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La diciottesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 18: LA COMPASSIONE PER IL PROSSIMO

Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile. Beato il servo che restituisce tutti i suoi beni al Signore Iddio, perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del Signore suo Dio, e gli sarà tolto ciò che credeva di possedere.

Anche in questa ammonizione ritorna il parallelo binario dei due termini a confronto, soltanto che qui Francesco abbandona la figura retorica delle due vie, l’una positiva l’altra negativa (beato-guai), per assumere quella della doppia affermazione positiva: beato-beato. La dinamica parallela e convergente stabilita tra i due brevi versetti ha il suo centro propulsivo nei due verbi di partenza, correlati ad uno stesso soggetto che si rapporta a due diverse situazioni: “Beato l’uomo che offre se stesso al suo prossimo” (v. 1) e “Beato il servo che restituisce i beni al Signore” (v.2). A me sembra che i due momenti non siano tra loro giustapposti ma costruiscano aspetti supplementari di un cammino sapienziale proposto da Francesco ai suoi frati. Tuttavia l’ordine tra i due versetti dovrebbe essere invertito: il “servo” di Dio restituisce al Signore i suoi beni (v. 2) quando da “uomo” offre se stesso al fratello in difficoltà (v.1). Articoliamo questa ipotesi interpretativa.

La prima e fondamentale vocazione dell’uomo è essere “servo di Dio”, identità che si esplica in particolare nel modo di gestire i “beni” di cui si dispone (materiali e spirituali). La questione del non appropriarsi dei beni, aspetto che abbiamo già tante volte incontrato nelle ammonizioni precedenti, qui viene ad essere esplicitata ed arricchita ulteriormente mediante l’uso di un verbo strategico per Francesco: “restituire”. Il servo è colui che, consapevole di non essere proprietario di quanto ha, restituisce tutti i suoi beni al suo Signore. Un uomo che vive i suoi beni “da servo” e non da padrone, senza appropriarsene, senza farne, cioè, motivo di dominio e prestigio sugli altri, ma riconsegnandoli a Dio riconosciuto la loro fonte, è un uomo libero dall’ansia di concorrenza e di prestazione; egli, vivendo da servo, vivrà “beato” perché quei beni non saranno mai fonte di affanno per ottenere riconoscimento e stima, o di paura e violenza per doverli difendere e non rischiare di perderli.

Nelle ammonizioni precedenti abbiamo già spesso ascoltato questo linguaggio di Francesco nel richiamare al rischio dell’appropriazione dei beni, atteggiamento che renderebbe il “denaro sporco”, incapace, cioè, di creare vera ricchezza per la vita dell’uomo e fonte di condanna finale perché denaro rubato e nascosto invece che donato e restituito. Nella nostra ammonizione, però, si aggiunge una importante specificazione sulle modalità concrete della restituzione dei beni a Dio. Tale atto non è semplicemente da identificare con una serie di atteggiamenti psicologici-spirituali, quali l’assenza di un moto di orgoglio e superbia nel gestire quei beni, o la presenza, al contrario, di un sentimento di lode di Dio per quanto si è ricevuto così da innalzare a lui ringraziamenti e offerte sacre. La restituzione a Dio non è innanzitutto o esclusivamente un atto religioso, ma primariamente un atto di solidarietà e condivisione con i fratelli nel bisogno. Il “servo” restituisce a Dio i suoi beni quando da “uomo” si prende cura delle “fragilità” degli altri offrendo con gratuità e generosità i suoi beni.

A questa possibile relazione tra restituzione a Dio e offerta di sé ai fratelli occorre aggiungere un’altra annotazione che, a mio avviso, rappresenta la definitiva articolazione del rapporto tra i due verbi strutturanti il nostro testo. Se l’offerta di sé alla fragilità dei fratelli costituisce la modalità concreta di riconsegnare a Dio i suoi beni, la precisazione di come vada pensato questo dono di sé diventa un passaggio di estremo rilievo per illuminare anche la natura della restituzione a Dio. Se il servo di Dio effettua una vera restituzione a Dio, attuando un’autentica offerta di sè alle fragilità dei fratelli, allora il problema si sposta sulla modalità di attuare questa relazione con i bisogni dei fratelli. La risposta proposta dal Santo ha due momenti.

