciannovesima ammonizione di san Francesco - 2parte

Ammonizione 19: L’UMILE SERVO DI DIO

A:1. Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, 2. poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più.
B:3. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. 4. E beato quel servo, che non viene posto in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.

In questa seconda parte dell’ammonizione 19, Francesco, oltre a tornare sul grave rischio che corre un servo di Dio nell’essere posto in alto (aspetto già affrontato all’Ammonizione 4), sembrerebbe voler specificare quanto affermato in via generale nella prima parte, offrendo una situazione specifica del rischio di essere in balia del giudizio degli altri. Infatti, una forma molto particolare di lode e di esaltazione che si riceve dagli altri è sicuramente l’essere “posto in alto” per svolgere un ruolo di autorità e responsabilità. Tale incarico è un riconoscimento chiaro e forte di stima e di valore, cioè dell’ essere “migliore” di altri per assolvere quella funzione. E’ interessante la categoria spaziale utilizzata da Francesco per conferire al prescelto una necessaria posizione di visibilità: chi ha autorità deve essere in alto per vedere meglio le cose e i problemi da risolvere. E’ chiaro allora: quella posizione ti fa essere diverso dagli altri e anche unico. E se questa posizione è necessaria per assolvere all’ufficio, essa però è anche rischiosa per l’identità del singolo, il quale potrebbe confondersi nella collocazione giusta di fronte agli altri, ritenendosi più in altro e dunque diverso, unico e allora “migliore” degli altri. E’ quanto sviluppa nei due versetti della seconda parte dell’ammonizione.

La prima notazione da fare al testo riguarda la sua costruzione binaria organizzata a contrasto tra la prima e la seconda parte scandite dal rapporto incrociato tra “guai” e “beato”. Mentre nelle ammonizioni 13-18 l’attenzione era posta soltanto sul “beato il servo”, per qualificare le sue caratteristiche, qui lo stesso obbiettivo viene raggiunto con una tecnica di confronto in cui, attraverso l’alternanza tra “beato” e “guai”, si riesce ad illuminare da due punti di vista la stessa proposta. Indubbiamente, il contrasto-confronto tra le due opposte situazioni diventa a livello formativo uno strumento molto efficace per aiutare i frati in un cammino di consapevolezza.

E ora veniamo al testo. La costruzione binaria del testo, secondo la doppia via del guai (v. 3) e del beato (v. 4), presenta uno sviluppo fortemente simmetrico, dove la prima parte della situazione, costituita dall’essere stato posto in alto, diventa situazione di pericolo o di beatitudine in base agli atteggiamenti descritti nella seconda parte, cioè in base ai sentimenti interni che il servo di Dio, il religioso, vive dentro di sé nell’assolvere quel mandato. Quel ruolo sarà un guaio serio per colui che si accorge di non voler scendere da quella posizione alta. Forse non lo ha cercato quel posto, in ogni caso sente che essere là, “sopra” gli altri, lo fa sentire così importante da non voler ritornare “tra” gli altri. E’ un guaio perché il sentirsi “più in alto” e di conseguenza “migliore” degli altri lo fa sentire bene e importante. E’ un guaio perché sente che la risposta alla sua identità vera la fa dipendere e la identifica con quella posizione che gli hanno dato gli altri. E dover scendere da lì significherebbe perdere la “stima” di se dipendente dalla “stima” degli altri e dall’“onore” di quella posizione. E quell’uomo non sarà mai beato, perché costantemente “angosciato” dalla paura di perdere un posto che non è suo, perché da altri consegnatogli, ma al quale attribuisce un valore risolutivo per avere una risposta su di sé: io più in alto e dunque migliore o forse “il migliore”.

L’altro uomo, invece, che, posto in alto contro la sua volontà, sente quel ruolo come faticoso e forse anche pericoloso, e desidera scendere, è beato perché non rischia di avere le “vertigini” nell’essere posto in alto e la “depressione” nell’essere posto in basso. Quell’uomo resterà libero dal ruolo senza fare di esso la risposta alla sua identità né la catastrofe della sua vita se ne fosse privato. Quell’uomo sarà beato perché quando dovrà “scendere” lo farà con serenità e gioia come lo faceva quando era in alto; “in alto” non cercava se stesso ma il semplice servizio, anche pesante, degli altri e “in basso” si sente sicuro e felice perché da lì non potrà più cadere.

Nei due versetti finali dell’ammonizione Francesco, dunque, ricorda una cosa di assoluta importanza per la sua visione della vita: in ciò che fai, e soprattutto quando eserciti l’autorità sugli altri, devi avere sempre chiari i sentimenti con cui lo vivi fino a chiamarli per nome; e per saper bene quali essi sono, ascolta dentro di te se sei libero e leggero nel ridiscendere o ti sei arroccato su quella posizione perché da essa dipende la tua autostima. In fondo, sembrerebbe dire Francesco, tanto bisogno di riconoscimento potrebbe essere l’indizio di un buco di autostima che deve essere compensato e riempito con la lode e l’apprezzamento chiesti agli altri. Ma in quel caso tu non sei niente altro che quello che gli altri ti riconoscono, e non saprai mai chi tu sei in verità.

Un altro aspetto interessante dell’ammonizione è il rapporto incrociato tra “essere in alto sopra gli altri” e il desiderio-disponibilità di “mettersi ai piedi sotto gli altri”; la posizione giusta dell’essere in alto la si può misurare se è in stretto rapporto con i piedi a cui devi servire avendo assunto quelle altezze. La stessa dinamica era presente nell’ammonizione 4, dove l’ufficio prelatizio era misurato dalla volontà di lavare i piedi. Il vero stare in alto acquista la sua giusta collocazione quando si è chini per lavare i piedi degli altri e non in alto per farseli baciare con più comodità. Ed è chiaro che vivere in alto per occuparsi dei piedi degli altri è estremamente faticoso e scomodo; e allora quell’uomo desidererà di scendere per potersi rialzare dalla scomodità di occuparsi dei piedi degli altri. 

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Ultima modifica ilMartedì, 18 Marzo 2014 00:21
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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