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La ventottesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 28: IL BENE VA NASCOSTO PERCHÉ NON SI PERDA

1 Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama dl manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso. 2poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. 3Beato il servo che conserva nel suo cuore i segreti del Signore.

Nel nostro commento alle ammonizioni, dopo aver letto la 26, saltiamo la 27, di genere profondamente diverso dalle precedenti e che utilizzeremo come testo conclusivo, per dedicarci subito alla 28, l’ultima della serie. Come si è già notato, questo testo a livello di contenuto è da legare all’ammonizione 21, in quanto accomunata dalla medesima questione di come “amministrare” agli altri i beni “spirituali-intellettuali-esistenziali” che il Signore dona al servo di Dio. Tuttavia, prima di occuparci del metodo proposto da Francesco, occorre soffermarci sulla natura dell’oggetto che Dio affida al servo di Dio. Nei due macarismi-beatitudini che scandiscono la presente ammonizione Francesco caratterizza in un doppio modo il materiale prezioso affidato alla cura dell’uomo. Il servo è beato se “accumula nel cielo i beni” mostratigli dal Signore ed è beato “se conserva nel cuore i segreti” del Signore. I “beni mostrati dal Signore” al Servo sono in stretta continuità con i “segreti del Signore”; e accumulare quei beni nel cielo significa di fatto conservarli nello scrigno del cuore. In via generale si può dire che i beni mostrati dal Signore siano i segreti esperienziali che un uomo può ricevere dal e del mistero di Dio. E la natura di questi beni speciali chiede al servo di Dio una custodia speciale. Sono ricchezze segrete, “rivelate” dallo Spirito del Signore allo spirito dell’uomo, che si deteriorano se messe alla luce. Infatti esse sono la presenza di Colui che è il “Bene dei beni” e il “Segreto dei segreti” donato al cuore dell’uomo, una presenza che chiede una intimità e una riservatezza con la quale il servo di Dio proclama che la presenza di quel bene segreto nel suo cuore gli basta a sufficienza. In qualche modo, credo che in questa beatitudine il servo di Dio è chiamato a fare quanto è detto in un passo della prima regola: «E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio onni­potente, Padre e Figlio e Spirito Santo» (Rnb 22, 27). E’ nella casa del cuore che si deve conservare quella presenza per adorarla quale bene prezioso e segreto. E tale custodia impedisce soprattutto di rendere quel bene “oggetto di scambio” o esperienza “venduta” per ricevere qualcosa in contraccambio.

