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Il Silenzio

Viviamo sommersi in un flusso continuo di rumori, di suoni e di immagini. Mai, nella storia dell’uomo, è accaduto in tali proporzioni. Sempre nuove possibilità tecniche sono a servizio di questo moltiplicarsi di stimoli: sollecitazioni violente e caotiche, forti e superficiali nello stesso tempo, che si esauriscono in breve per essere sostituite da altre.

Ecco l’onnipresente pubblicità: messaggi e immagini ci inducono a desiderare oggetti che in realtà non vogliamo, di cui non abbiamo bisogno, e ci distolgono dal prestare attenzione a noi stessi, ai desideri profondi del cuore.

Ecco l’uso continuo del cellulare: sembra che non si possa stare un attimo, in qualsiasi situazione, senza comunicare con qualcuno, senza riempire di parole uno spazio altrimenti percepito come insostenibile vuoto.

Ecco l’impellente necessità di essere connessi in ogni momento, reperibili sempre, aggiornati sempre all’ultima ora… quasi che altrimenti la realtà potesse sfuggirci di mano.

Ne scaturisce un uomo che manca di profondità e di equilibrio; non trova in se stesso nulla di essenziale, rischia di essere senza un centro. Uno che finisce per non elaborare realmente nulla, e per rispondere a tutto in termini di reazione immediata. E’ informato, si esprime con luoghi comuni e passa subito ad altro. Il vuoto interiore deve essere nascosto con una attività perenne e inquieta: occupare tutto il tempo, correre sempre, mentre si fa una cosa pensare già a quello che si farà dopo… con il rischio di finire in «una noia disperata interrotta da esplosioni di disperata impazienza».

E’ in crisi la capacità di fare silenzio e questo mette in crisi l’intero rapporto uomo-parola. L’uomo esprime la verità attraverso la parola. Quanto più riconosce la verità, tanto più è in grado di esprimerla, e tanto più ricca si fa la parola. Ma per riconoscere la verità è necessario il silenzio. Chi parla sempre non raggiunge la verità, ma solo certe verità (relazioni, conseguenze, progetti). L’animo di chi parla continuamente a poco a poco si impoverisce. Il sentimento che si traduce sempre in parole, muore. La parola è essenziale ed efficace solo quando nasce dal silenzio.

E’ in crisi la capacità di raccoglimento. Chi parla sempre, si muove sempre e agisce sempre, non raggiunge mai se stesso, non è mai con se stesso. «Si va affermando – diceva Guardini già vari decenni fa – un tipo d’uomo che non ha più in sé un centro vivo. I fatti della vita lo percorrono di continuo e lo spingono sempre più fuori. Egli non sta fermo in nessun luogo, ma viene proiettato in ogni direzione da mille influssi. Egli non si possiede più, ma gli capita di essere da qualche parte…».

Questo ha un particolare significato nell’esperienza religiosa, il cui nucleo sta proprio nella coscienza della realtà di Dio e nel condurre la mia vita davanti a Lui, nel “cercare il suo volto”, nello stare in ascolto della sua Parola e nel rivolgermi a Lui come al mio Tu, quel Tu che solo mi costituisce come Io. Ma perché tutto questo sia possibile occorre che il mio spazio interno sia aperto e sgombro e che l’interlocutore mi sia chiaro. Non può accadere senza raccoglimento e silenzio.

Gli effetti devastanti dell’impoverirsi della dimensione dell’interiorità si vedono anche nel rapporto fra le persone. «Chi vive nella dispersione tende a comportarsi con gli uomini come fossero cose… solo quando si costituisce quella vigilanza interiore tutta speciale, quell’attenzione mirata che chiamiamo raccoglimento risulta possibile l’incontro con l’uomo in quanto uomo».

La stessa cosa accade per l’opera dell’uomo, soprattutto l’opera d’arte, che può essere compresa solo nel raccoglimento; e per la natura che, al di là delle mode e della tanto sbandierata sensibilità ecologica, viene incontrata davvero solo da chi le va incontro a partire dalla sua interiorità.

Questa attitudine a raccogliersi e a fare silenzio non si coltiva senza esercizio, perché si tratta in effetti di svegliare in noi stessi un’energia che dorme. E soprattutto di cercare il volto di Dio (Sal 27,8), di quel Dio che tanto spesso ripete nella Scrittura il suo pressante invito: “Ascolta…” e che dell’ascolto indica anche la condizione: “Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16).

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Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:21
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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