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La ventiseiesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 26: CHE I SERVI DI DIO ONORINO I CHIERICI

1 Beato il servo che ha fede nei chierici che vivono rettamente secondo le norme della Chiesa romana. 2 E guai a coloro che li disprezzano. Quand’anche, infatti, siano peccatori, tuttavia nessuno li deve giudicare, poiché il Signore esplicitamente ha riservato solo a se stesso il diritto di giudicarli. 3 Invero, quanto più grande è il ministero che essi svolgono del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, tanto maggiore peccato commettono coloro che peccano contro di essi, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo.

L’Ammonizione 26 può essere considerata l’ultima della serie dei 28 brevi testi educativi di Francesco; infatti mentre la successiva esula dallo stile delle precedenti e si presenta come una chiusura riassuntiva di tutte le altre, l’ultima della serie, l’Amm. 28, può essere sicuramente considerata una fuori posto, forse scivolata inavvertitamente in ultima posizione dopo essere stata sganciata dall’Amm. 21 con la quale condivide lo stesso contenuto. L’ipotesi di leggere questa ammonizione come l’ultima della proposta formativa di Francesco ottiene una conferma indiretta anche dalla sua stretta relazione tematica con l’ammonizione 1 riguardante l’eucarestia. In tal modo il tema dell’eucarestia verrebbe ad aprire e chiudere la serie dei brevi testi ammonitivi di Francesco: in questo mistero di amore umile il Santo trova la fonte ispirativa delle relazioni tra i frati e il punto di arrivo della loro identità all’interno della Chiesa.

Occorre subito dire che il tema affrontato non riguarda primariamente l’eucarestia, ma l’onore che il servo di Dio deve dare ai sacerdoti. La questione costituiva un problema serio nella chiesa del tempo. La situazione morale e disciplinare dei sacerdoti doveva essere alquanto problematica, visti i decreti di riforma emanati dal concilio Laternense IV riguardo i chierici richiamati fortemente all’osservanza della continenza (can. 14), alla sobrietà contro ogni forma di ubriachezze (can. 15), e infine al dovere di celebrare l’eucarestia e recitare l’ufficio, impegni liturgici spesso vissuti male o addirittura completamente disattesi (can. 17). La situazione di forte povertà morale, oltre che di grande ignoranza culturale di molti sacerdoti, spesso semianalfabeti e capaci solo di compiere poveri riti vissuti in forma magica senza predicazione o catechesi, favoriva gli attacchi da parte dei diversi movimenti ereticali (quali i catari o i valdesi) che, a nome della santità del ministro quale presupposto per la validità dei gesti cultuali, negavano ai sacerdoti ordinati il potere sicuro e automatico della celebrazione dei sacramenti.

Il testo esortativo di Francesco della nostra ammonizione, affrontando direttamente questa situazione ecclesiale, proclama il valore assoluto dell’onore e la venerazione da tributare al sacerdote ordinato lecitamente dalla Chiesa, e ciò indipendentemente dalla sua qualità morale e teologica. L’ammonizione presenta due parti: nella prima (vv. 1-2) il Santo, utilizzando il genere letterario delle due vie (beato e guai), ribadisce l’onore incondizionato che il servo di Dio deve tributare ai sacerdoti, nella seconda (v. 3) ne offre il motivo di base per giustificare questa scelta assoluta.

Beato il servo che onora i sacerdoti e guai chi li disprezza! (vv. 1-2). Tale doppio richiamo acquista ancora più rilevanza se si tiene presente la descrizione del sacerdote a cui deve essere rivolto questo onore: colui che “vive secondo la forma della Chiesa romana”, cioè è stato ordinato lecitamente e si mantiene dentro questa appartenenza. Tale natura “ordinata” non è inficiata o negata dal loro peccato, cioè dalla loro condizione personale, anche se fosse molto contraddittoria con il loro stato. E’ chiaro: assumendo questa posizione Francesco si allontana decisamente da ogni tentativo di delegittimare i sacerdoti “indegni” effettuato dai movimenti ereticali. L’onore da conferire ai sacerdoti non si legava alla loro qualità morale e alla loro competenza teologica, ma al mandato conferito loro dalla Chiesa. E dunque il giudizio sulla loro vita non spetta al servo di Dio, ma solo a Dio, e ogni atteggiamento di condanna nei loro confronti sarebbe un grave peccato, più grave se che se si peccasse “contro tutti gli altri uomini di questo mondo”.