E con ciò si entra nel secondo versante del testo, quello in cui, una volta stabilita la natura dell’oggetto affidato da Dio al suo servo, Francesco mette all’erta i suoi frati sul rischio di smarrire e perdere questo bene per un’amministrazione sbagliata. Cosa significhi di fatto “accumulare il bene in cielo” cioè “conservare nel cuore i segreti del Signore” è detto nella seconda parte della prima beatitudine: non desiderare di “manifestarli agli uomini con la speranza di averne com­penso”. In forma negativa sembrerebbe che Francesco dica: guai a quel servo che fa dei beni spirituali mostratigli da Dio nel profondo e nel segreto del suo cuore “un materiale di scambio”. La perla preziosa che Qualcuno ha nascosto nel campo, cioè nel profondo del cuore, chiede di essere custodita con gelosia e semplicità, e non può in nessun caso essere venduta per acquistare un materiale stimato, falsamente, più prezioso e vantaggioso: “la speranza di averne compenso”, cioè la speranza di riconoscimento e stima da parte degli altri. In tal caso la considerazione degli altri varrebbe di più di quanto vissuto e ottenuto dal contatto con il silenzio della presenza di colui che è il Bene e il Segreto. E si cadrebbe nel rischio di svendere la primogenitura per un piatto di lenticchie. Tutto ciò è richiamato con forza da Francesco ai suoi frati nel testo che precedeva l’esortazione della Rnb, riportata poco prima, con l’invito a costruire in loro stessi una dimora permanente al Signore. Tale presenza, custodita nella mente e nel cuore, può essere facilmente disattesa e perduta: “E guardiamoci bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’uomo non abbia la sua mente e il cuore rivolti a Dio; e, circuendo il cuore dell’uo­mo con il pretesto di una ricompensa o di un aiuto, mira a togliere e a soffocare la parola e i precetti del Signore dalla memoria, e vuole accecare il cuore dell’uomo, at­traverso gli affari e le preoccupazioni di questo mondo, e abitarvi […] Perciò, tutti noi frati, stiamo bene in guardia, perché, sotto pretesto di ricompensa, di opera da fare e di un aiuto non ci avvenga di perdere o di distogliere la nostra mente e il cuore dal Signore” (Rnb 22,19-25). Tuttavia non credo che le occupazioni che scacciano il Signore dalla nostra abitazione riguardino in fondo una eccessiva occupazione o affanno di servizio, che a volte non lascino il tempo di pregare o compiere gesti di onore religioso a Colui che riconosciamo presente nel nostro cuore. In tal caso, il rimprovero di Gesù nei confronti di Marta riguardava un affanno e una preoccupazione buona: tu Marta per ospitarmi bene nella tua casa ti dedichi a molte occupazioni rischiando di trascurarmi e non avere tempo per me. Però l’affanno e le occupazioni di Marta non cacciavano via Gesù dalla sua casa: forse era un modo incompleto di occuparsi di lui, ma certo quell’affanno servizievole non lo cacciava dalla sua casa. Esiste invece un affanno “cattivo” perché è capace di scacciare via dal cuore e dalla mente colui che è ogni Bene e ogni Segreto; esso è connesso a tutti gli affari e le preoccupazioni che un uomo si dà per esporre davanti agli occhi degli altri i propri beni nascosti, e mostrarli come merce preziosa di cui vantarsi e gloriarsi, con la speranza di “riceverne una mercede”. In questo caso l’affanno non è per servire Lui, ospite della nostra casa, ma per utilizzare Lui a nostro vantaggio davanti agli altri. Egli non è più un ospite caro, ma un oggetto di cui gloriarsi e vantarsi; e in quel momento non è più dentro al tesoro del nostro cuore perché l’abbiamo preso e svenduto per trenta denari di stima e approvazione che vorremmo ricevere dagli altri.

Un uomo che vive questa intimità con se stesso, dove incontra una presenza che non deve dimostrare agli altri, ma conservare con semplicità e umiltà a se stesso, quest’uomo vive la gioia di colui che è sereno e contento di sé, concentrato sul suo centro che gli basta. Invece, le operazioni di mercanzia spirituale nascondono a volte una preoccupazione di fondo: l’ansia di dimostrare il proprio valore. Quest’uomo vive nella preoccupazione che gli altri si accorgano e riconoscano quanto egli è speciale e ammirevole; ed egli allora vive sempre un po’ “di-stratto” in ciò che è e fa, perché ha sempre una parte di sé tesa a notare quanto gli altri lo notino. Ma quest’uomo non può essere beato perché il suo centro, il suo segreto, la sua vita “spirituale” in fondo non gli bastano; egli non è sufficiente a se stesso. Ha bisogno che gli altri lo confermino facendogli superare così le sue insicurezze che nascono dalla sensazione di insufficienza e forse disistima che egli ha di sé. Un uomo invece che è contento di sé, e vive in “contemplazione” di quel centro in cui trova il senso della sua identità, non dovrà affannarsi per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma, vivendo con semplicità e umiltà, sarà beato: infatti sarà libero dall’angoscia dei calcoli di verificare quanta stima e apprezzamento ha ricevuto, sapendo con certezza che «lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà» (v. 2).

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Ultima modifica ilMartedì, 10 Giugno 2014 00:02
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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