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La venticinquesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 25: ANCORA DELLA VERA DILEZIONE

Beato il servo che tanto amerebbe (diligeret) e temerebbe un suo fratello quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui1, e non direbbe dietro le sue spalle (post ipsum) niente che con carità non possa dire davanti a lui (coram ipso)2.

Con questa ammonizione siamo alla terza situazione relazionale proposta da Francesco per aiutare i suoi frati ad istaurare tra loro legami belli e umani, cioè evangelici. Nel caso del “fratello suddito” (Amm. 23,1) Francesco ha voluto ricordare a colui che è “superiore” l’umiltà dello sguardo con il quale mettersi a fianco dell’altro. Nel caso del “fratello malato” (Amm 24) viene suggerita al “fratello sano” la gratuità del mettersi sotto colui che è infermo per risollevarlo dalla sua caduta nella malattia. In questa terza ipotesi relazionale si presuppone un “fratello alla pari” (Amm. 25), cioè che vive accanto condividendo la stessa condizione “giuridica” ed è in movimento per il mondo pieno di energie e di responsabilità. A questi due fratelli, che si riconoscono reciprocamente servi di Dio, legati tra loro da una identità-idealità e impegnati insieme nella costruzione del regno, Francesco ricorda il grande valore della “lealtà” nei loro rapporti, la terza virtù relazionale suggerita ai suoi frati insieme all’umiltà e alla generosità. E se le prime due si traducevano metaforicamente mediante il porsi accanto al suddito e sotto all’infermo, nel caso della lealtà Francesco suggerisce una terza collocazione: vivere di fronte all’altro.

L’ammonizione, contrariamente alla costruzione delle due precedenti fatte di un’unica affermazione, è articolata in due momenti: nel primo Francesco presenta il contenuto generale della sua proposta formativa (v. 1), nel secondo egli si sofferma su di un aspetto particolare della virtù relazionale della lealtà (v. 2).

Non credo che possa essere considerato un caso l’aggiunta del verbo “timere” al verbo “diligere” che troviamo nel versetto di apertura. Il primo verbo era già stato utilizzato nell’ammonizione precedente per designare l’atteggiamento del frate nei confronti dell’infermo. In questa il solo verbo “diligere” non è più sufficiente, e Francesco sente “necessario” aggiungere il verbo “timere”: “beatus servus qui tantum diligeret et timeret fratres suum” che è “sano”. Perché questi due verbi messi in parallelo? La risposta potrà essere ipotizzata solo partendo dal loro significato. Si è già rilevato nelle precedenti ammonizioni che il verbo “diligere”, frequente negli scritti, rinvia all’attenzione e alla cura che si deve avere per il fratello in difficoltà. Al contrario il verbo “timere”, mai utilizzato nelle ammonizioni, è sempre usato da Francesco per descrivere l’atteggiamento che l’uomo deve avere davanti a Dio, al quale egli deve sottomettersi con “timore”. Il suo utilizzo per la prima e unica volta in rapporto al fratello con il quale si condivide la vita e il suo essere messo in parallelo all’altro verbo potrebbe far pensare ad una necessaria complementarietà tra due atteggiamenti (amore e timore) da nutrire nei confronti di colui che è alla nostra pari sia per ruolo “sociale” che per salute fisica. Con il fratello che si ha di fronte abitualmente e con il quale si condividono gli impegni quotidiani occorre avere sia cura e attenzione, cioè “dilezione” per accogliere le sue immancabili fragilità e povertà, sia timore e rispetto riconoscendo il valore delle sue qualità e capacità. I due atteggiamenti, vissuti con attenzione e lealtà, costituiscono i presupposti di una sana vicinanza e collaborazione con il fratello con il quale si condivide la fatica di ogni giorno.

