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Il Rosario - Misteri del dolore: Gesù muore in croce

La strada per il Golgota finisce in una radura ampia e desolata. È il luogo deciso per la crocifissione. Le truppe si fermano. Alcuni soldati spogliano Gesù e gli altri due condannati, mentre altri preparano le croci, tra gli sguardi della folla numerosa. È una morte pubblica questa, e la morte spaventa e attira al tempo stesso, come un macabro spettacolo. E stavolta, poi, c'è un condannato speciale.

Gesù viene steso sulla croce posta a terra e inchiodato sul ruvido legno.

I colpi di martello, secchi e regolari, battuti da mani esperte, vibrano nella sua carne risuonando con lugubri note tra la gente assiepata.

Eccolo, il maestro d'Israele, il re dei Giudei, il figlio di Dio!

Le tre croci vengono alzate verso il cielo, con il loro carico umano da eliminare.

I soldati si sono spartiti le vesti e la bella tunica di Gesù, e ora siedono sotto la croce, attendendo la morte dei condannati.

Anche la folla attende, guardando in alto. Sullo sfondo del cielo vedono un volto sfigurato e una scritta: "Il re dei Giudei". E lo deridono.

Le ore passano, il respiro diventa affannoso, mentre la vita scivola via inesorabile come i granelli in una clessidra.

In questi ultimi istanti, Gesù ha ancora la forza di amare. Di perdonare l'odio dei persecutori, di fare coraggio a chi sta morendo con lui, di consolare sua madre e affidarla a Giovanni.

A mezzogiorno il cielo si oscura, si rabbuia, si colora di mestizia. La creazione si veste a lutto per accompagnare il suo Signore nel grande passaggio.

Gesù alza la voce un'ultima volta. È un grido, una preghiera, un'attesa rivolta al Padre.

Ma la sua straziante solitudine riceve solo l'amara risposta dell'aceto.

"Tutto è compiuto!". Gesù ha compiuto la sua vita terrena e la restituisce al Padre.

Rimette il suo corpo e la sua anima a Colui che gliel'ha data. Con fiducia. Così com'è stata.

Lascia il mondo visibile ed entra nella realtà invisibile. Subito.

Perché la morte è soltanto la porta della Vita. Quella che non finisce. Quella da cui proveniamo. Quella che da sempre attende il nostro ritorno.

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Ultima modifica ilLunedì, 29 Settembre 2014 23:41
Regina

Quando sono entrata in monastero, nel secolo scorso (nel lontano 1988), si scriveva ancora a mano, si spedivano le lettere e le cartoline di carta, si aveva in dotazione personale un kit "da ufficio", composto da penne, pennarelli, gomma, righello, fogli, buste, cartoncini, forbici, colla... Il mondo aveva un altro ritmo.

Poi nacque qualcosa di nuovo che lo accelerò, lo trasformò, come si trasformano le particelle di un atomo in presenza di nuovi componenti. E ci fu un nuovo ingresso in monastero: il computer.

Entrò cercando di capire e di farsi capire, perché parlava un'altra lingua, sconosciuta fino ad allora. Ma si inserì così bene nella nuova realtà che presto divenimmo inseparabili.

E fu così che Dio mi prese nella rete, per lanciarmi in spazi lontani senza spostarmi, per navigare senza imbarcarmi, per creare senza cercare oggetti.

Con quale scopo lo capirò strada facendo, anzi, giga facendo. Lui me lo dirà.

La rete raccoglie ogni genere di pesci...io vorrei essere di quelli buoni.

Perché nella rete del Padre mio ci sono molti posti, ed e' bello esserci.




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