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L'iconografia - 1 Parte

L’icona apre l’uomo che si lascia 
trasfigurare da una “Presenza”

Trattare dell’icona è aprire un grande scrigno di cultura, di fede; è ricordare che l’uomo, il cosmo, la materia sono un tutt’uno col divino, e che il divino si è compromesso con l’umano. 

L’icona è quindi un atto di fede nel Verbo Incarnato. Con un solo articolo non si può certamente esaurire una tematica così vasta, cercherò di dire qualcosa che può aiutare per una iniziale conoscenza.

La prima parte di questo studio servirà a concentrare al nostra attenzione alle radici della Bellezza.

La seconda parte a farci conoscere come l’ispirazione divina è il principio stesso dell’arte liturgica.

L’ICONA è il luogo della PRESENZA.

La parola ICONA è di origine greca: "εἰκόνα" (éikóna) significa immagine.

Essa fonda la sua essenza nel mistero dell’Incarnazione. Ireneo alla fine del III sec. diceva: "Dio si è fatto figlio dell’uomo affinché l’uomo potesse divenire figlio di Dio”.

Fin dagli albori del III sec. i cristiani ricorsero ad immagini per illustrare vicende ed i fondamenti della fede (vedi catacombe). Usufruirono dei modelli, dei simboli, delle tecniche  e dei materiali che per secoli erano stati impiegati nella pittura parietale, nella pavimentazione mensiva o nella ritrattistica funeraria dell’Egitto Tolemaico (dal I sec. a.C. al IV sec. d.C.) noti come i ritratti  di El- Fajum. La tecnica impiegata in questi ritratti passa alla pratica cristiana della pittura di icone.

Verso il IV. sec. sia perché il cristianesimo aveva raggiunto una certa maturità ed una notevole diffusione, sia perché in seno alla chiesa (sollecitata dalle nascenti eresie) si fece più precisa la coscienza di offrire delle immagini di Cristo, della Madre di Dio, degli Angeli e dei Santi, che avrebbero potuto essere d’aiuto al consolidamento della fede, tutto ciò affinché “il Bello potesse esprimere il Vero”.

l’icona perciò fin dal primo momento  non è una pittura ma una scrittura, è la sintesi tra la parola e lo sviluppo teologico. Nel libro del’Esodo si legge:

“Ho chiamato Bezaleel con lo spirito divino di Sapienza, d’intelligenza e di scienza per ogni genere di opere, e parlando di coloro che dovevano lavorare con lui. Ho dato intelligenza al cuore di ogni artista, cosicché possa fare le cose che ti ho ordinato.” (Es 31,3-6)

L’ispirazione divina è il principio stesso dell’arte iconica e la Chiesa primitiva si serve dei simboli anche pagani ricaricandoli di contenuto nuovo per insegnare la fede. Nell’icona non c’è nulla di arbitrario, è eliminata ogni azione, non c’è movimento, ma un prolungata meditazione del fatto che presenta.

lo spirito, la motivazione e lo stato d’animo che da sempre ha guidato gli iconografi si può riassumere così:

“Fare un servizio alla Chiesa”

offrendo ai credenti immagini da leggere come si legge la Parola che illumina, conforta, guida la vita degli uomini, per condurli alla somiglianza divina.

Secondo san Gregorio il teologo “l’uomo è una creatura, ma ha l’ordine di diventare Dio”, e san Paolo nella sua lettera ai Corinzi dice: “Noi tutti…riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria” (2Cor 3,18).

Nell’uomo, l’immagine di Dio è incancellabile e il Battesimo non fa altro che purificarlo, ma la sua somiglianza con Dio, l’uomo può ristabilirla solo nella grazia e per la grazia dello Spirito Santo e può trasformare se stesso mediante un serio e costante lavoro interiore.

Il fine dell’icona quindi non è quello di provocare il nostro sentimento umano, ma quello di orientarci verso la trasfigurazione dei nostri sentimenti, della nostra intelligenza e degli altri aspetti della nostra natura.

“Cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. (1 Pt 3,4 )

Se la Parola  e il canto della Chiesa, santificano la nostra anima per mezzo dell’udito, l’immagine ci santifica per mezzo della vita, “La lucerna del corpo è l’occhio, se il tuo occhio è chiaro tutto il tuo corpo sarà nella luce” (Mt 6,22). Ciò che da’ quindi unità all’icona è la luce, riflesso della luce del Risorto, azione di Dio, manifestazione della sua energia. Quando questa luce illumina l’uomo, lo trasforma e l’uomo diventa messaggero di luce per il mondo.

S. Sergio di “Radonez” ha lasciato ai suoi monaci un motto che può essere programma di santità anche per noi.

“Contemplando la Santissima Trinità vincere l’odiosa divisione del mondo”

Facciamo attento il nostro sguardo, amiamo la Bellezza, lo specchio va guardato ogni giorno in quanto contemplatori del suo volto non lo si diventa in un attimo né una volta per tutte.

Concludo con un pensiero di Nikolas Gogal:

“Se l’arte non compie il miracolo di trasformare  lo spettatore, non è che una passione passeggera”.

Vi aspetto al prossimo articolo per continuare questo percorso insieme.

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Ultima modifica ilSabato, 01 Marzo 2014 00:43
Sr. Annamaria -Sorella Lode-

Sono una Suora francescana Missionaria di Gesù Bambino, vivo ad Assisi, e scrivo icone da ormai molto tempo. Conquistata dalla Teologia delle icone, trascorro il tempo nel servizio a Dio e agli uomini.




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