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La diciassettesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 17: L’UMILE SERVO DI DIO

Beato quel servo il quale non si inorgoglisce per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più che per il bene che dice e opera per mezzo di un altro. Pecca l’uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non vuole dare di sé al Signore Dio. di cuore sono coloro che di-sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro

Si può ritenere che le ammonizioni di Francesco siano una continua variazione sul tema centrale dell’autenticità di cuore, e ciò mediante una ripresa e rielaborazione costante della stessa visione antropologica e teologica. La presente ammonizione ne è una prova. In essa innanzitutto ritroviamo i tre soggetti che costantemente Francesco intreccia per spiegare la vicenda umana nelle sue molteplici manifestazioni, e cioè l’io di colui che legge-ascolta l’ammonizione, l’altro uomo davanti a sé e il Signore che è nei cieli. Si tratta di fatto della triangolazione dell’esistenza, di cui due angoli sono visibili (il servo di Dio e l’altro fratello che gli sta di fronte), il terzo invece invisibile (il Signore Dio), pur essendo l’origine e il punto di arrivo degli altri due. Questi tre soggetti sono però collegati tra loro da una quarta presenza, che non solo è il prodotto delle relazioni tra i tre angoli della vita, ma costituisce, per Francesco, lo strumento per verificare e vagliare la qualità e la verità dei rapporti tra i tre momenti del triangolo esistenziale: “il bene” operato da Dio nel servo di Dio e negli altri. Come in altre ammonizioni già incontrate, anche in questa Francesco tenta di offrire una lettura dei meccanismi esistenziali presenti nel servo di Dio, ragionando su due possibili alternative –  relative ai due versetti del breve testo – del suo modo di sentire e gestire il bene da lui prodotto.

La prima parte dell’ammonizione, nel versetto 1, segue la via positiva che può essere così riformulata: beato quel servo che riesce a tenersi in rapporto armonico e simmetrico con l’altro angolo visibile del triangolo esistenziale in cui è collocato; e ciò avviene quando si “inorgoglisce” in egual modo sia del bene operato da lui stesso, che di quello compiuto dal fratello. E’ interessante la proposta sapienziale di Francesco. Il servo di Dio potrà godere dei sentimenti che prova per i beni da lui stesso compiuti solo se essi corrispondo a quelli che prova per i beni compiuti dal fratello, perché in questo caso egli sarà sicuro di non essere in preda ai due peggiori nemici della sua anima: l’orgoglio-superbia-disprezzo dell’altro per le proprie buone opere o l’invidia-rabbia-tristezza per quanto compiuto di bene dall’altro. Nei commenti alle precedenti ammonizioni abbiamo già notato che le due serie di sentimenti sono parenti stretti e quando colgono l’uomo lo devastano. Dunque, verificare che davanti al bene dell’altro si hanno gli stessi sentimenti di gioia e letizia provati per se stesso garantisce al servo di Dio di essere quello che afferma di essere, cioè un uomo capace non solo di riconoscere la presenza di Dio all’origine di ogni bene ma anche di vivere il proprio bene come atto di servizio a favore degli altri. Insomma: la possibilità di verificare che egli veramente possiede sentimenti da “servo di Dio” dipende non dalla quantità di sentimenti religiosi che scattano in lui dopo aver compiuto il bene, ma dall’ascolto delle reazioni che gli sorgono dal cuore alla vista del bene compiuto dagli altri. Il fratello davanti a me mi permette di capire il rapporto che ho con Dio, al quale riferisco, anche con devozione ed esultanza, il bene da me compiuto. In ultima analisi, la natura del circolo tra me, il bene da me compiuto e Dio non è possibile verificarla e valutarla senza coinvolgere anche il bene compiuto dall’altro. Agli occhi di Francesco, un’autovalutazione, con puri criteri religiosi, del rapporto tra me e Dio, concentrandosi magari sulla bontà del prodotto finale, è sempre insicura e forse ingannevole perché rischia una forma di appropriazione orgogliosa del bene, che diventa mia proprietà e dal quale in fondo caccio Dio, trasformando il bene compiuto in strumento di potere e occasione di disprezzo dell’altro.

            La seconda parte dell’ammonizione, formulata per via negativa, prolunga la triangolazione dei rapporti precedenti, sebbene ne inverta il movimento. Il peccato, e dunque il ‘guai’ che si abbatte sul servo di Dio, sorge quando colui che si definisce “servo di Dio” istaura un rapporto squilibrato con i due altri angoli della sua esistenza, pretendendo di ricever più di quanto dona. Se nella prima parte del testo si trattava di donare riconoscimento e stima agli altri per il bene da essi compiuto, atteggiamento che garantiva la legittimità e bontà dei sentimenti che il servo di Dio poteva avere sui propri risultati buoni, in questa seconda al centro si pongono i sentimenti di stima che il servo di Dio “vorrebbe ricevere dal prossimo” per le proprie buone prestazioni. Ed anche in questo caso, confermando il metodo precedente, Francesco propone una misura “sicura” grazie alla quale il servo di Dio può giudicare la bontà o meno dei sentimenti inclusi in quella richiesta e aspettativa. La misura è precisa: quel desiderio di “ricevere” riconoscimento dal suo prossimo sarà un atteggiamento di “peccato” e, dunque, “un guaio” per la sua anima se non si collega direttamente ad una disponibilità e prontezza a “restituire” altrettanto a Dio. Il movimento è preciso: il riconoscimento degli altri non diventerà un evento pericoloso se incontrerà un cuore che prolunga oltre se stesso quanto ricevuto, e ciò mediante un riconoscimento che tutto quanto da lui compiuto gli era venuto da Dio a cui solo spetta la vera gloria e la lode. Interrompere questo secondo movimento di lode e di riconoscimento, bloccandolo a se stessi, senza farlo procedere oltre verso la fonte di ogni bene, significa “appropriarsi” del bene compiuto per farne motivo della propria gloria ed esaltazione. E tutto ciò sarebbe il peccato più grave che può commettere un uomo che si definisce “servo di Dio”, perché con esso rovina la sua anima, chiamata invece ad essere libera e leggera sia nel riconoscere e gioire del bene degli altri che nel rinviare a Dio la lode e la benedizione quale fonte di ogni bene, lui che è il Sommo bene e tutto il bene. 

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Ultima modifica ilMartedì, 25 Febbraio 2014 00:08
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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