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La ventisettesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 27: COME LE VIRTÙ ALLONTANANO I VIZI

Dove è amore e sapienza,
ivi non è timore né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è affanno né dissipazione.
Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa (Cfr. Lc 11,21),
ivi il nemico non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è superfluità né durezza.

Scrivi frate Leone: «Se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia, vera virtù e la salvezza dell’anima». È la famosa conclusione della parabola autobiografica Perfetta letizia raccontata da Francesco a Leone, nella quale il narratore lascia in sospeso il racconto, senza stabilire quali saranno le reazioni del protagonista di fronte a quel rifiuto da parte dei frati ad accoglierlo alla Porziuncola. La sospensione finale del testo sintetizza un elemento portante di quel racconto: quella notte tragicaobbligò con violenza il Santo a fare attenzione al suo cuore per verificare se in esso, davanti a quel rifiuto ingiusto del suo fratello portinaio, regnasse la virtù della pazienza o il vizio dell’ira. Tutto quanto aveva vissuto fino a quel momento, proclamando con sicurezza e forse con “orgoglio” di essere “frate Francesco”, cioè di essere un “frate minore”, veniva messo in gioco e interrogato da quella porta chiusa. Quella situazione imprevedibile e forse inaccettabile gli stava chiedendo qualcosa di essenziale non sugli altri ma su se stesso: Tu sei davvero quello che proclami di essere, cioè “frate Francesco”? L’aver iniziato a fare penitenza tanti anni fa ti ha condotto ad una vera novità di vita nel diventare un “servo beato” o questo tradimento dei tuoi fratelli ti sta mostrando un animo ancora tanto (troppo) vicino a quell’uomo “cavaliere” degli inizi?

Il testo penultimo delle Ammonizioni (che vogliamo però collocare alla fine di tutta la serie come sua sintesi e riepilogo) si allinea con quel famoso racconto parabolico. È possibile immaginare che Francesco davanti alla porta sbarratagli dai suoi fratelli, segno violento del rifiuto che stava subendo da parte loro, avrà ripetuto i sei versetti dell’Ammonizione XXVII, ricordando a se stesso quali erano le virtù del servo di Dio e frate minore, e quali i vizi del proprietario possidente e cavaliere dominante. Davanti a quella porta la sapienza del suo cuore ha dovuto ricordare a se stesso quale fosse la direzione della vita e quale quella della morte ed ascoltare cosa stava provando in quei momenti di abbandono e rifiuto da parte dei suoi fratelli.

La “filastrocca” che propone Francesco nella sua ultima Ammonizione, contrapponendo semplicemente una doppia serie di virtù e vizi, costituisce, senza ombra di dubbio, la sintesi mirabile di tutta la sua proposta formativa rivolta ai suoi frati. L’obbiettivo di fondo dei suoi testi ammonitivi non riguardava Dio, ma l’uomo: con essi non si trattava di trovare le modalità migliori di glorificare Dio, ma di rendere l’uomo beato, cioè libero e leggero. Le sue ammonizioni, smascherando i meccanismi sottili e imprevedibili che serpeggiano nel cuore, volevano aiutare i suoi frati a raggiungere la “vera letizia”, cioè la “vera virtù”, per vivere una vita sicura e forte e così raggiungere “la salvezza dell’anima”, ovvero non smarrire la propria identità di frate minore.

Tutto il cammino sapienziale a cui è obbligato un servo di Dio dall’imprevedibilità dell’esistenza, incontrata soprattutto dentro le sorprese anche dolorose delle relazioni, deve condurre alla qualità della vita, cioè ad una vita beata e pienamente lieta, e dunque pienamente umana. E la verifica di quale sia la via della vita è nei frutti che vengono raggiunti, i quali si manifestano quando l’uomo è liberato dalla tentazione “dia-bolica” del potere e del dominio, fonte di amarezza e affanno, e diventa capace di intraprendere il cammino del vangelo, cioè delle relazioni fraterne fatte di umiltà e pazienza. Solo quest’ultime creano uno spazio di familiarità e dunque di accoglienza e perdono, cioè danno alla vita delle possibilità sempre nuove. Quell’uomo che possiede quelle virtù elencate da Francesco ed è libero dai contrapposti vizi è un uomo servo di Dio, liberato dall’amarezza della vita, entrato nella dolcezza, nel gusto di un’esistenza libera e leggera.

Ma quelle scelte “virtuose” chiedono tanta “virtus”, tanta forza, chiedono un uomo adulto capace della forza della verità con se stesso per smascherare tutti i meccanismi di autoinganno. Se avrò avuto tutte quelle virtù, cioè sarò stato un frate minore, e avrò fuggito quei vizi, cioè mi sarò liberato dal desiderio di potere, allora potrò dire che ho vissuto “la vera virtù”, mostrando chi è l’uomo forte: non colui che abbatte quella porta e impone il suo diritto facendo valere la sua “forza” anche con la “violenza sacra”, ma colui che trova spazi e tempi di incontro e dialogo, forte di uno spirito di umiltà e pazienza. La forza-virtus di quell’uomo è misurata sulla forza mostrata da Colui che ha vinto il mondo lasciandosi consegnare da vinto, ma con amore, all’ingiustizia della croce.

E in tutto ciò c’è “la salvezza dell’anima”, cioè la salvezza della propria identità, proclamata con ovvietà nei momenti “facili”, in cui gli eventi della vita danno “soddisfazione”, ma sconvolta o profondamente provata nei momenti in cui “coloro che dovrebbero darci soddisfazione ci si mettono contro”. Vivere quegli “tsunami” esistenziali (quelli gloriosi per il successo e per i riconoscimenti ottenuti, o quelli dolorosi per i fallimenti e i rifiuti subiti: in entrambi i casi si è toccati “nell’anima”) secondo la sapienza evangelica, cioè da servi guidati da uno stile di vita forte, modellato su Colui che si è fatto servo per amore, significa poter salvare la propria anima, la propria verità, la propria identità. Significa non smarrire se stessi dentro dinamiche contrarie al proprio progetto di vita, ma trovare motivi più profondi per rendere saldo il desiderio di vita che in Cristo ha trovato la sua piena realizzazione, la sua “perfetta letizia”.

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Ultima modifica ilLunedì, 07 Luglio 2014 22:42
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).

1 commento

  • Regina
    Regina Martedì, 08 Luglio 2014 06:31 Link al commento

    Come e' facile arrendersi alle provocazioni delle porte chiuse! San Francesco e' maestro di concretezza evangelica. Grazie!




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