Tuttavia, anche in questa ammonizione al centro della trattazione non è posta l’esortazione ad avere dilezione e timore dell’altro, quanto il metodo per verificare quanto vero e autentico sia questo atteggiamento di “lealtà” fatta di attenzione per le fragilità e riconoscimento per le capacità del fratello. La misura di tale autenticità è trovata da Francesco nel proporre ai frati uno stile di relazioni guidato da un criterio preciso: agire con l’altro come se egli fosse sempre fisicamente presente accanto a sé. Chi vive le relazioni quotidiane lasciandosi misurare nei suoi atteggiamenti da questa consapevolezza, non cadrà nella doppiezza di sentimenti e di scelte. Questo “metodo” di comportamento, misurato da una presenza costante dell’altro, inchioda il singolo ad una “lealtà” assoluta, permettendogli-obbligandolo ad essere costantemente lo stesso con il fratello anche se fosse assente.

La seconda parte dell’ammonizione (v. 2) può essere intesa come una specificazione particolare della proposta generale. Le parole che ogni giorno ci scambiamo e con le quali costruiamo la nostra rete umana, sono l’azione più semplice ma anche spesso la più coinvolgente nella quale verificare la lealtà del cuore nei confronti degli altri. In esse e con esse si riesce a mostrare quale “amore” e “timore” guidano i nostri sentimenti nelle relazioni con coloro che ci stanno accanto. Il testo permette di notare due aspetti interessanti. Innanzitutto Francesco ritorna sulla prossimità fisica quale misura delle relazioni buone, specificando quale debba essere la posizione “giusta” che un uomo leale deve assumere nel parlare ad un altro: “coram eo” e non “post eum”. Gli uomini veri debbono parlare mostrando il proprio volto; o meglio: gli uomini che amano la verità la dicono lasciandosi guardare negli occhi e guardando negli occhi. Parlare “da dietro”, senza coinvolgere gli occhi, non è parlare, ma “sparlare”. Per parlare in verità occorre mettere in gioco gli occhi; solo le parole che nascono dallo sguardo reciproco potranno essere parole vere e capaci di verità. E’ quanto già aveva suggerito Francesco al ministro anonimo, quando gli ricordava che l’unica possibilità di entrare in relazione con il suo fratello era condizionata dallo sguardo che egli era capace di donare al suo fratello in difficoltà, mostrandogli degli occhi di “dilezione”-“misericordia”. Tutte le cose che vengono dette senza voler guardare negli occhi o lasciarsi guardare negli occhi, anche se vere in sé non hanno la qualità definitiva della verità perché mancano della lealtà dello sguardo.

Il secondo aspetto da notare della proposta dialogica fondata sulla lealtà riguarda un’aggiunta di estremo interesse, fatta da Francesco alla richiesta di verificare se quello che stai dicendo dietro le spalle del fratello lo diresti anche davanti a lui. Non è sufficiente avere l’onestà e la lealtà di dire quanto si dice davanti agli occhi dell’altro, ma occorre farlo anche con “carità”. “Dirgli la verità in faccia” senza “carità” può arrivare a segno come uno schiaffo. Quella “verità” “detta in faccia” ma senza amore si può trasformare in un arma impropria utilizzata per sfregiare il volto dell’altro. Dirgli la verità con carità, cioè con “dilezione”, invece, significa mostrare degli occhi di “misericordia”, dove la passione leale per l’altro e per la verità si tendono la mano per creare quello spazio di autenticità relazionale che unico difende la vita e la favorisce. Solo la carità concede alla verità il suo ultimo statuto di libertà, perché essa sola permette all’incontro degli occhi di non trasformarsi in una sfida di avversari che si attaccano a colpi di verità, ma di fratelli che si cercano con lealtà nel desiderio onesto di riconoscere negli occhi dell’altro un motivo di “dilezione” e di “timore”, cioè di difesa della vita.

Quest’uomo che vive con lealtà la collaborazione quotidiana con gli altri suoi fratelli sarà beato. Egli costruirà un ambiente “sano”, in cui le diversità non saranno luogo di conflittualità ma di confronto vero, a volte forse anche forte, ma rispettoso sempre l’uno dell’altro. Il rispetto è la lealtà di guardarsi negli occhi per mostrarsi con carità il desiderio di verità che dovrebbe legare i due fratelli conducendoli alla libertà che è il vincolo definitivo degli uomini tra loro e, di conseguenza, anche con Dio.

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Ultima modifica ilMartedì, 13 Maggio 2014 20:09
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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