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La ventunesima ammonizione di san Francesco

Ammonizione 21: IL RELIGIOSO LEGGERO E LOQUACE

Beato il servo che, quando parla, non manifesta [manifestat] tutte le sue cose, con la speranza di una mercede, e non è veloce a parlare, ma sapientemente pondera di che parlare e come rispondere. Guai a quel religioso che non custodisce nel suo cuore i beni che il Signore gli mostra [ostendit] e non li manifesta [ostendit] agli altri nelle opere, ma piuttosto, con la speranza di una mercede, brama manifestarli [ostendere] agli uomini a parole. Questi riceve già la sua mercede e chi ascolta ne riporta poco frutto.

 

Con questa ammonizione siamo di fronte all’ultima delle tre costruite sul confronto tra "beato il servo" e "guai al religioso". Il rapporto tra le due figure è ancora effettuato sul tema delle "parole", strumento di enorme rilevanza nel creare relazioni vere o false, buone o cattive tra gli uomini. Mentre nell’ammonizione precedente l’utilizzo della parola era valutata da Francesco in base a come riusciva a condurre l’uomo al sorriso o al riso, qui è presentata sotto un altro aspetto: come strumento capace di "mostrare" agli altri qualcosa del proprio mondo interiore. Si potrebbe dire che in questo testo Francesco voglia specificare qualcosa già incluso nel precedente. In quello si proclamava beato il servo che usava parole fragranti, cioè legate alla propria verità e umanità, coinvolgendo se stesso in ciò che diceva, così da rendere le sue parole motivo di letizia vera. Nella presente ammonizione Francesco vuole specificare proprio questo livello di "parola vera-autentica", cioè agganciata al vissuto personale, facendo notare però che anche in questa importante operazione vi è una doppia possibilità, una che conduce alla beatitudine e l’altra ai guai.

In ambedue le parti del testo, infatti, al centro è posta la stessa situazione: manifestare da parte del servo al di fuori con le parole "tutte le sue cose" (v. 1), cioè "i beni che il signore gli mostra nel cuore" (v. 2). Si tratta in particolare di quel mondo interiore, fatto di esperienza umana e spirituale, forse anche di qualità e di eccezionalità, che si potrebbe o dovrebbe manifestare agli altri mediante le parole per renderli partecipi di quei beni. È interessante l’utilizzo dei due verbi che dominano l’intero breve testo: "manifestare" e "ostentare" mediante le parole ciò che è dentro al cuore. La discriminante che rende l’operazione buona o cattiva, fonte di beatitudine o di guai, riguarda il "perché" e, dunque, poi il "come" essa viene fatta, cioè se al fondo di tutta l’operazione vi è la volontà più o meno celata di ricevere una "mercede", una ricompensa per quanto rivelato. Sulla natura di questa mercede ritorneremo più avanti. Adesso è interessante notare l’articolazione dei diversi modi di vivere, da parte del servo di Dio, il suo rapporto triangolato tra se stesso, il suo mondo interiore, il mistero di Dio che gli ha donato dei beni spirituali, e gli altri ai quali svela quelle cose preziose. Sebbene lo faccia una volta in forma negativa e l’altra in forma positiva, Francesco esorta i suoi frati a due atteggiamenti complementari nel gestire la comunicazione dei propri beni spirituali agli altri: la ponderazione nel parlarne (v. 1) e l’operatività nel loro modo specifico di essere mostrate (v. 2).

