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In tempi di crisi Cristo apre un'impresa edile

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Luca 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Quella dell'edilizia è una passione di famiglia: già il Padre – ed eravamo appena agli inizi – mostrò di conoscere a menadito le regole che abitano la grammatica delle costruzioni. Lui stesso, ritrattista impareggiabile, dal nulla costruì l'inimmaginabile, la prima Creazione della storia. Ciò che l'uomo fece dopo di quegli otto giorni altro non fu che un tentativo d'imitare la potenza creatrice del suo Dio: case e strade, tende e percorsi, traiettorie e speranze. Torri, tante torri lanciate verso il cielo: la voglia di gareggiare e guerreggiare con Dio mai s'è addormentata nel corso dei secoli. Un'edilizia che fece storia fu quella ambientata nella pianura di Sennaar, nel lembo di terra prossimo a Babele: i posteri la conobbero come il luogo in cui avvenne il più grande fallimento edile della storia dell'umanità. Di quel progetto, ambizioso e fallace, rimane oggi traccia nella polvere di quella pianura: punto e a capo. Dopo il cantiere di Babele, altri cantieri vennero aperti dalle società umane: alcuni andarono a buon fine, altri fallirono, altri ancora fecero storia per essere stati traccia di un sogno megalomane e mal calcolato. Di un sogno pensato e immaginato senza alzare per un attimo gli occhi verso il cielo: un colossale sbaglio di prospettive.

Di Padre in Figlio, quella edile fu una passione che anche il Cristo dei Vangeli s'addossò. Esperto carpentiere – per quegli anni passati nel nascondimento di Nazareth – non disdegnò di disquisire anche su altre professioni, mostrando un approccio sorprendente: dimostrò d'intendersene di pesca e di meteorologia, di agronomia e di floricoltura, di vita e di morte. Senza per questo perdere la passione del Padre: mostrò pure lui – “buon sangue non mente”, direbbe la gente del borgo – di cavarsela in quanto a costruzioni di case (raccomandò sempre quelle sulla roccia piuttosto che quelle sulla sabbia, ndr), a progettazioni di sogni, ad organizzazioni di viaggi. Cercò, sopratutto, di spiegare all'uomo, rimasto la costruzione d'impareggiabile bellezza e gaudio, che dietro ogni costruzione ci deve necessariamente abitare un progetto, una visione, quasi un anticipo di realizzazione. Perchè dall'Antico al Nuovo Testamento tante cose sono cambiate ma una è rimasta la medesima: chi vuole intraprendere qualcosa di grande (sopratutto imbarcarsi nel Regno dei Cieli) non può improvvisare. “chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Si vuole costruire una torre e questo sogno è bellissimo: c'è un desiderio che sboccia, ci sono i mattoni di mille domande - “chi sono, chi voglio essere, chi sono chiamato ad essere?” - ma i mattoni sembrano non bastare per costruire: c'è chi i mattoni li potrebbe collezionare, chi con i mattoni potrebbe barattare dell'altro, chi depositarli in un magazzino edile, chi ha paura di avere dei mattoni. Che farne, insomma, dei mattoni quando si è deciso di costruire? Occorre un progetto, una prospettiva, una regola: è necessario ordinare i mattoni in vista di una costruzione che si è prima immaginato e voluto. E' la straordinaria e stravagante proposta del cristianesimo: prima di costruire qualcosa è necessario incunearsi dentro il sogno di Dio, verificare se quel progetto è solo nostro anche suo. Perchè la preoccupazione di Cristo è di quelle semplici: che nessuno poi ti rida dietro per aver fatto male i conti.

"L'uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell'uno o dell'altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre [...] Noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere." (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 30-31)

Non basta costruire, occorre dunque un progetto. Come non basta parlare, occorre un pensiero da trasmettere. Come, del resto, non basta nemmeno fare del bene: occorre trovare un modo per farlo fatto bene. La storia Gli diede ragione: interi imperi crollarono per aver fatto male i conti all'inizio. All'opposto, piccole costruzioni ressero lo scorrere del tempo perchè nella loro piccolezza incastrarono la grandezza di un progetto ben fatto. Di costruzioni edili o interiori Gesù mostrò di averne piena conoscenza: l'intrigo di questa sua passione è che mai divenne costrizione ma sempre rimase un suggerimento. Per non farsi ridere dietro da nessuno.

Ultima modifica ilLunedì, 16 Settembre 2013 14:33
  • Citazione: Lc 14,25-33
Don Marco Pozza

Creativo e poliedrico, don Marco Pozza nasce il 21 dicembre 1979 a Calvene (VI) e diventa sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo aver dedicato i primi tre anni del suo sacerdozio come vice-parroco in un quartiere alle porte di Padova, ha intrapreso gli studi per conseguire il Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: dal 17 settembre 2011 è Cappellano della Casa di Reclusione di Padova (sez. penale).

Curioso interprete di un cristianesimo dell'innamoramento, esercita il suo sacerdozio nelle vesti inedite di scrittore, di giornalista (è editorialista di Avvenire) e di maratoneta. Ragione per cui – all'infuori delle sbarre del carcere – è quasi impossibile non trovarlo in viaggio per conto di Lui. Pur consapevole che la strada che Dio gli sta tracciando sarà ben lungi dai Sacri Palazzi, ha scelto in anticipo quello che potrebbe essere l'incipit della sua prima enciclica: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (Cassius Marcellus Clay).

Custode di una personalità dalla difficile interpretazione e gestione, tutto trova luce e ragione nel suo essere sacerdote innamorato della sfida che Dio ha posto sulle sue spalle.

http://www.sullastradadiemmaus.it/




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