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Dialogo su Dio

“Allora spiegami Dio. Spiegami se c’è, dov’è, cosa ci sta a fare lassù, cosa fa, se ci guarda, se gliene frega qualcosa di noi, o se dopo aver creato il mondo ha messo fuori un cartello con scritto «chiuso per ferie», senza che finiscano le ferie o «torno subito», senza tornare.” 

“Io potrei anche spiegarti Dio, potrei parlarti del Principio Primo, del Motore Immobile di Aristotele, delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio di un san Tommaso o un sant’Anselmo, della teodicea, dei tentativi di giustificare Dio di fronte al problema del male… ma sarebbe il Dio dei filosofi, e non credo ti direbbe niente, non direbbe niente alla tua vita, alla tua ricerca di senso, alla tua sofferenza. Parlerebbe forse ai tuoi neuroni, ma non al tuo cuore.”

“Come può parlare al mio cuore un Dio senza cuore? Un Dio che sta chiuso nell’alto dei cieli, imperturbabile, distaccato? Dov’è, quando un bimbo grida la sua fame e il suo dolore in un villaggio razziato con violenza feroce, quando un ragazzo muore per mano di un altro per un ordine ricevuto, quando un uomo specula su una minaccia inesistente e scatena una guerra e accumula denaro seminando morte? Non può esserci Dio se c’è l’uomo che soffre. Un solo uomo che soffre senza un perché. Anzi, che soffre e basta, perché spiegare la sofferenza innocente farebbe ancora più male del non senso.
Ma se non ho risposta da Dio, non ce l’ho neppure dalla ragione scientifica. Le mie leggi, le leggi fisiche che conosco tanto bene, alle quali mi sono aggrappata con tutta me stessa per restare in piedi, sono talmente aride in questo mio domandare, che mi si sgretolano tra le mani… sono risposte sterili! E tu? Tu che risposte hai? Chi è Dio?”

“Io posso parlarti del Dio che conosco, un Dio che ci ama di un amore folle, un Dio che non risparmia ciò che di più prezioso ha, suo Figlio, per venircelo a dire, a mostrare. Un Dio che in Gesù Cristo si fa vicino a chi soffre prendendo la sofferenza tutta su di sé, come il papà che raccoglie il figlio caduto e se lo mette in spalla. Un Dio così mi interroga, non sono io che lo interrogo, perché io non vengo prima di lui, e non ho fatto niente per meritare questo amore.
Allora la risposta che io do è una risposta all’amore. Non è molto diverso da ciò che succede a due innamorati. Ci si «trova» innamorati, non lo calcoli, non ti sforzi, e però questo sentimento forte che ti lega all’altro, decidi di giocartelo in libertà nella fiducia reciproca: ciascuno mette la sua vita nelle mani dell’altro… se ci pensi è una cosa da pazzi, e invece no! I due la sentono come qualcosa di liberante, qualcosa che permette loro di essere se stessi nel profondo. È fidarsi e affidarsi. Amare perché ci si sente amati, ci si scopre amati. Da sempre.
Questo non deve però farti pensare che il Dio che conosco, il Dio di Gesù Cristo, sia una scelta di comodo per non pensare, per togliersi d’impaccio, per mettere in vendita il cervello o darlo in appalto ad altri.
In fondo non è che, scegliendo la persona della tua vita, tu metta da parte la tua razionalità. L’hai scelta con tutta te stessa, testa e cuore. Non siamo fatti per compartimenti stagni! Credere è un atto profondamente razionale. Ma non è solo questo, perché altrimenti, lo ripeto, sarebbe un inscatolare Dio nei nostri ragionamenti, renderlo un oggetto del nostro pensare, qualcosa di maneggiabile a nostro piacimento, sarebbe farne un pupazzo a nostra disposizione, una marionetta da tirare fuori al momento opportuno.
Noi non possiamo possedere Dio, è qualcosa che resta oltre, indisponibile, incondizionato. Non è in mano nostra! Che Dio sarebbe? Quale Dio conosci tu? Qual è il Dio che vuoi? Un Dio pronto all’uso per spiegare ciò che non comprendi?”

 

Ultima modifica ilSabato, 03 Agosto 2013 17:23
Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.




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