La seconda parte (v. 3) rappresenta l’argomentazione offerta da Francesco per difendere questa posizione, motivazione nella quale l’eucarestia costituisce la base della sua proposta. Perché non è possibile giudicare i sacerdoti, rifiutando il loro ruolo sacerdotale a motivo dei loro peccati? Anzi: perché un tale rifiuto della loro figura sarebbe uno dei peccati più gravi che si potrebbe commettere? L’argomentazione offerta da Francesco non verte semplicemente sull’autorità della Chiesa che ha conferito quel mandato, ma sull’agire di Dio: con il Suo agire Egli stesso conferma in modo inoppugnabile che l’onore da tributare ai sacerdoti non si lega alla loro qualità di vita ma al loro mandato. Al centro del ragionamento di Francesco è posto il mistero dell’eucarestia, la cui gestione da parte dei soli sacerdoti rinvia ad un “grande mistero”. Ed esso non riguarda innanzitutto l’in sé dell’evento rituale, ma del modo di agire di Dio mostrato nell’eucarestia. Nell’ammonizione 1 Francesco aveva ricordato che “Ogni giorno il Verbo del Padre scende dal trono regale e viene sulle mani del sacerdote”. Dio dunque non lega la sua presenza nel pane e nel vino alla santità delle mani dei sacerdoti, ma si lascia condizionare e gestire incondizionatamente dalla loro povertà. Se tale è il mistero dell’umiltà di Dio che si consegna alle mani dei sacerdoti nonostante forse la loro indegnità, quanto più noi dobbiamo onorarle e venerarle, visto che “proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri”?. Il peccato che si commette nel rifiutare e condannare il sacerdote per la sua “inadeguatezza” riguarda di fatto Dio, poiché in quella condanna del sacerdote si rifiuta la logica di Dio che si “umilia” ogni giorno nel lasciarsi toccare e gestire da mani a volte indegne e inadeguate.

Questa difesa “teologica” dei sacerdoti non impedisce tuttavia a Francesco di richiamare i chierici ad una loro forte e importante responsabilità nel mostrare con la loro vita il volto del Signore in ciò che celebrano. Se a coloro che vogliono giudicare i sacerdoti richiama l’umiltà di Dio nel riconoscer ad essi un ruolo insostituibile, ai sacerdoti però rivolge parole t di responsabilità e coerenza. Ne sono una testimonianza chiara le sue Lettere a tutti i chierici nelle quali ricorda loro il mistero che hanno tra le mani e la qualità celebrativa con cui debbono mostrare la Presenza che amministrano agli altri. Inoltre bellissime e intense sono le parole rivolte ai suoi frati sacerdoti, ai quali richiama con forza la loro vocazione alla santità, che deve essere in sintonia con il mistero che costantemente celebrano. Tale santità non si riduce semplicemente alla consapevolezza teologica del mistero o alla qualità celebrativa (presupposti indubbiamente importanti), ma si mostra finalmente mediante uno stile di vita fatto di dono e di generosità, cioè attraverso una qualità di vita nella quale il sacerdote offre se stesso interamente al mondo, realizzando in se la stessa logica e gratuità di Colui che attraverso le loro mani si regala ogni giorno sull’altare: «Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo. E come il Signore Iddio vi ha onorato sopra tutti gli uomini, con l’affidarvi questo ministero, così voi amatelo, riveritelo e onoratelo più di ogni altro uomo. Grande miseria sarebbe, e miseranda meschini­tà se, avendo lui cosi presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista in tutto il mondo. Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tre­mi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sa­cerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascon­dersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite da­vanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trat­tenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre» (LetOrd. 24-29).

Beato dunque il servo di Dio che riconosce nella povertà del sacerdote l’umiltà di Dio che si lascia gestire dalle loro mani e guai a chi li rifiuta con sdegno e disprezzo perché con ciò rifiuta e perde il contatto con la prossimità povera e umile di Dio, ma anche beato il sacerdote che fa del suo mandato uno stile di vita capace di far trasparire l’umiltà dell’amore e guai a quel sacerdote che nasconde e nega il volto di Dio mostrando un volto deturpato dal desiderio di potere e dominio.

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Ultima modifica ilMartedì, 20 Maggio 2014 00:03
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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