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Il "giudizio" di Dio - 2 parte

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Come anticipato nell’articolo precedente continuiamo a riflettere insieme sulle modalità di fare giustizia derivanti dalla scrittura per arrivare infine a capire come Dio fa’ giustizia! Fino ad ora abbiamo esplorato la modalità di fare giustizia che ben conosciamo: il “giudizio”, quello fatto in tribunale con il ricorso ad un giudice.

Nel mondo biblico quando si entrava nel giudizio era evidente che qualcuno finiva condannato. Addirittura si prevedeva, qualora ci fosse un caso di falsa testimonianza che, colui che era accusato di un reato non commesso e l’accusa era falsa, non si condannasse l’accusato perché era innocente, ma il falso accusatore. Il giudice doveva infliggergli a questi la stessa pena che avrebbe provocato con la sua falsa accusa. Se ad esempio uno accusava falsamente un altro di un reato per il quale era prevista la pena di morte e si scopriva che questi aveva fatto falsa testimonianza, doveva essere lui, il falso testimone, condannato a morte. Se invece accusava di un pena che era di un giorno di carcere, doveva fare lui un giorno di carcere, ecc…

Questa è la logica di fare giustizia a cui anche noi siamo abituati. E’ il procedimento usuale, necessario, inevitabile, ma non completamente soddisfacente perché di fatto il sistema del giudizio non risolve veramente il problema dell’ingiustizia. E’ vero che la punizione, la pena dovrebbero avere una funzione redentiva però di fatto la punizione e la pena lasciano irrisolto il problema.

Il colpevole rimane colpevole e tutto quello che si riesce a fare, eventualmente, è di impedirgli di continuare ad esserlo. Non si risolve però il problema dell’ingiustizia, non si arriva a modificare la situazione del colpevole, peggio, si utilizzano nei confronti del colpevole dei sistemi coercitivi che, portati all’estremo, sono persino ingiusti.

Per capirci facciamo l’esempio più paradossale: la pena di morte. A che serve la pena di morte? A dire che il reato è gravissimo. A dire che non c’è un reato più grave di quello: è talmente grave che si dà una punizione che più punizione di così non si può. Allora l’enormità della punizione, della pena serve a dire l’enormità del reato come abbiamo già visto nell’articolo precedente. Siccome si vuole dire che la vita è intoccabile e che quindi uccidere è un reato inimmaginabile, si dà la pena inimmaginabile, la pena di morte.

Ma vi accorgete bene che questo è assolutamente folle, perché, per dire che non si deve uccidere, si uccide e si utilizza proprio l’uccisione per dire che non bisogna farlo. Questo sistema non funziona e la Scrittura ne è consapevole.

E’ giunto il momento di parlarvi di un secondo modo di fare giustizia che la Scrittura ci presenta: è il procedimento che tecnicamente si chiama “RIB”. Il RIB è una parola tecnica ebraica, difficile da tradurre. Il termine giusto sarebbe “lite giudiziaria, contesa”.

Cosa prevede il “RIB”?

Si è creata una situazione di ingiustizia, c’è un colpevole e c’è una parte lesa, cosa succede? Succede che la parte lesa, secondo il “RIB”, non deve andare da nessuno, non va dal giudice ma va invece direttamente dal colpevole e gli pone davanti il suo peccato. Si rivolge direttamente al colpevole accusandolo, mostrandogli che quello che sta facendo è male.

Qual è lo scopo di questo e qual è allora la differenza dal giudizio?

Lo scopo del “RIB” è di aiutare esplicitamente il colpevole a capire che sta facendo il male e che fare il male fa molto male a chi lo fa e non solo a chi lo subisce, anzi che fare il male fa persino più male a chi lo fa, che a chi lo subisce. Allora lo scopo del “RIB” è di aiutare a capire colui che sta facendo il male che lui si sta facendo male, facendo il male, e fargli vedere la follia di quello che sta facendo e quindi provocare in lui la consapevolezza dell’orrore di questa scelta di male che ha fatto e perciò la decisione di smettere di fare il male.

Dunque lo scopo del “RIB” è la conversione del peccatore e la sua salvezza.

Lo scopo del “RIB” è che chi ha fatto il male torni ad essere una persona felice.

Con il RIB entriamo in una logica che ci scomoda profondamente. Guardandomi intorno credo che siamo portati a risolvere le questioni in modo più “forense” che “fraterno”. Quante volte difronte alle ingiustizie voltiamo le spalle ma poi ci siamo professati “giusti” perché non facciamo niente di male? Lo dico perché io per primo faccio fatica a mettere in pratica questa logica sconvolgente e rivoluzionaria che ci viene dalla scrittura.

Nella prossimo articolo vedremo come da questo modo di fare giustizia scaturisca l’offerta del perdono e la possibilità di una vita nuova!

Vi aspetto alla prossima…

Ultima modifica ilLunedì, 12 Agosto 2013 23:37
Agostino Di Meglio

Agostino Di Meglio, classe '74, vivo a Roma dove lavoro come consulente web in una società di informatica. Ho frequentato i primi due anni dell'Istituto Teologico di Assisi. Ho tante passioni tra cui il mare... mi richiama tanto l'infinità di Dio e del suo Amore! Sono innamorato della vita e sono sempre in ascolto di essa, perchè è maestra e perchè è uno dei mezzi privilegiati attraverso cui Dio mi parla.

Sito web: buonanovella.info

1 commento

  • Francesca M.
    Francesca M. Sabato, 10 Agosto 2013 11:54 Link al commento

    Interessantissimo questo argomento!
    Riflettendoci è vero che quando c'è qualcuno che soffre, per quanto sia giusto e lecito interessarsi alla persona che soffre, mi riesce pure difficile interessarmi anche al colui che provoca la sofferenza. Non vedo l'ora di leggere la terza parte! ;-)




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