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La Settima ammonizione di S. Francesco

Ammonizione 7: LA PRATICA DEL BENE DEVE ACCOMPAGNARE LA SCIENZA

Dice l'Apostolo: «La lettera uccide, lo spirito invece dà vita». Sono morti a causa della lettera coloro che unicamente bramano sapere le sole parole, per essere ritenuti i più sapienti in mezzo agli altri e potere acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici.
Cosi pure sono morti a causa della lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri. E sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura coloro che ogni scienza che sanno e desiderano sapere, non l'attribuiscono al proprio io, ma la restituiscono, con la parola e con l'esempio, all'altissimo Signore Dio, al quale appartiene ogni bene.

Nell'ammonizione VII ritroviamo alcune categorie fondamentali del linguaggio di Francesco già incontrato nei precedenti testi. Al centro di tutto il testo campeggia l'espressione "il bene del sapere", sintagma che si ricollega chiaramente alla prima situazione, prevista nella ammonizione III, delle tre attività umane nelle quali l'uomo rischia di cadere nell'autoglorificazione. Il "sapere le parole" o "sapere la scienza", pur essendo un "bene" che viene dal Signore, anzi dovremmo dire "il bene più prezioso" che ci offre il Signore, costituisce per la vita del singolo una capacità, un "bene" del tutto insicuro, o meglio ambiguo: le parole della Scrittura invece di essere parole di vita possono diventare parole di morte. Esse diventano quello che sono, cioè fonte di vita, o si trasformano nel loro opposto, in base all'atteggiamento di colui che le possiede; lo spirito di colui che le "conosce" rende quelle parole mortifere o vivificanti.

La conoscenza è causa di morte quando diventa motivo di potere sugli altri: "bramare di sapere" di più, così da essere "ritenuti i più sapienti in mezzo agli altri" e, di conseguenza, poter "spiegare le parole agli altri", rischia di farli diventare anche signori degli altri. Al fondo di tutto per Francesco si tratta del desiderio, della "brama" di essere di più degli altri per poter avere un ruolo più importante. Questo atteggiamento, con cui si vive "il sapere le parole", significa allora voler conoscere "le sole parole". In tal senso si comprende cosa intenda Francesco quando afferma che costoro nel loro sforzo di "conoscere-sapere" non seguono "lo spirito della divina Scrittura"; usando del potere sulle parole conosciute meglio degli altri essi le svuotano del loro contenuto, dello Spirito della Scrittura, per ridurle ad un oggetto in loro potere, cioè a merce di scambio. Mentre esse dovrebbero essere ripiene della notizia della gratuità con cui Dio ci ha amato – il vero contenuto che le rende ripiene dello Spirito di Dio –, esse si trasformano nel loro opposto; non solo sono uccise dall'uso improprio che ne fa colui che le vuole conoscere come "sole parole" di scambio, ma diventano parole di morte. Conoscere le parole della Scrittura per ridurle a mezzo di potere significa renderle davvero "sole parole", vuote di ogni "potere" di dar vita eterna per essere invece riempite dal potere vuoto di colui che, tramite esse, vuole affermare se stesso sugli altri. Le parole ridotte a "sole parole" per il potere e il dominio non aprono più ad altro e non conducono oltre se stesse comunicando lo Spirito della vita; esse sono depotenziate dal loro potere di comunicare, e non solo muoiono, perché ridotte alla natura di colui che le legge e le usa, ma anche uccidono perché lasciano quell'uomo "sapiente" da solo con se stesso.

Al contrario, un uomo, che conosce le parole e in particolare la parola della Scrittura, viene da esse vivificato ad una sola condizione: se le "restituisce" a colui da cui esse vengono. Conoscere le parole significa mantenerle aperte: vengono da altro, debbono essere accolte con la fatica della conoscenza e della sapienza, e vogliono essere compagne di viaggio per il ritorno a colui di cui sono piene. Francesco nella seconda parte dell'ammonizione utilizza uno tra i verbi più importanti del suo modo di vedere e vivere la vita. La "parola conosciuta", cioè posseduta attraverso la forza e la fatica dell'intelligenza, deve essere "restituita" perché diventi definitivamente parola di vita e non di morte. La restituzione della parola inverte l'atteggiamento precedente, nel quale l'uomo, una volta ottenuta la parola, l'attribuiva "al proprio io", si rendeva padrone della parola per diventare padrone sugli altri. La parola invece deve essere e restare rinvio a colui da cui deriva. La parola deve essere restituita al Signore. Non solo la si restituisce a Dio perché si riconosce che la capacità di conoscere e sapere le parole è un bene che viene da Dio, ma anche e soprattutto perché essesono ridonate agli altri libere da ogni meccanismo di potere e piene del loro essere rinvio al mistero da cui derivano. Quell'uomo che conosce le parole della Scrittura è vivificato da esse in quanto attraverso di loro egli si pone in viaggio nell'amministrare agli altri con gratuità e generosità quel bene; in tal modo egli assume su di sé la natura di gratuità e abbondanza che è la Parola. Un uomo che conosce le parole viene da esse vivificato perché, amministrandole come dono, partecipa alla natura della Parola che si è fatta pura gratuità del Padre che l'ha pronunciata su di noi e per noi. Il bene più prezioso che l'uomo possa possedere, il sapere-sapore della Parola, diventa la sua autentica ricchezza nel momento in cui egli la restituisce a Dio e ai fratelli, mantenendone così il suo vero contenuto, cioè il suo vero Spirito che è gratuità del dono; e a lui non resta nulla di proprio se non la gioia di un dono ricevuto e riconsegnato. Egli allora diventa simile a Colui che si è fatto parola per amore diventandone prolungamento nella storia degli altri uomini.

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Ultima modifica ilDomenica, 12 Gennaio 2014 18:23
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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