banner header
Log in

La Quinta ammonizione di S. Francesco

Ammonizione 5: CHE NESSUNO SI INSUPERBISCA, MA OGNUNO SI GLORI NELLA CROCE DEL SIGNORE

Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine (Cfr. Gen 1,26) di lui secondo lo spirito.
E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crucifiggerlo, e ancora lo crucifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti? Infatti, se tu fossi tanto sottile e sapiente da possedere tutta la scienza (Cfr. 1Cor 13,2) e da sapere interpretare tutte le lingue (Cfr. 1Cor 12,28) e acutamente perscrutare le cose celesti, in tutto questo non potresti gloriarti; poiché un solo demonio seppe delle realtà celesti e ora sa di quelle terrene più di tutti gli uomini insieme, quantunque sia esistito qualcuno che ricevette dal Signore una speciale cognizione della somma sapienza. Ugualmente, se anche tu fossi il più bello e il più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza, ed in esse non ti puoi gloriare per niente; 8 ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità (Cfr. 2Cor 12,5) e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo (Cfr. Lc 14,27).

Al verbo "appropriarsi" che caratterizzava l'ammonizione precedente, viene aggiunto in questa ammonizione un nuovo verbo, anch'esso di grande rilievo nello smascheramento da parte di Francesco dell'antiprogetto cristiano: "gloriarsi". I due verbi sono parenti stretti: il desiderio di appropriarsi del bene, che con grande fatica e determinazione si cerca di compiere, ha come obbiettivo di fondo quello della gloria personale. Il bene a motivo della propria esaltazione! questa è l'inversione demoniaca che si può nascondere dentro il bene che il "frate minore" si "sforza" di compiere.

Francesco, usando per la prima e unica volta nel testo delle Ammonizioni la seconda persona singolare, per istaurare con il "tu" del lettore una forma di dialogo diretto, pone al centro del suo testo una fondamentale domanda: "di che cosa tu puoi gloriarti?" La domanda sembrerebbe strutturare il testo in due parti. La prima è aperta da una fondamentale considerazione donata all'interlocutore come aiuto ad una importante presa di coscienza: tu sei ricco, sei figlio di Re, perché con il corpo e lo spirito sei ad immagine e somiglianza di colui che è il Figlio. Ma questa condizione permette un atteggiamento di auto glorificazione? Cioè: quando tu puoi davvero esprimere tale «sublime condizione» e vivere di questa ricchezza e dunque potertene gloriare? Due sono le situazioni ipotizzate da Francesco: l'una di successo per le possibilità insite in questa condizione e l'altra di fallimento. Riprendendo l'immagine delle due vie, una positiva l'altra negativa, contrapposte tra loro mediante "quando-invece", il Santo effettua una specie di ribaltamento di ogni logica delle dinamiche del gloriarsi dell'uomo.

Nella prima ipotesi Francesco presuppone una serie di risultati molto positivi raggiunti, dal suo ipotetico interlocutore, in tre ambiti strategici della sua esistenza: nel conoscere, nell'apparire e nell'operare. Sinteticamente la proposta potrebbe essere così riassunta: se anche tu conoscessi tutti i misteri di Dio o se tu fossi il più bello o se tu operassi cose prodigiose, in tutto questo non puoi esaltarti né gloriarti. Le motivazioni offerte per giustificare questa sconcertante affermazione sono di tre generi. Le prime due sono in qualche modo di natura oggettiva, cioè esterna alle intenzioni dell'uomo: innanzitutto perché il demonio -quanto a conoscere- sa tutto meglio di te; inoltre perché tutto quello che hai non è di tua pertinenza cioè non è roba tua perché tutto viene da Dio. L'esaltarsi e il gloriarsi significherebbe allora assomigliare al demonio o appropriarsi di qualcosa mediante un atto di latrocinio. A queste due preliminari argomentazioni si aggiunge l'ultima, quella nel quale Francesco immette una motivazione di tipo soggettivo, e sicuramente quella centrale nel suo tentativo di smascherare dinamiche nascoste nell'agire "buono" del frate minore: l'esaltarsi dei beni compiuti diventerebbe «un ostacolo» e un impedimento nel cammino di libertà a cui è chiamato il servo di Dio; i beni di cui ci si appropria si trasformano immediatamente e immancabilmente in zavorra che toglie la libertà e la leggerezza al frate minore, trasformandolo in un proprietario sempre affannato nel difendere quei beni e spesso angosciato dalla paura di perderli.

Nelle ultime due righe dell'ammonizione Francesco propone invece l'altra situazione che unica può essere motivo di gloria e di esaltazione: nella infermità e nella croce di ogni giorno. Passando dal "tu" al "noi", quasi in una forma di condizione collettiva appartenente a tutti senza doversi sforzare, Francesco proclama fonte di gloria e di esaltazione e di gioia e di letizia la debolezza e il fallimento. Non si tratta di un'apologia della sofferenza quasi ci fosse un piacere masochistico nel dolore dei vinti. Al contrario, per Francesco si tratta di riconoscere quando l'uomo è veramente se stesso, quando tocca la sua verità fatta di carne legata ad un tempo ed ad uno spazio limitato e frammentario. La croce, quale simbolo della debolezza della carne ed immagine suprema dell'incapacità di dominare la propria vita rendendola vittoriosa, costituisce l'esperienza sicura in cui ognuno tocca l'ultima o la prima verità di sé; ma che però non è l'ultima parola sul proprio destino e sulla propria natura, ma solo la penultima perché ad essa segue quella che apriva il testo dell'ammonizione: a noi che riconosciamo di essere figli di uomo, accettando sulle nostre spalle questa condizione, viene ricordato da Dio che gli apparteniamo e che siamo figli suoi indipendentemente dalle nostre prestazione; anzi, proprio quando siamo deboli è allora che siamo forti e possiamo gloriarci di essere figli di Re. Ed è proprio in questo momento che l'uomo smette di vivere come un "tu" contrapposto a tutti gli altri e condannato alla solitudine sospettosa e affannata dei vincenti, ma diventa un "noi" capace di condividere la propria umanità con gli altri e di gloriarsi insieme ad essi della natura sublime di essere figli di un Padre celeste.

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilDomenica, 12 Gennaio 2014 18:30
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?