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Il Rispetto

Abbiamo parlato fin qui di cortesia e di comprensione; vogliamo ora occuparci dell’attitudine che ne costituisce, in qualche modo, l’ingrediente di base: il rispetto.

E cominciamo ancora da alcune osservazioni. 

Domina ovunque una sorta di impulso alla pubblicità (non solo quella dei “consigli per gli acquisti”!): una smania di vedere proprio ciò che dovrebbe rimanere nascosto; un gusto di divulgare, lacerare veli, mettere a nudo, fotografare... Tecnologie sofisticate lo rendono possibile, interessi economici immensi vi si muovono dietro. Come non pensare a tanta televisione che fa diventare spettacolo i litigi, coniugali o condominiali che siano, le storie più strappalacrime o squallide, che cerca di filmare i momenti più dolorosi e difficili di vicende umane ridotte a fatti di cronaca, che pretende di intervistare chi vorrebbe solo piangere in pace la morte di una persona amata, senza arrestarsi davanti ai dinieghi e alle porte chiuse?

«Segno di montante barbarie è il fatto che la sventura venga offerta in pasto al pubblico. Il sentimento dell’uomo fornito di dignità davanti al dolore e alla miseria umana è: Via le mani!»: Romano Guardini faceva quest’affermazione diversi decenni fa; che direbbe oggi? Tutto questo si è pure costruito un’identità rispettabile: si presenta come il coraggio o il diritto alla libera informazione. Nessuno sembra preoccuparsi di quanto viene così distrutto di finezza, di delicatezza, di tutela della vita. La smania di venire pubblicizzati sta contagiando molti: altrimenti è inspiegabile come vi siano tanti “consumatori” di questo modo di gestire l’informazione. E anche se si moltiplicano le leggi a tutela dei dati personali, siamo di fatto vittime e complici insieme di questa vera e propria crisi del riguardo.

Pensiamo ai modi ormai abituali del “dibattito politico”, in cui non si confrontano idee ma si insulta l’avversario del momento (salvo poi blandirlo quando convenga).

Cos’è dunque il riguardo? Un guardare a distanza; un’attitudine che non protende le mani per impossessarsi dell’altro ma le ritrae. Esso si manifesta innanzitutto nel quotidiano: nel riconoscere che l’altro esiste ed ha libertà e responsabilità; nel prenderne sul serio le convinzioni; nella salvaguardia della sua sfera privata.

Dall’esperienza del riguardo nasce la capacità di rispetto, in primo luogo verso ciò che è grande. Riconoscere la grandezza non è semplice: perché di fronte a ciò che è grande si fa vivo in me il sentimento di essere piccolo. Goethe affermava che di fronte alla grandezza «esiste una sola autodifesa: l’amore». Chi è capace di rispetto dice: «questo è grande, io non lo sono, ma è bene che la grandezza ci sia», e ne gioisce liberamente. Chi non ne è capace, prova solo risentimento, un astio sordo che vuole ad ogni costo rimpicciolirla.

Ma il rispetto nasce anche di fronte a ciò che è piccolo, inerme, debole, fragile. Chi non è capace di rispetto sente nella debolezza dell’altro un’istigazione allo sfruttamento. L’uomo rispettoso «quando si trova di fronte all’inermità si sente sfiorato dalla prossimità del destino e si fa pensoso». Tale rispetto per il piccolo è molto in ribasso: chi si preoccupa seriamente del male che si fa ai bambini (e non solo da parte dei pedofili)?

In ultimo, «ogni rispetto sfocia nel rispetto del sacro; l’atto fondamentale di questo rispetto è l’adorazione: aver presente che Dio è e che io sto davanti a Lui, che Egli è il Creatore e io sono creatura, che Egli è santo e io no, ma mi voglio adeguare con il cuore al Santo che mi sta di fronte». Adorare è stare nella verità.

Possiamo parlare anche di rispetto di Dio verso di noi: «il rispetto di Dio si esprime nel fatto che Egli ha creato l’uomo libero». Dio ha amato e onorato a tal punto la libertà dell’uomo da averlo voluto a sua immagine, intelligente e capace di responsabilità. Il suo rispetto di Creatore è lo spazio in cui, come dice san Paolo, “viviamo, ci muoviamo e siamo” (At 17,28). La nostra libertà è lo spazio creato dal rispetto di Dio.

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Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:47
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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