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La Quarta ammonizione di S. Francesco

Ammonizione 4: CHE NESSUNO SI APPROPRI LA CARICA DI SUPERIORE

Dice il Signore: «Non sono venuto per essere servito ma per servire». Coloro che sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto devono gloriarsi di quell’ufficio prelatizio, quanto se fossero deputati all’uffi­cio di lavare i piedi ai fratelli. E quanto più si tur­bano se viene loro tolta la carica che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi, tanto più mettono insieme per sé un tesoro fraudolento a pericolo della loro anima

Alla parola “obbedienza”, affrontata nell’ammonizione precedente, fa seguito l’altro termine ad essa correlativo: “autorità” e modo di gestirla. Nei suoi testi Francesco spesso ritorna su questa nodale questione nella vita dei fratelli: si trattava infatti di aiutare i fratelli, chiamati al servizio dell’autorità, a non farsi sorprendere dalle insidie e i pericoli di questo ruolo. Se l’obbedienza è difficile, l’autorità è pericolosa. La sua pericolosità per l’anima dei frati obbligherà il santo  a riprendere più volte la questione nelle ammonizioni.

Il testo biblico di apertura della IV ammonizione offre il punto di riferimento assoluto per comprendere le dinamiche dell’autorità tra i frati. Il modello dell’autorità lo si ha in Cristo il quale ha proclamato quale sia la categoria risolutiva nelle relazioni: servire quale parola guida per coloro che sono chiamati all’autorità sugli altri. Tuttavia nel testo Francesco non vuole proporre una specie di commento spirituale all’alternativa tra servizio e autorità. Sapeva bene, infatti, che tutti i suoi frati, come tutti gli uomini che gestiscono la religione, rifiutavano con decisione la logica del “potere-dominio” nel loro svolgere il “servizio dell’autorità”. Tutti i suoi frati, che si qualificavano come “minori”, erano d’accordo nel definire il loro compito di essere “pre-lati”, cioè posti davanti agli altri, come un “lavare i piedi”. Dunque, nella prima parte del testo Francesco ricorda loro ciò che ognuno indubbiamente pensava e voleva essere nel suo modo di vivere il mandato prelatizio. La questione dunque per il Santo non era sui principi ma sulla verifica della verità nel cuore dei frati. Questa era la cosa più importante su cui Francesco voleva e doveva aiutare i frati, consapevole che tra la testa e il cuore, tra le parole e i sentimenti, tra le idee e gli atteggiamenti spesso corre un fiume che li rende rivali. Per cui l’atto educativo di Francesco non era tanto nel ricordare i valori evangelici di riferimento per vivere l’autorità, quanto offrire ai frati un metodo per verificare l’accordo tra quanto sapevano-volevano e quanto sentivano-vivevano. Questo è il vero obbiettivo dell’ammonizione. E il metodo è in fondo tanto semplice quanto efficace.

A te, che dici di vivere il ruolo di pre-lato come il servizio del lavare i piedi, suggerisco di usare un “metodo a contrasto”, facendo attenzione a ciò che provi quando sei privato di quel ruolo. Ascolta i sentimenti che sorgono dal profondo al momento in cui non hai più l’autorità! Provi la leggerezza e la letizia di coloro a cui viene detto di smettere nel loro lavare i piedi agli altri e di andare a farsi una bella passeggiata, o senti in te amarezza e rabbia? La verità di te non sta in ciò che affermi con la testa, ma in ciò che viene dal profondo del cuore come reazione per quanto la vita ti ha tolto. La verità di te, la conferma cioè che davvero vivi da frate minore, da uomo che non cerca il potere ma che è capace di gratuità restando un povero senza nulla di proprio, la devi trovare non nella testa ma in ciò che provi nello stomaco quando la vita ti priva di quello che stavi facendo. Quei sentimenti sono il materiale più prezioso per conoscere se stessi e vedere quale vicinanza e uguaglianza ci sia tra le proclamazioni belle proposte della testa e i moti dolorosi scaturiti dalle viscere, perché è nel loro profondo e nei loro intrecci che si nasconde la tua verità.

E un sentimento per Francesco di enorme valore per la sua efficacia nel rivelarci a noi stessi è il turbamento, che poi diventa rabbia. I due sentimenti, opponendosi come si vedrà più avanti in altre ammonizioni, all’umiltà e alla pazienza, rinviano ad una possibile situazione del cuore: vivere il ruolo come possedimento e appropriazione, atteggiamenti forse inconsci dai quali nasce il diritto della rabbia. E’ ciò cui Francesco allude con la metafora finale del tesoro fraudolento: l’ira e il turbamento dicono che forse il frate si è appropriato di ciò che chiamava servizio mentre esso è diventato la sua ricchezza e la sua soddisfazione. Ciò che chiamava servizio degli altri si era trasformato nel suo contrario: in possesso autoreferenziale. E la trasformazione era seria e molto pericolosa: il frate metteva a rischio la propria anima, la propria identità. Pur facendo il bene, e ponendo le proprie energie a vantaggio degli altri nell’esercitare l’autorità, tutto quell’affanno e fatica nascevano dal bisogno di avere e mantenere il potere quale moneta preziosa, tanto desiderata quanto pericolosa perché era una moneta rubata. Nonostante le apparenze, nonostante l’impegno per il bene, nonostante le fatiche per il meglio, se alla fine emergevano l’ira e il turbamento allora il frate doveva capire molto bene una cosa: egli aveva perduto la sua identità perché egli era diventato padrone del bene.   

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Ultima modifica ilDomenica, 12 Gennaio 2014 18:32
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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