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La ventitresima ammonizione di san Francesco - 2 parte

Ammonizione 23: LA VERA UMILTÀ

1 Beato il servo che viene trovato cosi umile tra i suoi sudditi come quando fosse tra i suoi padroni. 2 Beato il servo che si mantiene sempre sotto la verga della correzione. 3 È servo fedele e prudente (Mt 24,45) colui che di tutti i suoi peccati non tarda a punirsi, interiormente per mezzo della contrizione ed esteriormente con la confessione e con opere di riparazione.4

Dicevamo nella prima parte che il contenuto dell’ammonizione 23 permetteva di posticipare il commento del v. 1 dopo avere letto i due successivi (vv. 2-3), e ciò a motivo della sua consonanza con il tema delle due prossime ammonizioni dedicate alla grave questione delle relazioni asimmetriche, nelle quali il servo di Dio è chiamato a vivere un’autenticità di cuore non sempre facile da garantire in quelle situazioni.

Rileggiamo il breve versetto di apertura dell’ammonizione 23:

"Beato il servo che viene trovato (inventus est) cosi umile tra i suoi sudditi (subditos) come quando fosse tra i suoi padroni (dominos)".

La prima notazione interessante da fare riguarda il verbo di partenza: “Beato il servo che viene trovato” (inventus est); l’allusione alla parabola del servo fedele o infedele di Luca è alquanto chiara, in particolare quando Gesù loda quel servo fedele dicendo: «Beato quel servo che il suo “signore” (dominus – kirios), arrivando, “troverà” (invenerit) a fare così» (Lc 12,43). La situazione proposta da Francesco rinvia dunque ad un modo di agire “abituale” del servo di Dio, uno stile di vita che idealmente sarà “visto” da Colui che viene a visitarlo senza preavviso. Beato, dunque, quell’uomo che ha questo “abito” di vita (habitus che diventa un’abitudine), un modo di vestire quotidiano e permanente. Inoltre, tale “stile” abituale, che viene “inventus” da coloro e da Colui che incontrano quell’uomo, riguarda non un’attitudine religiosa nei confronti di Dio, che gli è sopra, ma un atteggiamento del cuore nei confronti di uomini che sono o a lui inferiori e sudditi (amm. 23) o malati e bisognosi del suo aiuto (amm. 24) o lontani e non presenti in quel momento davanti a lui (amm. 25), cioè nei confronti di coloro con i quali, per la loro situazione di sottomissione o debolezza o assenza, egli dovrebbe esercitare quella liberalità e autenticità di cuore che uniche verificano quale sia il suo vero ”habitus” di vita. E lo stile bello, quello che lo fa essere beato, cioè lo fa essere un servo-signore, ha per Francesco tre caratteristiche, relative alle tre ammonizioni: beato è il servo che sarà trovato dal suo “Signore” umile (amm. 23), generoso (amm. 24) e leale (amm. 25) nell’agire con gli uomini che gli sono stati affidati “per dare loro la razione di frumento a tempo opportuno” (Lc 12,42).

Beato il servo che sarà trovato “umile” con i suoi sudditi. Spesso nelle sue ammonizioni Francesco ha richiamato i suoi frati a non gloriarsi ed esaltarsi per i beni che il Signore ha fatto ad essi, ma restituirli a Lui donandoli con semplicità e verità ai fratelli. Questa è l’umiltà di cui parla qui Francesco. Tuttavia nella presente ammonizione più che voler descrivere cosa sia l’umiltà, il Santo propone un metodo ai suoi frati per verificare la presenza di questo “abito di vita” quando sono chiamati a vivere le relazioni asimmetriche di potere. L’umiltà vera del servo di Dio, quella che è da riconoscere come il suo “abito di ogni giorno” non è da misurare nei rapporti con i suoi “dominos”, cioè nei rapporti con quelli che gli sono sopra, ma con i “sudditos”, cioè con quelli che gli stanno sotto. Nei rapporti scalari, infatti, è molto facile cadere in due diversi atteggiamenti di cuore, relativi alla posizione occupata nella scala sociale: di umiltà con quelli che sono sopra e di superbia con quelli che stanno sotto. Si è terra calpestata da coloro che sono sopra, ma ci si sente “super” gli altri su cui si ha il potere. La proposta di Francesco è interrompere questo meccanismo dualistico e schizofrenico, per fare dell’umiltà, cioè della condivisione senza potere, un “abitus” che rinnova la vita e la rende beata.

