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Gesù è il Figlio di Dio? (risposta ai testimoni di Geova e tanti altri)

Mistero di Dio - Divinità di Gesù

Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 422ss.

Dobbiamo partire da una constatazione, da fare con tutta sincerità: Gesù non si è mai attribuito espressamente questo titolo. Sulla sua bocca troviamo altre espressioni, come “Figlio del Padre”, “il Figlio”, “Figlio dell’uomo”.

Ma allora… Gesù è – o è diventato – o l’hanno fatto diventare “Figlio di Dio”?

I discepoli hanno creato il “mito” del Figlio di Dio? A ben vedere “Figlio di Dio” è un titolo che acquista significato dopo la Pasqua, con un valore legato all’annuncio, alla propagazione della fede.

Come si spiega il rifiuto da parte di Gesù di usare questo titolo? Ci viene in soccorso l’esegesi storico-critica, che ci aiuta a comprendere cosa voleva dire ai tempi di Gesù questa espressione. Scopriamo che “Figlio di Dio” è espressione priva di significato se riferita a quel preciso momento storico, a quel preciso contesto religioso. Scopriamo che, probabilmente, anche Caifa interrogando Gesù (“Sei tu il Figlio del Dio vivente?”) e lo stesso Pietro professando la sua fede (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”) intendevano piuttosto il Messia, l’inviato di Dio, comunque un essere creaturale.

Gesù si definisce però “il Figlio”, in forma assoluta, per tre volte: in Marco 12 (la parabola dei vignaioli omicidi), Marco 13 (“Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”) e Matteo 11 (“nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”).

Cosa sta dicendo Gesù? Sta dicendo di sé qualcosa che verrà alla luce con la Pasqua.

Gesù ha vissuto in modo consapevole la sua figliolanza: non si capirebbero altrimenti le sue parole e i suoi gesti. Vediamo in lui tre precisi atteggiamenti:

-confidenza, evidente nel linguaggio che egli usa per rivolgersi a Dio, abbà (lo troviamo in tre passi, come invocazione), che nella lingua materna, l’aramaico, esprime il profondo affetto del figlio verso il padre, “padre caro”. Perché l’evangelista avrebbe lasciato l’espressione aramaica senza tradurla con Patèr… se non per conservare un modo specifico, proprio di Gesù, entrato nella memoria dei discepoli e poi nella comunità cristiana?

-intimità, ovvero una comunanza di intenzioni, affetto, volontà, per cui le intenzioni, i sentimenti, il volere di Dio diventano evidenti per noi nel Figlio

-obbedienza filiale, ovvero ascolto profondo e fede nel Padre, per cui Gesù ascolta e fa ciò sente e vede fare dal Padre

Tutto ciò evidenzia un singolare rapporto di Gesù con quello che egli chiama Padre, un rapporto non riconducibile a quello di un pio israelita del tempo, evidenzia l’unicità del rapporto tra Gesù e Dio. È significativo, a questo proposito, che Gesù distingua sempre se stesso e i discepoli: “Padre mio” e “Padre vostro”, non “Padre nostro”, che è riservato ai discepoli (“quando pregate, voi dite Padre nostro”).

Dunque, Gesù non usa per sé “Figlio di Dio”, perché era un’espressione povera, o si prestava a interpretazioni riduttive (come non usa “Messia” perché voleva dire identificarsi con uno dei tre gruppi – zeloti, farisei ed esseni di Qumran – che lo usavano in senso esclusivo), ma mostra nell’agire e nelle parole un rapporto tale con il Padre da permettere, dopo la Pasqua, l’uso di questo termine in senso pieno.

“Figlio di Dio” è dunque, sì, un titolo post-pasquale, ma che trova fondamento e legittimazione prima della Pasqua, nella coscienza che Gesù aveva della sua autorità e del suo rapporto unico con Dio.

 

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Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.




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