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La Dodicesima ammonizione di S.Francesco

Ammonizione 12: COME RICONOSCERE LO SPIRITO DEL SIGNORE

A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua «carne» non se ne inorgoglisce poiché la «carne» e sempre contraria ad ogni bene, ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini.

In questa ammonizione, insieme alle prossime due, emerge uno degli obbiettivi nodali proposti da Francesco ai suoi frati attraverso i 28 brevi testi: come conoscere se stessi, cioè come conoscere lo spirito che alberga nel profondo del cuore. Ripetendo quanto abbiamo già notato in antecedenza, per Francesco la cosa più importante da esortare ai suoi frati non è il raggiungimento di un prodotto finale positivo a vantaggio del mondo e del regno di Dio,  ma l’autenticità dello spirito evangelico del loro cuore senza il quale ogni opera buona diventa un autotradimento. La presente ammonizione è la prima di una precisa proposta di metodo da parte di Francesco nell’aiutare i suoi frati in questo atto di verità fondamentale.

L’obbiettivo, infatti, a cui tende il testo è preciso: indicare ai frati il “segno” grazie al quale “si può riconoscere se il servo di Dio ha lo spirito del Signore”. Francesco, spiazzando ogni logica normale e, addirittura, quasi contraddicendo il vangelo, non ritiene che il” segno” per riconoscere il vero servo di Dio siano i “frutti buoni” da lui prodotti. Infatti, come aveva già detto nell’Ammonizione 2, il conoscere molto, l’essere i più belli, e operare cose stupende sono azioni che potrebbero essere compiute anche dai demoni; dunque il prodotto finale non garantisce il cuore da cui esso sgorga. Mentre una cosa i demoni non possono fare: non appropriarsi del “bene”, cioè non possono vivere quel “bene” come dono di gratuità senza trasformarlo in autoaffermazione. Dunque, per comprendere quale sia lo spirito che anima l’agire dell’uomo, non basta guardare alle opere compiute, ma occorre retrocedere ai sentimenti che sottostanno ad esse, alle energie psichiche-spirituali dalle quali sono sgorgate quelle opere. Insomma, Francesco suggerisce ai frati di spostare l’attenzione dalle opere “visibili esterne”, ai sentimenti “invisibili interni”: quelli dicono la “verità” del proprio spirito. Perché le cose importanti sono invisibili agli occhi. Francesco infatti sa molto bene che una stessa opera buona può nascere da due spiriti: quello della carne o quello del Signore.

Lo spirito della carne è agitato dal desiderio di fare di quell’opera buona motivo di orgoglio, esaltazione, glorificazione; l’uomo, animato da quello spirito, tenta di fare delle sue opere buone la manifestazione di ciò che pretende di essere, quasi che quelle opere manifestino la verità di sé. Ma in tal modo l’uomo rischia di cadere in una doppia menzogna: oltre ad attribuire a se ciò che è di Dio, inganna se stesso facendo corrispondere la propria identità all’opera compiuta. In ultima analisi si può dire che lo spirito della carne, agitato dalla paura di essere di carne, è assillato dal bisogno di dimostrare di essere “perfetto” e di più della carne, dimostrazione che, secondo lui, lo farebbe uscire da quello stato che reputa vile e abbietto. Le sue opere sembrerebbero confermarlo in quel tentativo disperato di innalzamento e di superbia, cioè di super-ire, di andare al di là della sua carne.

Lo spirito del Signore invece è animato dalla libertà e dalla gratuità nel opere buone compiute con le quali non smette di essere di carne. Francesco qui ripete quanto aveva già esortato ai suoi frati predicatori: di “non gloriarsi, né godere tra sé, né esaltarsi dentro di sé delle buone parole e delle opere anzi di nessun bene che Dio dice, o fa o opera talora in loro e per mezzo di loro” (Rnb 17,6) ma di restare umili e veri, cioè di carne fragile e debole. Contro il rischio dell’appropriazione ed esaltazione menzognera, nella nostra ammonizione viene proposta dal Santo una specie di operazione, articolata su di un rapporto inversamente proporzionato tra le parti: tanto più le tue opere sono buone, fruttuose e famose, tanto più tu devi mantenere forte e chiara la coscienza del tuo essere “vile” e di poco conto, cioè di essere semplicemente “uomo”. E’ quanto aveva già detto nella Regola: “Lo spiri­to del Signore invece vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, e ricerca l’umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito; e sempre desidera soprattutto il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Rnb 17,14-16). Con questo linguaggio, un po’ estremo, Francesco non sta proponendo un’antropologia negativa di tipo cataro, in cui la materia e il corpo sono il male e, dunque, vanno disprezzati e combattuti. Il Santo è preoccupato solo di aiutare i suoi fratelli a restare uomini di carne, cioè capaci di “opere buone” senza che esse diventino motivo di superbia, trasformandosi nel loro opposto, cioè in opere di menzogna idolatrica di sé. Se infatti le opere buone nascono da uno spirito di carne, che vuole dimostrare di essere altro da sé (di non essere di carne) e perciò superiore agli altri (che sono di carne), esse si trasformano in opere di morte perché ingannano chi le opera e diventano motivo poi di contesa; se invece nascono dallo spirito del Signore, cioè restano dono e servizio agli altri, esse non solo non si oppongono alla verità del nostro “essere di carne”, ma anzi aiutano ad accettare con letizia e pace tale condizione, ricordandoci che proprio essa è stata assunta con libertà e amore da Colui che, pur essendo il Signore del mondo, si è fatto carne e servo per noi. Questa è la vera opera buona, la santa operazione dello Spirito del Signore che vuole liberarci dalla menzogna dello spirito della carne, per fare della nostra carne un evento dello Spirito: con le nostre opere buone arricchire gli altri restando consapevoli della nostra povertà di carne che ha bisogno di essere arricchita e completata dallo Spirito del Signore.

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Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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