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'I'… come INCONTRO

Difficile immaginare una parola meno perduta di questa, che è anzi utilizzata con sorprendente frequenza. Si organizzano incontri a tutti i livelli e per qualunque cosa: incontri di contatto, di negoziazione, di programmazione e di verifica; incontri per specifiche categorie di persone; incontri pubblici e riservati, culturali e musicali … La stessa vita ecclesiale prende sovente a prestito dizionari manageriali per definire i propri appuntamenti. E le nostre agende si riempiono di date e orari. Troppi per non lasciare il sospetto che dietro questo proliferare di incontri si celi in realtà una sempre maggiore difficoltà di autentica comunicazione: una difficoltà di incontro, appunto, in un mondo che programma tanti incontri ma che - per i ritmi e gli stili di vita che favorisce - incrementa a dismisura la solitudine.

Cos’è dunque "incontro"? Nella parola è presente l’idea di un movimento verso, di un avvicinamento che stabilisce un contatto, e nel contempo c’è sfumata l’allusione ad una possibilità di ostilità, di contrasto. Quasi a suggerire che gli altri - che mi stanno di fronte - possono rivelarsi sorgente di inattesa reciprocità ma mantengono pure una alterità irriducibile. Siamo certi che tutto quello che ogni giorno definiamo con il termine incontro abbia davvero a che fare con questa fondamentale scoperta? O non tendiamo piuttosto ad utilizzare il termine come banale sinonimo di riunione?

Perché si dia incontro occorre in primo luogo che ci sia un "io" consapevole di sé e dei propri confini, con una identità definita.

Occorre poi che sia "un io aperto": non impantanato nelle sabbie mobili dell’auto-referenzialità, non sempre e solo occupato con se stesso, i propri interessi, opinioni, emozioni, desideri, preoccupazioni, progetti. L’autentico incontro chiede un io capace di "decentramento": non tanto di affermarsi, quanto di togliersi per far posto all’altro; di vivere dietro piuttosto che avanti; di essere dopo piuttosto che prima; di ascoltare piuttosto che parlare. Un io capace di stare di fronte all’altro come al proprio "tu", di rivolgergli questa parola fondamentale che apre il mondo della relazione. In esso si scopre che relazione è reciprocità, azione dell’uno sull’altro: nessun autentico incontro lascia i protagonisti come li ha trovati, ciascuno è plasmato e cambiato nel momento stesso in cui contribuisce a plasmare/cambiare l’altro.

E’ inoltre importante la percezione di uno "scopo", di una direzione di cammino che coinvolge e supera tutti i protagonisti: senza questa dimensione - che potremmo chiamare di trascendenza - ogni incontro resta in balia della mutevolezza degli umori e della tirannia degli interessi individuali. Nella migliore delle ipotesi un palcoscenico su cui raccogliere plauso e conferme per un fragile senso di sé.

Troppo esigente questa definizione dell’incontro? Può darsi: credo tuttavia che valga la pena di non banalizzare questa realtà che costituisce il tessuto dell’esistenza: «Ogni vita reale è incontro» ricordava Martin Buber. E in ogni incontro ci raggiunge una provocazione: a riconoscere nella differenza di coloro che incontriamo la radicale differenza di Dio stesso rispetto ai nostri schemi e alle nostre sicurezze. L’altro – comunque incontrato – può essere per noi sacramento del Dio-Altro, quel Dio che per incontrarci ha voluto farsi sorprendentemente vicino.

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Ultima modifica ilLunedì, 31 Marzo 2014 10:26
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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