Dunque come verificare la presenza di questo stile guidato dall’umiltà nella vita del servo di Dio? La proposta di Francesco per attuare questa operazione di verità è efficacissima: avere con quelli che stanno sotto di noi gli stessi sentimenti che si hanno con quelli che ci stanno sopra. Tale riunificazione dei sentimenti, cioè questo stile “umile” di vita, realizzerà nelle relazioni umane qualcosa di incredibile: non ci sarà più un sopra e un sotto nei rapporti ma tutti saranno a fianco l’uno dell’altro. Quell’uomo che nel determinare gli atteggiamenti da avere con i suoi “subditos” si lascia misurare e guidare dai sentimenti che ha con i suoi “padroni-dominos” opera una doppia trasformazione e liberazione. Innanzitutto innalza il “suddito” perché si pone “a fianco” di lui, abolendo così la distinzione e opposizione tra alto e basso; nello stesso tempo libera se stesso da una possibile sudditanza nei confronti dei suoi padroni perché proclama che la sua “umiltà” nei loro confronti non è sudditanza ma autenticità di cuore nel vivere la vita da libero senza essere dominato dal “padrone” che tutti schiavizza e che si chiama “potere e dominio”. Quell’uomo si libera da una schizofrenia devastante che distrugge la sua dignità e la sua serenità: quella di essere forte con i deboli e debole con i forti. Al contrario, diventando debole con i deboli, sarà di conseguenza forte con i forti perché non permetterà loro di esercitare il dominio su di sé. Abolendo il principio della sudditanza nei confronti dei sottoposti egli interrompe dentro di sé la logica del dominio piramidale, scardinando alla radice il principio della rivalsa del più forte sul più debole quale rivincita dalle sconfitte subite per mano di colui che gli è sopra. L’umiltà è l’atto che ribalta la logica della piramide per mettere in movimento quella della circolarità.

Allora quell’uomo, vestito di un tale abito di umiltà, sarà un uomo beato perché resterà sempre se stesso, sia nei confronti di coloro che stanno sopra di lui che di quelli che gli sono sottoposti. Inoltre quell’uomo, così vestito, otterrà una libertà di cuore che lo libererà dall’ansia dei ruoli che si istaurano tra dominanti e dominati. Poi quell’uomo sarà beato non solo perché libererà se stesso dalla bipolarità relazionale fondamentalmente violenta e vendicativa, ma anche perché libererà gli altri dal morbo del potere: non esercitando il desiderio di potere sul suo “suddito” egli depotenzierà e alla fine annullerà ogni forma di dominio che gli altri vorrebbero esercitare su di lui. Allora quell’uomo non solo è beato ma rende beato il suo contesto di vita, perché interrompe i rapporti piramidali per istaurare relazioni familiari di mutuo rispetto e di coraggiosa umiltà.

La misura esistenziale dell’umiltà proposta da Francesco diventa nella Regola bollata criterio di azione “imposto” al ministro e servo della fraternità nelle relazioni difficili con i loro sudditi. Quando dei fratelli-sudditi, in difficoltà per “non riuscire ad osservare spiritualmente la Regola”, ricorrono al ministro-servo, egli dovrà assumere un preciso atteggiamento nei loro confronti: “I ministri, poi, li accolgano con carità e benevolenza e li trattino con tale familiarità che quelli possano parlare e fare con essi così come parlano e fanno i padroni con i loro servi; infatti, così deve essere, che i ministri siano i servi di tutti i frati” (Rb X 6-5). L’umiltà del farsi servo, trattando i suoi sudditi come se fossero i suoi padroni, costituisce la vera possibilità offerta dal ministro ai suoi fratelli per uscire dal loro smarrimento spirituale, perché con il suo abito di vita egli renderà vivo e operante lo spirito del Vangelo, il quale proclama che Colui che era il “Signore” si è fatto nostro servo perché noi gli stessimo accanto come “amici e fratelli”. Questa è la vittoria dell’umiltà che interrompe i rapporti di potere alto-basso per istaurare relazioni circolari libere dal desiderio omicida del potere; e questi uomini vestiti di umiltà sono veramente “beati”.

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Ultima modifica ilMartedì, 29 Aprile 2014 00:07
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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