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L'ultima cena

Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l'altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo, dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dal Vangelo di Marco 14,17-25

Viene la sera. A ventaglio, intorno ad una tavola bianca, senza prospettiva, sono disposti, stretti stretti, undici discepoli. Sono smarriti, qualcuno bisbiglia. “Sono forse io?….” Qualcosa di grande sta per compiersi sotto i loro occhi. L'uscio in fondo a destra si apre: è Giuda che scompare, inghiottito nel buio della notte. Questo è l'unico movimento repentino della scena, un movimento scattante quanto impercettibile. Solo un discepolo se ne accorge.

Gli sguardi degli altri sono fissi verso di noi e noi siamo “in semi-soggettiva”, si direbbe in linguaggio cinematografico. Cioè siamo così vicini al “protagonista”, da poter guardare quasi con i suoi occhi.

Di Gesù vediamo le mani grandi che spezzano il pane, distribuito sulla tavola come nazioni di un ipotetico mappamondo. Il cerchio dei discepoli, interrotto da Giuda, si chiude nella figura di Gesù, che pure, frazionando il pane, riapre un cerchio infinito, spezzando se stesso per tutti. Gesù è cibo che si dona. Giuda invece corre a venderlo, come se lo possedesse. E il possesso è morte, è smarrimento e Giuda si perderà nella notte, nella più buia delle morti.

Nel calice vibra un volto, come in uno specchio. Ma in quel calice c'è anche il mio e il tuo volto, l'alleanza che Lui ha stabilito con me e con te perché “tu vali il sangue di Cristo”! Ed in quel sangue, in quel calice ci siamo proprio tutti!

Ma ecco che le parole “non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, prendono vita nell'ombra che si allunga sulla tovaglia bianca. Quella che potrebbe essere confusa con la sagoma dell'infisso di una finestra chiusa, ci offre invece un messaggio più grande: il dono di questo pane tra poco diventerà il dono della sua stessa vita sulla croce.

E noi condividendo quel calice, guardando alla Vite Nuova, associati alla sua croce, possiamo essere quelle mani che spezzano il pane per i fratelli, anche per quelli che sono nella notte più nera!

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Ultima modifica ilLunedì, 09 Maggio 2016 14:12
  • Opera: L'ultima cena
  • Autore: Sieger Köder
  • Periodo: 1989
Anita La Tanza

Anita La Tanza, 33 anni, terziaria francescana sposata con Carmine. Nata a Taranto, vivo a Santa Maria degli Angeli (Assisi).  Sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali ed ho sempre lavorato in questo campo. Credo che l’arte sia una finestra sull’Infinito e che, come tale , si possa “meditare”. Parafrasando Giovanni Paolo II, posso dire che, grazie ad essa, « la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si rende più trasparente all'intelligenza degli uomini ». 




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