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La sedicesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 16: LA PUREZZA DI CUORE

Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che di-sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro

Si potrebbe dire senza paura di sbagliare che la purezza di cuore e, si può aggiungere di mente, costituisce l’obbiettivo generale perseguito da Francesco nelle ammonizioni rivolte ai suoi frati. Inoltre, tenendo presente quanto già notato nelle precedenti ammonizioni, si può ritenere che la purezza di cuore e di mente abbia due direzioni e due caratterizzazioni: essa è “chiarezza” e “consapevolezza” di quanto c’è nel cuore, di quanto alberga in verità in esso, ed è anche “appartenenza” semplice e vera a Colui che unicamente può riempire i desideri e rispondere alle domande nascosti nel profondo dell’uomo.

Riguardo al primo versante abbiamo le ammonizioni attraverso le quali Francesco aiuta i suoi frati a far chiarezza con se stessi per smascherare i processi di autoinganno riguardo a ciò che si afferma di essere e quello che invece veramente si è. La purezza di cuore, a questo livello, è la capacità di un’autocoscienza su di sé con la quale l’uomo chiama le cose per nome, smascherando i proprio meccanismi psicologici e spirituali in cui alla parola identitaria di “servo” si sono aggiunte altre componenti dissonanti e distorcenti, connesse con il desiderio-tentazione di diventare o essere  “padrone-proprietario”.

Il secondo versante della purezza di cuore riguarda l’appartenenza semplice e profonda che un uomo viene ad avere con il mistero di Dio, grazie al quale egli ottiene un nuovo e “puro” rapporto con le cose che lo circondano. Per specificare quale sia la purezza di cuore connessa a questa appartenenza, Francesco nel nostro testo propone due verbi a contrasto: “disprezzare le cose terrene” e “adorare e vedere sempre il Signore”. Non credo che i due verbi non propongano una purezza di cuore frutto di una fuga dal mondo per una spiritualità disincarnata. In particolare con il primo verbo il Santo non propone una specie di condanna generale e assoluta delle realtà terrestri come in sé cattive, come se Francesco assumesse un giudizio di tipo cataro sul mondo. In tal caso non si capirebbe come sia potuto nasce dal suo cuore il cantico di Frate sole, inno di lode a Dio per la bellezza del mondo, che di Lui porta significazione. Al contrario, il disprezzo delle cose, di cui parla Francesco, vuole esprimere la totale asimmetria del rapporto del mondo con Colui che ne è il Signore. Riconoscere questo rapporto è vivere nell’adorazione di Colui che è il Signore del mondo intero, riconosciuto come il senso primo e ultimo dei desideri del cuore e della mente e la risposta ad una loro giusta collocazione dentro al mondo. In tal senso si può dire che tra disprezzo del mondo e adorazione di Dio vi sia un doppio movimento nella visione di Francesco: dal mondo a Dio e da Dio al mondo. Adorare il Signore costituisca innanzitutto fare del mondo una scala, una via per ritornare all’uno che solamente basta al cuore dell’uomo e lo rende “sazio”. Adorare il Signore significa anche ritornare al mondo per servire in esso il volto di Lui liberando il cuore dal desiderio di possedere e dominare il mondo delle cose.

Insomma solo l’adorazione del Signore riconosciuto come l’unico Signore di tutte le cose può concedere all’uomo di avere un cuore puro, capace di libertà dalle cose che ritornano ad essere via al sapienza di Lui e spazio di impegno da parte dell’uomo per un mondo migliore. Il cuore dell’uomo è puro quando riesce ad essere guidato da un unico principio di riferimento a partire dal quale e verso il quale ordinare la pluralità delle cose e degli eventi, e grazie al quale avere i criteri direttivi per servire e amare il mondo senza trasformasi in padrone. Se il Signore del mondo diventa il Signore del cuore, allora quel cuore avrà una purezza di impasto perché vivrà una reale e profonda unitarietà di appartenenza. L’adorazione del Signore non crea un cuore che disprezza il mondo, mediante una fuga da esso, ma un cuore che conferisce alle cose la loro giusta posizione e bellezza perché viste e ricollocate in colui che ne è l’origine e il senso.

Francesco offre un altro testo nel quale, riproponendo la metafora del cuore e anche della mente pura, richiama i suoi frati al rischio di perdere una relazione autentica con Lui condendo in un rapporto sbagliato con le preoccupazioni del mondo. “E guardiamoci bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’uomo non abbia la sua mente e il cuore rivolti a Dio; e, circuendo il cuore dell’uo­mo con il pretesto di una ricompensa o di un aiuto, mira a togliere e a soffocare la parola e i precetti del Signore dalla memoria, e vuole accecare il cuore dell’uomo, at­traverso gli affari e le preoccupazioni di questo mondo, e abitarvi. […] Ma, nella santa carità, che è Dio, prego tutti i frati, sia i ministri che gli altri, che, allontanato ogni impedimento e messa da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, in qualunque modo meglio possono, si im­pegnino a servire, amare, adorare e onorare il Signore Iddio, con cuore puro e con mente pura, ciò che egli stesso domanda sopra tutte le cose. […]E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio onni­potente, Padre e Figlio e Spirito Santo” (Rnb XXII 19ss). Stabilire cosa sia un cuore e una mente puri è in stretta relazione con la domanda sulla loro appartenenza, e ancora meglio sulla loro abitazione: l’uomo, sintetizzato dalla doppia metafora di cuore e mente, appartiene a chi abita e possiede i suoi desideri e le sue aspirazioni. Rivolgere il cuore e la mente alle preoccupazioni del mondo, facendone il senso e il fine di se stesso, significa per un uomo spegnere in se stesso la memoria di Dio e accecare gli occhi sul mondo, con la conseguenza sicura di ridursi a cosa tra le cose e in balia di esse perché abitato da esse, cioè non più loro signore ma loro schiavo. Vivere invece nell’adorazione, nella benedizione, nell’amore, nel servizio del Signore significa mantenere il cuore e la mente puri, liberi, integri, capaci di uno sguardo bello e liberante sul mondo intero. Se abitato da colui che è il Signore dell’universo, l’uomo diventa signore del mondo perché contempla in ogni cosa la presenza di Colui che lo abita e con gioia diventa servo-amministratore del mondo affinché esso resti icona di Colui che è la bellezza.

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Ultima modifica ilLunedì, 17 Febbraio 2014 23:43
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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