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La teologia della preghiera in Abramo

In ambito biblico è con Abramo che possiamo iniziare a parlare di una teologia della preghiera in senso proprio, quella che ritroveremo, d’ora in poi, in molte pagine della Scrittura. Abramo è, infatti, un uomo che prega. E vediamo la sua preghiera coincidere con la sua stessa vita, uno spazio quotidiano nel quale tutto diventa ordinariamente luogo di relazione con Dio.

Abbiamo sottolineato nella riflessione precedente la disponibilità all’ ascolto del nostro Patriarca, capacità di cogliere la parola a lui rivolta da Dio ed obbedirgli incondizionatamente: questa la prima nota della preghiera sinfonica di Abramo. Lo vediamo nell’incipit della sua storia, quando è interpellato all’improvviso dall’invito perentorio a lasciare la sua terra, la sua gente, in fondo la sua sicurezza, ma lo vediamo anche, e ci sorprende ancor più, quando l’invito è, invece, quello di sacrificare il figlio, restituire a Dio proprio il soggetto della promessa che egli stesso aveva donato, immolando con Isacco tutto il proprio passato e tutto il futuro. Ma al termine di questa”preghiera di obbedienza” intrisa di fede\fiducia la consapevolezza cui Abramo giunge è che “Il Signore vede…il Signore si fa vedere” (Gn 22,14). Tale passaggio umanamente atroce finisce, invece, per rappresentare una rinnovata esperienza dell’identità di Dio, che sfocia in una abbondantissima benedizione per lui e la sua discendenza.

Una seconda nota possiamo rintracciarla in Gn 15. Qui la preghiera di Abramo si fa lamento davanti a Dio: “Ecco, a me non hai dato discendenza…”. E’ l’atteggiamento di chi confessa con profonda naturalezza e con confidenza filiale la propria delusione, il rammarico di non aver ricevuto nella vita ciò che più si è desiderato. Abramo davanti a Dio si pone nella sua nudità, probabilmente senza neanche attendere nulla, ma lasciando emergere la ferita dell’amarezza così com’è. La sua preghiera non tende a giustificare sé stesso, né tanto meno a giustificare Dio nell’aver disatteso la promessa, ma è semplicemente un esporre allo sguardo del suo Signore i sentimenti profondi che lo attraversano.

Terza nota: la preghiera di Abramo è intercessione. Lo vediamo in Gn 18, episodio in cui con insistenza quasi inopportuna egli supplica Dio a favore di Sodoma e Gomorra. La sua umanità  lo rende solidale e misericordioso con gli uomini di quella terra (e soprattutto con il nipote Lot), nonostante la consapevolezza della loro depravazione. Si tratta di un dialogo serrato con Dio, come fosse la discussione tra due uomini faccia a faccia, il cui esito non è, però, quello che Abramo vorrebbe. La preghiera qui è quasi un confronto alla pari, nel quale non prevale il tentativo di convincere Dio a fare qualcosa di buono (non è questa la caratteristica dell’intercessione), quanto piuttosto l’attenzione di Abramo verso i suoi simili, in una solidarietà viscerale con gli uomini che aveva accanto.

Una quarta nota suona come accoglienza: anche questa è preghiera. Poco prima del suo tentativo di mediazione, infatti, Abramo, seduto all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno, vedendo giungere tre uomini presso di lui immediatamente si pone al loro servizio offrendo spazio, tempo, cibo, ristoro, con gratuità e generosità sorprendenti. La disponibilità a regalare qualcosa di sé, senza calcoli egoistici, diventa quasi gesto liturgico, rito di accoglienza dell’altro che diventa accoglienza di Dio.

Quinta ed ultima nota, la più interessante a mio avviso, è quella che coglie Abramo nella sua dimensione personale di ricerca profonda di Dio. Egli ha compiuto un lungo tragitto che, a partire da una condizione di tradizionale politeismo, l’ha condotto al riconoscimento dell’unica voce alla quale dare fiducia. Così, ad ogni incontro con Dio, la preghiera di Abramo era un progressivo scoprire l’identità di Colui che aveva desiderato entrare in relazione con lui. Una riflessione teologica tradotta in termini quotidiani, declinata in domande semplici sul suo modo di fare, di essere, sul perché del suo agire. Lo spazio vitale della preghiera è autentico se ci svela il vero volto di Dio, la sua presenza nella storia, la sua benedizione regalata con abbondanza, il suo prendersi cura di ciascuno come presenza degna di fiducia.

La sinfonia della preghiera di Abramo, dunque, appare coincidente con la musica della sua vita: non ci sono spazi né tempi separati, ma il suo incontro con Dio avviene sempre nel cuore delle ordinarie questioni quotidiane. Teologia della preghiera è uguale a teologia della vita, lì dove è tutta l’esistenza che si coinvolge visceralmente con Dio, nella propria carne ed in quella degli altri, in una conoscenza che passa attraverso le relazioni, le cose, l’ambiente. Attraverso l’intero arco esperienziale della vita Abramo articola ed alimenta la sua amicizia con Dio che lo renderà “felice e sazio di giorni” (Gn 25,8). 

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Ultima modifica ilLunedì, 23 Dicembre 2013 12:10
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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