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Il purgatorio

 

La purificazione finale o purgatorio

Catechismo della Chiesa Cattolica 1030-2

Concludo questo breve percorso di antropologia teologica (abbiamo cercato di rispondere alla domanda sull’uomo mettendoci in ascolto di ciò che Dio ha detto sull’uomo, alla luce della fede e della rivelazione) con una precisazione sul purgatorio. Molti di noi, credo, se l’immaginano come uno “strazio infernale temporale” (pensate a quando, incolonnati nel traffico, magari di ritorno dalle vacanze, abbiamo esclamato: “Che purgatorio!”… sapevamo che non sarebbe durato in eterno e che prima o poi saremmo arrivati a casa, ma… che pena!), con ricchezza di particolari forse dovuti ai nostri studi (certo che Dante ne ha avuta di fantasia!!), ma non riusciamo a capire cos’è veramente. Ci crediamo (spero non solo perché la Chiesa ce lo chiede), ma vorremmo vederci più chiaro.

Ora, di beatitudine e dannazione eterna si parla con abbondanza nella Bibbia, mentre di una purificazione dopo la morte si tratta in pochi passi (nel libro di Malachia 1,3 e nella prima lettera ai Corinzi 3, 10-15 in particolare si parla della necessità della purificazione e del fuoco come immagine di questa purificazione). Tale convinzione si è costituita all’interno della Chiesa cattolica e ha preso forma di dottrina dal XII secolo (poi formulata nei Concili di Firenze e Trento), soprattutto considerando due visioni della chiesa antica legate ad aspetti molto pratici: la preghiera per i defunti – di cui la Sacra Scrittura già parla, vedi 2 Mac 12,45: Giuda Maccabeo offre sacrifici per i morti perché siano assolti dal peccato (1) e la prassi penitenziale (2).

1- Se si pregava ancora in favore dei defunti, ciò presupponeva che essi non fossero ancora nella gloria di Dio, ma nemmeno nella dannazione eterna.

2- Nel percorso della penitenza venivano imposti al peccatore tutta una serie di esercizi di penitenza: se moriva prima di averli assolti, si supponeva che incontrasse anche dopo la morte la possibilità di svolgerli tutti.

Perché l’immagine del fuoco? Possiamo fare questo ragionamento: all’amore di Dio l’uomo ha cercato di sottrarsi con pretesti egoistici; la sua risposta al dialogo è stata frammentaria e ha coinvolto solo mezzo cuore, il suo amore è stato più spesso calcolo che donazione. Ora però scopre senza veli la bontà di Dio, il che è come una fiamma che consuma e pulisce via ogni egoismo, come l’oro nel crogiolo.

La Chiesa, credendo nella comunione tra vivi e morti, afferma che da questo stato di purificazione (Purgatorio viene da purgare = purificare), i morti possono venir liberati grazie alla preghiera, accompagnata da offerte e opere di carità. Purtroppo sappiamo che nei secoli ciò portò ad alcune degenerazioni, come concezioni più o meno magiche e pratiche “commerciali”, motivo per cui le Chiese della Riforma rifiutarono tutta la dottrina, che in sé invece ha un preciso valore.

Al di là delle credenze popolari e delle vivaci rappresentazioni riguardanti luogo, durata, natura del purgatorio, l’insegnamento della Chiesa è molto sobrio: al termine della vita terrena, i giusti che hanno ancora bisogno di purificazione prima della beatitudine celeste vengono liberati da ogni ombra di peccato, in virtù della grazia di Dio, attraverso Cristo, con la solidarietà di tutta la Chiesa.

Quindi, anche in questo caso, non un luogo e nemmeno un tempo (il tempo è una dimensione che fa parte della nostra esperienza in questo mondo: finita questa, finisce il tempo, nel senso che siamo fuori di esso), ma uno stato di purificazione per accedere a una piena comunione con Dio (…come stare in coda sulla strada verso la Casa del Padre! …anche questa un’immagine, con tutti i suoi limiti, da tenere ben presenti!). Possiamo pensare ad esso non come a un tormento, ma come a un travaglio, non come punizione, ma per superare quel “disadattamento” nei riguardi di Dio maturato attraverso le nostre scelte di egoismo e cattiveria: l’amore esigente di Dio viene verso di noi, di fronte ad esso non ci sentiamo del tutto a nostro agio, e sentiamo purificare il nostro cuore da ciò che impedirebbe l’incontro pieno con Lui. Non perché Lui non sia pronto ad accoglierci, ma perché non siamo pronti noi.

Si tratta di una dottrina essenziale (tre articoli nel Catechismo!) ma fondamentale, perché intende dire, ancora una volta, l’amore grande di Dio e la speranza dell’uomo nella liberazione totale da ciò che lo tiene lontano da quell’Amore.

 

Testo di riferimento per questo percorso: Ignazio Sanna, "Chiamati per nome", edizioni San Paolo, Milano 1994

 

Ultima modifica ilMercoledì, 21 Agosto 2013 14:15
Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.




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