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La ventesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 20: IL BUON RELIGIOSO E IL RELIGIOSO VANO

Beato quel religioso, che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all’amore di Dio con gaudio e letizia. Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e frivole e con esse conduce gli uomini al riso.

Insieme alla precedente ammonizione e come nella prossima, in questa Francesco ci offre un’“ammonizione a contrasto”, costruita sul rapporto incrociato e complementare del “beato quel religioso” e “guai a quel religioso”, tecnica retorica di ritmo binario in cui l’opposizione tra le due situazioni diventa lo strumento per un efficace atto formativo a vantaggio dei suoi frati.

Il tema proposto è molto particolare: come condurre gli altri attraverso le parole alla letizia vera o ad una letizia falsa, cioè come condurli al “sorriso” o, invece, al “riso”. Tuttavia, prima di leggere il testo, vi è un elemento da notare in via preliminare che riguarda l’obbiettivo di fondo dell’ammonizione. Il “religioso” non è chiamato a vivere nella sofferenza e nel pianto, ma a raggiungere il “gaudio” e la “letizia”, cioè a vivere nel “sorriso”. La prima vocazione dell’uomo non è soffrire qui per gioire là, ma ottenere già qui e adesso una risposta di gusto, di bellezza, di gaudio e letizia per la sua esistenza; e il Dio di Francesco e quello cristiano è colui che gioisce della gioia dell’uomo perché la gloria di Dio è l’uomo vivente, il Dio di Gesù è gioia e con abbondanza la vuole donare agli uomini. E di fatto nel suo servizio formativo Francesco vuole aiutare i fratelli a giungere a questa “beatitudine” che sgorga da una vita che ha ascoltato una “parola buona”, una “parola lieta”, che ha incontrato il Dio della gioia e del sorriso e ne vuole essere il prolungamento per gli altri.

Nel suo specifico, la nostra ammonizione lega il raggiungimento della letizia allo scambio delle parole tra gli uomini. Ed esso, secondo le due parti a contrasto del testo, può avvenire in due modi opposti (e con due soluzioni differenti), in base ai soggetti coinvolti: nella prima parte ritroviamo il triangolo della vita, composto da Dio, dal religioso e dagli altri, dentro il quale soltanto nasce una parola che dona letizia e “sorriso”, mentre nella seconda si assiste ad un rapporto binario tra il religioso e gli altri, che, però, si incontrano mediante parole vane che danno solo il “riso”.

Il religioso della prima parte è beato perché si pone dentro un flusso “di gaudio e letizia” che nasce da Dio, passa dentro di lui e, attraverso lui, giunge agli altri uomini. In fondo la questione centrale della prima parte è stabilire quale sia la fonte della “giocosità” e della “letizia”. E la risposta è precisa: Colui che è “giocoso” e “lieto” in assoluto e pienamente, cioè Dio, che è il “sorriso”. Ma non solo: la fonte della gioia e della letizia ha acquistato forma nel “Signore”, e ancor più precisamente “nelle santissime parole e opere del Signore”, una storia diventata evangelo, cioè una “buona notizia”, quella che fa gioire il cuore. Egli, per dirla con un’espressione bellissima di Francesco, è la “parola fragrante” che Dio ha rivolto e donato a noi (1LetFed 1). E’ quella parola con la quale il mistero dell’Amore dice di sé fino in fondo, diventando per noi una notizia bella. La fragranza di quella Parola risiede nel fatto che con essa Dio dice la verità di sé, comunica il suo essere il “Dio con noi”, parola che nasce dal suo cuore e lo fa diventare un cuore umano in Cristo. E ascoltare questa “parola fragrante” costituisce il motivo di giocondità e letizia dell’uomo. Egli ascolta una parola che, parlando del cuore di Dio e mostrandolo in Cristo, giunge al suo stesso cuore toccandolo nella verità della sua carne, cioè nei suoi desideri e nelle sue aspirazioni. E’ da qui che ognuno deve attingere nel rivolgersi al suo fratello che gli è accanto. Da lì soltanto può trovare parole che siano “fragranti”, con le quali non ripete qualcosa, consapevole che “funziona” e fa “effetto” sugli altri, ma dona parole che parlino di se stesso, comunichino la verità della sua umanità che ha ricevuto incontrando la Parola fragrante. Se ciò che dice non sgorga da questa fonte, da questa verità, da questa appartenenza, non potrà creare un dialogo dal quale far nascere giocondità e letizia. Solo se le sue parole dicono di sé, perché toccato dalla Parola, e si offrono con semplicità e verità ai bisogni, alle ansie, alle paure del suo fratello, esse possono diventare un dono fragrante che sfama e dunque regala giocondità e letizia, cioè dà la gioia del sorriso perché conducono il fratello “all’amore di Dio”, al suo sorriso eterno che riempie l’universo.

La situazione del religioso della seconda parte, invece, è un “caso serio”, perché egli vive il “guaio delle parole oziose e vane” cioè delle parole vuote, senza sapore né fragranza. Sono oziose perché non parlano di sé, e dunque non sono dette per costruire rapporti veri e profondi, e di conseguenza sono vane, inutili perché senza sostanza e senza un vero contenuto che nutre e dà gioia a chi le ascolta. La natura vuota e vana di esse dipende da una doppia condizione. Innanzitutto lo spazio dialogico ha perso uno spigolo fondamentale della vita: le parole scambiate non hanno più un contatto diretto con la Parola; lo spazio dialogico si è ristretto a due soggetti, perdendo l’orizzonte che dava al loro incontro l’ultima consistenza e saporosità dialogica. In secondo luogo, e per conseguenza, cambia la sorgente da cui esse nascono: non scaturiscono dalla verità del cuore dell’uomo che le pronuncia, dalla sua umanità e dalla sua carne, per essere condivise con semplicità e affidate al fratello perché ascolti la Parola, ma da uno spazio vuoto, cioè neutro (e forse falso) nel quale ci sono le parole che servono e possono essere scelte secondo le convenienze e le opportunità. E all’interno di questo grande contenitore, a cui tutti possono attingere, sapendo di non dover usare le altre, quelle della propria umanità che sono, perciò, parole difficili e impegnative, vi è un genere di parole vuote e vane molto pericolose. Esse infatti tentano di catturare l’altro offrendogli quello che lui vuole sentire. Sono quelle parole che sollazzano e incantano così da “condurre gli uomini al riso”. Sono quelle parole vuote e oziose con le quali si vuole essere simpatici e spigliati, intelligenti e interessanti per distrarre dalla propria verità e attrarre l’altro; esse sono quelle parole con le quali noi tentiamo di fare “star bene” l’altro con noi, in uno spazio vuoto e vano in cui non c’è condivisione di umanità ma solo di banalità e superficialità e voglia di primeggiare nell’essere riconosciuto “simpatico”. Il risultato è il “riso” l’uno con l’altro e forse l’uno dell’altro. Quest’uomo è un guaio perché incapace di fare di sé una “parola vera” e dunque incapace di diventare una “parola buona”. Quest’uomo è nei guai perché in fondo è solo, senza parole da ascoltare e da offrire.

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Ultima modifica ilLunedì, 24 Marzo 2014 23:57
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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