Innanzitutto il servo di Dio deve evitare un doppio pericolo nel "manifestare" il suo mondo interiore: mostrare "tutto" e farlo "velocemente" (v. 1). Il cuore in qualche modo è come un giardino che va difeso con la siepe della discrezione e della ponderazione per valutare cosa e quando dire di sè stessi, dei beni umani e spirituali che si possiedono. La ponderazione si articola per Francesco in due aspetti. Innanzitutto occorre sapere cosa dire di sé evitando di "manifestare tutte le sue cose", comunicandole senza ritegno, come fossero della merce da esporre di fronte all’acquirente. Ci sono spazi, eventi e aspetti della nostra storia personale (belli o brutti) che debbono essere "custoditi nel segreto del cuore", là dove vi è Colui che li conosce e che ci permette di conoscerli in verità. Altrettanto importante è valutare la "velocità" con cui dire di sé; ponderare significa scegliere il tempo giusto e il luogo giusto, perché certi eventi sono sacri e debbono trovare luoghi e momenti sacri per essere condivisi. La ponderazione del "cosa e dove-quando" dire di sé, in particolare nel mostrare-raccontare ciò che è bello e speciale della nostra esperienza, quei beni cioè che ci sono stati donati dalla bellezza di Dio, dipende in ultima analisi, nota Francesco, dalla "mercede" a cui si aspira. Ritornando all’immagine della mercanzia esposta sul banco del mercato, se quel materiale esposto mira alla ricompensa dell’ammirazione degli altri, mira cioè alla stima e all’apprezzamento, allora il cosa e il dove-quando non sono più stabiliti dal singolo in rapporto a Dio da cui vengono quei beni, ma dagli altri in base alla loro ricompensa per quanto visto e sentito da noi. Se l’offerta dei beni dipende dalla domanda del mercato, allora non vi sarà possibilità di una ponderazione sapienziale, cioè di una vera capacità di valutare non in base al mercato ma in base al sapore dei beni che si devono custodire di sé e amministrare agli altri. E in ogni caso, essi non possono mai diventare merce di scambio, perché si farebbe un’operazione di prostituzione: si offrirebbe per "soldi" qualcosa che invece ci è stato affidato non per commercio ma perché sia regalato solo ad alcuni e in momenti speciali. All’uomo servo di Dio si richiede, infatti, come nota Francesco, una sapiente ponderazione nel rendere partecipe altri di Colui che è il vero bene nascosto dentro al cuore. La sapienza di cui parla Francesco è il sapore giusto dei beni posseduti, che è poi il sapore di colui che è il Bene, e, di conseguenza, la sapienza è la possibilità di parlare di Lui con discrezione e ponderazione per non usare il suo nome invano, o tanto meno per non usarlo come merce di scambio.

Il secondo livello della ponderazione, espressa nella seconda parte al v. 2. riguarda il mezzo di comunicazione di quei beni. Le sole parole nel comunicare agli altri i nostri beni possono diventare una loro violazione, strappandoli dalla "custodia del cuore" quale spazio sacro e adatto per la loro buona conservazione. Al contrario, essi sono adeguatamente comunicati agli altri solo quando diventano "visibili", cioè diventano "opere", azioni, scelte, carne che si pone in movimento toccando il mondo e gli altri con la stessa bellezza e lo stesso sapore che quei beni possiedono nel cuore. Il vero modo di "ostentare", porre davanti agli occhi degli altri la nostra "mercanzia" è quella di renderla vivente, cioè operante dentro il tessuto della vita quotidiana, per fare di quello spazio un prolungamento di quei beni spirituali. Essi allora, offrendosi agli altri, di fatto si nascondono dentro la carne della quotidianità senza, forse, essere del tutto riconosciuti e lodati. E’ chiaro allora che "ostentarli" agli altri, rendendoli visibili nelle opere più che udibili nelle parole, significa essere autentici con se stessi, garantendo innanzitutto a se stessi che quei beni sono veri perché producono operosità e non sono solo pensati e dunque detti. Oltre tutto Francesco pone un verbo interessante per aiutare i suoi frati a smascherare le dinamiche pericolose che possono guidare il servo di Dio nel parlare di sé agli altri senza la garanzia che quei beni siano veri: colui che brama (cupit) di parlare di sé rischia di essere nei guai. Le parole sono facilmente gestibili, perché esse possono essere usate come una specie di plastica colorata che avvolge e rende mirabile e appetibile ogni sorta di contenuto del cuore. Bramare di raccontare di sé e mostrare a parole le proprie specialità umane e spirituali rinvia ad un desiderio pericoloso perché quell’uomo forse è guidato più dal desiderio di "mostrare" la sua specialità per essere così ammirato, che "dimostrare" la sua umanità per essere così un dono.

La conclusione tirata da Francesco è spietata. Il prodotto finale di quel commercio, fatto di ostentazione di prodotti preziosi per ricevere una mercede, cioè un po’ di riconoscimento, è disastroso sia per il commerciante che per l’acquirente. Il primo riceve quanto egli bramava, cioè un po’ di considerazione e ammirazione, che passa subito dopo, nel momento che egli resta solo senza colui che lo ricompensava con l’ammirazione; il secondo riceve solo un po’ di parole vuote, o meglio, parole piene di tanta "brama" di mostrare sè stesse ma prive di una vera umanità che le renda durature e operative.

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Ultima modifica ilMartedì, 01 Aprile 2014 09:30
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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