Innanzitutto la questione è illuminata da Francesco attraverso una specie di metafora: l’offerta di sé significa diventare un “sostegno alle fragilità” dell’altro. Le “fragilità” sono tutte quelle situazioni nelle quali si evidenzia la debolezza dell’uomo, per i bisogni sia fisici che morali, situazioni che tolgono all’uomo l’autonomia e la forza di andare avanti con libertà e serenità sulla via della vita. Il “sostegno” da offrire al prossimo nella sua fragilità significa allora diventare un uomo che dona una “spalla” a colui che gli è vicino e sta cadendo, che dona cioè quella forza che l’altro, suo prossimo, non ha più. Ne consegue che i beni da riconsegnare a Dio sono quei beni che diventano sostegni donati alle fragilità del prossimo in sostituzione alla sua debolezza e povertà. Sappiamo anche che tutti i beni che possono essere regalati come sostegno si riassumono per Francesco in una parola: la misericordia. Con essa infatti si dona ai “miseri” la cosa più preziosa che si ha e che unica può donare un vero sostegno alla vita: “il cuore”. Restituire a Dio il “cuore” quale “sacrificio di lode” significa donarlo ai “miseri” colpiti al cuore dalla vita, e tale “sostegno” costituisce l’unica possibilità di donare loro nuovo spazio e tempo di vita, nuova speranza e possibilità di rimettersi in cammino; si potrebbe dire che avviene una specie di “trapianto di cuore”, quello ferito a morte viene sostituito da quello donato per amore.

A questo punto scatta l’altro aspetto sottolineato da Francesco, quello per lui, forse, più importante e decisivo, perché con esso si determina il criterio per giudicare bene quale debbano essere la modalità, i tempi, le quantità con cui regalare se stesso al prossimo, diventando per lui una spalla di misericordia su cui appoggiarsi. Il metodo è tanto generale quanto efficace: offrire un appoggio “in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un ca­so simile”. E’ questa la “regola d’oro” di Francesco utilizzata dal Santo almeno otto volte nei suoi testi. Ne riportiamo un solo passaggio, forse il più significativo: “E colui al quale è affidata l’obbe­dienza e che è ritenuto maggiore, sia come il minore e servo degli altri fratelli, e usi ed abbia nei confron­ti di ciascuno dei suoi fratelli quella misericordia che vorrebbe fosse usata verso di sé qualora si trovasse in un caso simile”. (LetFed 42-43). Per comprendere quale sia il sostegno buono e adeguato da offrire, cioè quale sia la forma migliore di misericordia di volta in volta da regalare, l’uomo deve effettuare un processo di sostituzione: assumere su di sé quella fragilità, o meglio sentirla dal di dentro diventando come l’altro, cioè fragile e vulnerato. Una cosa per Francesco è sicura: senza un moto di sostituzione empatica non è possibile offrire veramente all’altro se stessi, infatti, la misura giusta dell’amore misericordioso è solo quello che si dà a se stessi. E dunque il principio base della regola d’oro è preciso: Amare se stesso nell’altro mediante una specie di sostituzione. Francesco direbbe: “Diventa lui e amati! Questo è l’adeguato ed efficace sostegno da offrire all’altro!” Colui che agisce così non soltanto è un “uomo degli uomini”, ma anche “servo di Dio” perché in questo meccanismo di sostituzione davvero riconsegna totalmente se stesso a Dio consegnandosi totalmente all’altro riconosciuto e amato come se stesso. E sarà “beato”, perché egli rientra nel triangolo dalla vita (io-Dio-gli altri), in quel meccanismo di restituzione e di offerta che unico sana le ferite, ridà dignità e rimette in modo il cammino della vita in sè stessi e negli altri.

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Ultima modifica ilMartedì, 04 Marzo 2014 00:47
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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