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La Tredicesima ammonizione di S.Francesco

Ammonizione 13: LA PAZIENZA

Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfa¬zione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più.

Come fa colui che si definisce “servo di Dio” a sapere se in lui vi siano “la pazienza e l’umiltà”, cioè i due sentimenti fondamentali che fanno di un uomo “un servo di Dio”? Cioè, più in generale, come è possibile sapere con certezza se è vero quello che si afferma di essere e di cui forse, in modo nascosto, ci si esalta e si e glorifichi davanti agli altri?

Nell’ammonizione Francesco prolunga l’operazione già iniziata nella precedente per offrire ai suoi un metodo ermeneutico al fine di conoscere se stessi. Questo processo è collocato da Francesco dentro le due possibilità che caratterizzano la vita mostrandosi soddisfatta-forte-realizzata o insoddisfatta-fragile-tradita. E ribaltando la logica normale, che spera di vivere nella prima condizione e rifiuta con paura la seconda, il Santo ritiene che la condizione migliore per conoscere se stessi e giungere alla verità sia offerta al frate nel momento in cui la vita sembrerebbe tradire le aspettative e le promesse. Per il santo infatti, fino a quando il servo di Dio riceve soddisfazione, non può conoscere “quanta pazienza e umiltà abbia in sé”. La soddisfazione a cui rinvia Francesco nell’ammonizione riguarda tutti quegli atteggiamenti legati al rispetto e alla stima che i frati debbono darsi reciprocamente: la soddisfazione è il nutrimento dell’anima e del corpo che deve essere ricevuto perché la propria vita sia dignitosa e sana, cioè perché sia una esistenza soddisfatta. In questa situazione di “giustizia”, che dà a ciascuno quanto gli spetta, vi è il rischio, però, per Francesco, di non poter giungere alla verità di se stessi, o meglio al rischio di illudersi o di ingannarsi di essere “servi di Dio” umili e pazienti. In questa condizione favorevole, infatti, non si è obbligati a verificare quanta pazienza e umiltà veramente si ha. Tutto scorre normale, senza che si debba attingere a quelle due risorse tanto preziose quanto profonde. Insomma, una situazione di vita soddisfatta esenta dal verificare in verità quanto forte e vero sia l’identità del servo di Dio.

La condizione migliore invece per giungere all’ultima verità, quella profonda, quella che rappresenta la pietra angolare della propria identità, è trovata da Francesco nella seconda ipotesi, quando cioè si cade nella non soddisfazione della vita, cioè nell’ingiustizia di non ricevere quanto sarebbe stato “giusto” ottenere. E’ interessante la strutturazione della seconda parte dell’ammonizione, dove consapevolmente Francesco evidenzia quale sia il momento più tragico e difficile dell’esistenza di un uomo: quando “coloro che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro”. Il momento più lacerante e sconvolgente della vita coincide con l’ingiustizia del non amore e del tradimento ricevuti da coloro che “dovrebbero” darci un tale nutrimento, cioè dai nostri fratelli. In quei momenti l’ordine della vita, il dovuto dell’esistenza non solo si interrompe ma si ribalta, mostrando tutta la sua fragilità e contraddittorietà. In questo tradimento esistenziale l’uomo sperimenta fino in fondo la sua “povertà” strutturale, il suo bisogno assoluto dell’altro e dunque la sua fragilità di dipendere dalla gratuità e amore (infedele) dell’altro. Ed è strano: per Francesco solo in questa situazione di povertà e fragilità il servo di Dio può veramente capire e misurare la verità del suo cuore, la verità supposta della presenza in lui della pazienza e dell’umiltà.

La costruzione testuale delle due vie alla verità, mediante le due possibilità offerte dalla vita, anticipa nei contenuti quanto poi nella Perfetta letizia diventerà per Francesco una parabola autobiografica. Francesco, in quella notte di inverno, aveva tutti i diritti di ricevere soddisfazione dai suoi fratelli, cioè di essere accolto con gioia e generosità alla Porziuncola. Eppure coloro che avrebbero dovuto dargli soddisfazione gli si misero contro: “noi siamo tanti e tali che di te non abbiamo più bisogno, vattene dai crociferi e chiedi là”. I tradimenti della vita arrivano improvvisi e dolorosi, e quando nascono dalla chiusura del cuore e dal tradimento dei fratelli diventano tragici e violenti, obbligando ad una solitudine ingiusta e disperata. La conclusione del testo parabolico è rappresentato da una domanda aperta: “scrivi Frate Leone: se io avrò avuto pazienza e umiltà, in quel caso è vera letizia”. Quella porta chiusa costituiva cioè per Francesco una domanda aperta: tu sei un fratello che accoglie con forza e disponibilità gli eventi attingendo alla pazienza e umiltà di cuore, o un padrone spodestato dal suo dominio che sarà assalito dalla rabbia e dall’ira? Chi avrà scoperto Francesco dentro di sé in quella notte? Anche noi abbiamo fatto sicuramente la stessa esperienza: dopo che gli avvenimenti, dolorosi e tragici, hanno spazzato via tutto quanto con fatica avevamo ammucchiato per essere qualcuno, abbiamo potuto finalmente scorgere la verità profonda di noi: la pazienza e l’umiltà del cuore che accetta di esser un servo di Dio vulnerabile, o l’ira e il turbamento di un superbo che non si rassegna ad essere disarcionato!

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Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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