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La Quattordicesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 14:  LA POVERTÀ DI SPIRITO

Ci sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortifi¬cazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è vera¬mente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono nella guancia.

Con questo testo siamo di fronte ad un’altra Ammonizione (s)travolgente di Francesco nel suo tentativo di aiutare i frati alla verità della vita, quella verità che alberga nel profondo del cuore e che è possibile raggiungere solo con la spietatezza dell’onestà con se stessi. Tra i “beni” da noi prodotti, che sembrerebbero dimostrare la nostra appartenenza al mistero di Dio, è da annoverare la preghiera, con le relative forme religiose di mortificazione e ascesi corporale. E’ interessante la formulazione del testo: le diverse attività religiose, descritte da Francesco, nascono da un uomo che “si applica con insistenza” e determinazione a raggiungere Dio con un investimento notevole di tempo e con un controllo attento del proprio corpo, sperando di ottenere una povertà di spirito che lo renda gradito a Dio. La preghiera e l’ascesi come prestazioni importanti di una vita completamente dedita a Dio! Questo è un uomo di Dio.

Forse! Ma come provarlo? Come essere sicuri che con tutte quelle forme religiose si è diventati “poveri in spirito”, cioè liberi e leggeri nella qualità della vita guidata dalla presenza di Dio e disponibile alla misericordia nei confronti degli altri? Bastano quelle prestazioni religiose per garantire la radice da cui dovrebbero nascere? Lo spirito da cui sgorgano è davvero povero, cioè umano, o quelle forme mascherano un'altra verità? Domande da cento punti, facilmente disattendibili e irrisolvibili se non intervenisse un mezzo di contrasto, unica via per raggiungere le profondità del cuore. Come nella precedente ammonizione, per Francesco occorre che intervenga il famoso sasso nel pozzo perché quelle profondità diano indizi di ciò che vi è in verità là dentro. E nell’ammonizione proposta ai suoi frati, il mezzo di contrasto non è un masso che sconvolge la quiete del pozzo, ma un piccolo sassolino che “sembrerebbe” essere gettato dentro all’apparente tranquillità e stabilità di un cuore pieno di povertà spirituale. Il risultato è del tutto inaspettato, rivelando una verità molto diversa da quella che ci si aspetterebbe.

La costruzione letteraria del testo è assolutamente interessante. Alle tante parole rivolte dal frate religioso a Dio si contrappone “una sola parola che sembri ingiuria alla propria persona”, ed essa basta per azzerare tutte le altre; altrettanto vale per l’intensa vita ascetica nella quale quell’uomo religioso ha rinunciato a tutto, eppure basta una sola cosa che gli sembri essergli stata tolta ingiustamente dagli altri che “subito scandalizzato si irrita”. Cosa è avvenuto? L’ira, che irrefrenabile e immediata scoppia dal cuore di quell’uomo religioso, dice una verità spietata e tragica. Quell’uomo non stava vivendo le sue forme religiose per acquistare la povertà di spirito, cioè quella libertà e leggerezza che lo avrebbe reso disponibile alle sorprese della vita restando aperto alla diversità dell’altro senza restarne scandalizzato. Quell’uomo viveva tutti i suoi sforzi religiosi per acquistare una posizione di prestigio e di onore, per essere stimato e riconosciuto come “santo”, cioè come “speciale” e più in alto degli altri. E’ questo riconoscimento che avrebbe desiderato ricevere come “ricompensa” dei suoi sforzi. Lo dimostra la rabbia che invece scoppia in sé dalla sua impressione di non essere stato riconosciuto, stimato e onorato. Il sassolino buttato nel suo pozzo mostra che là dentro non c’era un uomo povero di spirito, ma uno ricco di religione e povero di umanità. La sua religione piena di sforzi e di esercizi non era servita a nulla. Essa non era niente altro che un modo diverso per “guadagnare la propria vita” utilizzando Dio come merce preziosa di scambio. Il sassolino della critica e della piccola ingiustizia nei confronti della sua persona diventa il masso che travolge e spazza via quel meccanismo falso, smascherando una verità tragica e isospettabile, nascosta dietro tanta religione.

Le opere buone religiose, dice Francesco, non sono vere se non vengono misurate dalla povertà della carne che prova quanta autenticità vi è nel desiderio contenuto nei gesti religiosi. Le opere religiose se non servono per amare i nemici e accogliere con docilità e generosità la vita, non servono a nulla. Dio non ha bisogno dei nostri sforzi religiosi! Essi non lo fanno più Dio. Servono a noi per diventare più uomini e capaci di restare fratelli senza essere invasi dalla rabbia e dalla violenza. La loro misura non è dunque da trovare in Dio, ma nella propria umanità che accetta di essere povera e dunque senza pretese. Le nostre preghiere, dice Francesco, non deve farci “uomini di Dio” con il rischio di disprezzare coloro che invece restano semplicemente uomini, essa, invece, deve farci definitivamente uomini, come è avvenuto in Cristo che si è fatto uomo. Un commento perfetto al testo spietato di Francesco nello smascherare meccanismi religiosi autocentrati, cause costanti di divisione e violenza sacra, è offerto da un passaggio folgorante della Simon Weil: “Il valore di una forma di vita religiosa, o più in generale spirituale, lo si valuta in base all’illuminazione proiettata sulle cose di quaggiù. Le cose carnali sono il criterio delle cose spirituali. … Solo le cose spirituali hanno valore, ma le cose carnali sono le uniche ad avere un’esistenza constatabile. Quindi il valore delle prime è constatabile solo come illuminazione proiettata sulle seconde”.

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Ultima modifica ilMartedì, 11 Febbraio 2014 23:49
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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