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'G'… come GLORIA

Tentiamo oggi di ravvivare un vocabolo consumato dal tempo e divenuto per noi privo di mordente, benché ricchissimo (ricchezza testimoniata dalla frequenza del suo uso nella Scrittura e nella liturgia): il termine gloria. Sono debitrice dello spunto e della sostanza di questa riflessione a un “Commento al Gloria Patri” di Giovanni Getto, pubblicato dalla Jaca Book.

Che vuol dire “gloria”? Era parola forte nell’antichità classica, e indicava un desiderio radicato nel cuore dell’uomo che anelava alla lode, alla fama e all’onore meritati da qualche significativa impresa. Gloria per eccellenza era quella militare, del condottiero che trionfava sui nemici, o quella poetica, del poeta di cui si riconosceva l’eccellenza. In questi casi (come in quelli del servizio reso alla patria nelle istituzioni politiche o del contributo al progresso tecnico-scientifico) l’opera garantiva all’uomo una specie di immortalità: il suo nome non sarebbe stato dimenticato. Disilluso – quando non addirittura cinico - il nostro tempo non crede molto ad una simile motivazione: tanto che una traccia di questo significato della parola sopravvive nel linguaggio corrente con una sfumatura quasi dispregiativa: “non lo fa per la gloria” è l’affermazione impietosa che esprime il dubbio sull’effettivo disinteresse di un’azione.

Una diversa gloria conosce la civiltà biblica, in cui protagonista della storia non è l’uomo, ma Dio. Il tema della gloria percorre tutto l’Antico Testamento “e la parola echeggia stupita e inebriata da un salmo all’altro”: Il Signore degli eserciti, è Lui il re della gloria … Tu sei rivestito di gloria e di splendore …. L’espressione “la gloria di Dio” designa Dio stesso che si rivela nella sua potenza e nello splendore della sua santità. Gloria terrestre di Dio è quella che l’uomo può contemplare guardando con ammirata meraviglia il capolavoro di Dio che è la creazione: I cieli narrano la gloria di Dio … Su tutta la terra la tua gloria. Dio poi si manifesta con i suoi interventi, i suoi prodigi, i suoi “segni”, prova della sua tenace volontà di salvezza: in essi Israele vedrà la gloria di Dio. La Bibbia conosce anche il tema della glorificazione dell’uomo: il giusto è glorificato da Dio e gli rende gloria. “In Dio è la mia salvezza e la mia gloria”: questa certezza sarà luminosa nella coscienza del martire. E’ un vero e proprio capovolgimento di prospettiva: non è qualcosa che l’uomo fa a garantirgli una parvenza di eternità, bensì il riconoscere (e riconoscersi) opera e riflesso dell’Eterno.

Gesù stesso parlerà ripetutamente di gloria: quella che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse; quella che ha reso al Padre con tutta la sua vita umana, compiendone l’opera; e quella che attende dal Padre affidandosi totalmente a Lui nell’obbedienza della croce. Così il Crocifisso, in cui non è bellezza né splendore, sarà l’estrema e definitiva rivelazione della gloria di Dio, Colui che ama perdonando.

E noi? Partecipi del disincanto dell’oggi, forse ci curiamo poco del primo tipo di gloria; ma certo fatichiamo ad intuire le profondità della parola che la Scrittura e la liturgia pongono così spesso sulle nostre labbra. Possiamo cantare la gloria di Dio perché siamo noi stessi chiamati ad essere lode della sua gloria, con la nostra intera vita redenta. Ci auguriamo dunque di sentire come rivolte anche a noi le parole udite da santa Caterina da Bologna: “Et gloria eius in te videbitur, la Sua gloria sarà vista in te”.

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Ultima modifica ilLunedì, 24 Marzo 2014 15:26
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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