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L’emorroissa, il contatto che salva

Ho mutuato il titolo di questa piccola riflessione da quello che p. Pietro Maranesi riporta sulla dispensa di teologia sacramentaria fornita ai suoi studenti: sacramento come contatto che salva a partire da una relazione che salva. Esattamente ciò che accade alla donna che incontriamo oggi: l’emorroissa.

Una donna della quale non conosciamo il nome, ma che viene identificata in tutti e tre i Vangeli sinottici solo per ciò che la caratterizza come sua patologia: “una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando…” (Mc 5, 25-26).

Provate a mettervi nei panni di questo essere umano ormai sfinito… Dodici anni è come dire “sempre”, se biblicamente 12 è numero che indica pienezza, o come dire che era davvero arrivata al colmo delle sue possibilità, al limite estremo della vita. Oltre quel limite solo la morte. E se il sangue nella Scrittura è simbolo della vita, questa donna continuava a perderla, la vita, ininterrottamente… Non solo nel suo corpo malato, ma soprattutto nell’anima, nell’esistenza, nelle relazioni, nei contatti umani. Il libro del Levitico dichiara assolutamente impura una donna nel tempo in cui mensilmente ha perdite naturali di sangue, imponendo a chiunque il divieto di toccarla. Dunque la nostra emorroissa, perennemente impura, diventa una donna sprofondata nella solitudine, dramma esistenziale che la confina ai margini e rende amaro il sapore dei suoi giorni.

Aveva sofferto molto, ci dice il testo, e aveva tentato in tutti i modi di guarire, di risalire il baratro, spendendo tutto, prosciugando le sue sostanze, impoverendosi ancora di più, investendo ogni energia e ritrovandosi irrimediabilmente al punto di partenza, anzi addirittura peggio, condannata a rimanere nello spazio più buio e profondo della disperazione, senza via d’uscita. Impotente e sola.

Sente parlare di Gesù. Sa che sta passando lì dove lei è, sfiorando la sua vita dal sapore di morte e non pensa che potrebbe vederlo, né che potrebbe parlargli, ma solo “se riuscirò a toccare le sue vesti”…ed aggiunge non “sarò guarita”, ma “sarò salvata”: salvezza che in greco suona “soterìa”, termine fondamentale per descrivere l’orizzonte ampio di bene nel quale l’amore di Dio ci ha immersi ed il fine verso cui ci attira.

Di nascosto, perché impura, riesce a toccare il mantello di Gesù raggiungendolo alle spalle. Un contatto e l’emorroissa è salva. Lo sente nel suo corpo istantaneamente…accade qualcosa che lei avverte in modo netto e chiaro. Ma se ne accorge anche Gesù: una forza era uscita da lui, dice l’evangelista. E cos’è questa forza se non energia d’amore che guarisce? Cos’è se non un contatto/relazione che ha in sé il potere di ridare vita all’altro perché intriso d’amore?

Ed è qui che al gesto segue anche la parola, come ogni relazione, come ogni sacramento: gesti e parole. Gesù chiede di lei, incontra il suo sguardo e le parla di salvezza e guarigione, confermando in lei i due eventi e non rimproverando il “contatto impuro” che rendeva anche lui tale, ma condividendo con lei benevolmente (la chiama “figlia”, stranamente, e non “donna”) la sventura che la segnava. Gesù se ne fa carico di quel sangue: ce ne accorgeremo non troppo tempo dopo, quando sarà lui ad essere rivestito totalmente di sangue, pendente dal legno. Perché se non coinvolgo tutto me stesso nella relazione con l’altro la salvezza è “rattrappita”, l’amore è insufficiente e l’altro non è guarito; se le parole ed i gesti non sono in ultimo resi veritieri dai fatti, non può esserci “soterìa”. I medici avevano tentato di sanare la donna, ma la “distanza scientifica” poteva solo peggiorare la condizione di colei che aveva bisogno dell’amore che ridava vita e non del farmaco che fermava il sangue…c’era bisogno di un contatto così prossimo che lasciasse scorrere in lei linfa nuova. Gesù attraversa la vita dell’emorroissa in modo diverso da tutti gli altri regalandole ciò che lui è: salvezza e guarigione in un contatto. L’unico che porterà tale relazione d’amore fino alle estreme conseguenze, donando il sangue e la vita che a lei aveva restituito.

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Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.

1 commento

  • Daniele Picconi
    Daniele Picconi Martedì, 11 Febbraio 2014 10:40 Link al commento

    Articolo molto bello! complimenti! Il tema del puro e dell'impuro è presente e forte nella vita di Gesù. Quando l'emorroissa lo tocca.. sa di averla fatta grossa! sa di averlo reso impuro!!! Quando Gesù si gira e la guarda negli occhi.. lei cade per paura!! avrà pensato: ora il Rabbi me ne dice 4!!! e invece Gesù che è diventato impuro.. la guarda con amore!!!! che grande è Gesù...
    Brava Stefanai!!!




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