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La ventiduesima ammonizione di san Francesco - 1 parte

Ammonizione 22: DELLA CORREZIONE FRATERNA

Beato il servo che è disposto a sopportare cosi pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse da sé. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, sebbene non abbia commesso colpa.estarli [ostendere] agli uomini a parole. Questi riceve già la sua mercede e chi ascolta ne riporta poco frutto.

Con questo testo si interrompe la serie delle tre ammonizioni precedenti costruite sul rapporto incrociato tra “beato il servo” e “guai al servo”, per restare invece solo sulla prima parte offrendo altre caratteristiche umane e spirituali a colui che vuole diventare un “servo beato”. Nonostante questa interruzione formale, continua il tema generale delle precedenti ammonizioni iniziato dalla 19 e poi sviluppato nelle due successive. In quella ammonizione si proclamava beato colui che restava libero sia di fronte  alle lodi che ai rimproveri, perché la misura della sua verità e libertà era trovata in Dio, non nelle parole di giudizio positivo o negativo degli altri. In tal senso le due successive ammonizioni specificavano un primo atteggiamento a cui il servo di Dio doveva fare attenzione per restare in questa libertà: la consapevole gestione delle parole che egli rivolgeva agli altri affinché esse non fossero guidate dalla preoccupazione di avere consenso e dunque lodi. Nell’ammonizione 20 Francesco richiamava i suoi frati sul pericolo di parole vane e vuote atte solo a suscitare simpatia e approvazione da parte degli altri . Nella successiva invece (Amm. 21) veniva a trattare un altro genere di parole ancora rivolte dal servo di Dio agli altri, anch’esse tanto pericolose sebbene di altro genere delle precedenti: fate attenzione fratelli alle parole con cui mostrate e dimostrate i beni umani e spirituali che Dio vi ha donato, esse possono diventare infatti strumenti per ricercare il riconoscimento da parte degli altri, quale vera “mercede” a cui forse aspirate. La nostra ammonizione resta sulla questione delle parole scambiate tra i frati, ma si sposta di direzione: non più quelle rivolte dal frate ai suoi fratelli, ma quelle che egli riceve da loro e sono non di lode ma di rimprovero e di giudizio.

Quali sono gli atteggiamenti suggeriti da Francesco quando gli altri ti si mettono contro, esprimendo un giudizio di condanna e di rimprovero nei confronti della tua persona? Se la lode e l’esaltazione ricevuta dagli altri rappresentavano un grave impegno per il servo di Dio, per evitare di cadere nel rischio della superbia ed esaltazione dei beni che Dio gli ha concesso, il rimprovero e il giudizio, proprio per la loro natura violenta nei confronti delle aspettative del servo di Dio, chiedono uno sforzo ancora più forte, non solo perché il servo di Dio è chiamato a disinnescare la potenza distruttiva presente in esse, ma anche perché dovrebbe fare di esse un’opportunità di crescita e di maturazione.

Il testo è costruito su tre indicazioni rivolte al servo che vuole essere o diventare beato anche quando la parola che gli viene rivolta è dura e impegnativa perché lo riprende e lo rimprovera. E più in specifico le tre esortazioni proposte da Francesco mirano alla gestione delle due possibili modalità attraverso cui si presenta il rimprovero: quello giusto che corrisponde a verità dei fatti (vv. 1-2) e quello invece ingiusto che rimprovera al frate qualcosa che non ha commesso (v. 3). Ascoltiamo i due momenti in modo separato. Nel primo caso il Santo affermava:

Beato il servo che è disposto a sopportare cosi pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse da sé. 2 Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara.

Nel testo si avverte che la situazione prospettata da Francesco concerne il caso di un rimprovero giusto, connesso ad una colpa commessa dal servo di Dio. Per affrontare la questione, trasformando quell’evento “doloroso” in un’occasione di maturità e libertà umana e dunque di “beatitudine”, viene suggerito dal Santo ai suoi frati un doppio passaggio. Innanzitutto (v. 1) è offerta una regola molto semplice ma altrettanto efficace per aiutare i frati a capire quale dovrebbe essere lo spirito “buono”, da uomo sapiente, da cui partire per rendere quella situazione un evento di crescita e non di distruzione. L’atteggiamento “giusto” con cui il servo di Dio dovrebbe accogliere i rimproveri “giusti” degli altri deve essere misurato e verificato da un precisa domanda: stai accettando quell’atto di “verità” che ti viene fatto con la stessa “pazienza” (“patienter”) che avresti se fossi tu a rimproverare te stesso per quello sbaglio e colpa? Presupposto essenziale è dunque la “pazienza”che è la base per poter trasformare quel rimprovero in fonte di vita. La pazienza costituisce quell’atteggiamento fondamentale che permette di ascoltare quanto sta avvenendo, di prestare attenzione al rimprovero, nella certezza che tutto ciò è buono per conoscersi meglio e attuare un cammino di verità e dunque di crescita. La pazienza è il fermarsi per guardare bene, anche se ciò che sta avvenendo è un atto doloroso e deludente per la propria persona. Quel richiamo forse farà perdere un po’ di stima agli occhi degli altri, ma se ascoltato con docilità e disponibilità, cioè “patienter”, permetterà una ricerca di verità su se stessi di grande valore. La pazienza nel rimprovero è la condizione per un ascolto e uno sguardo attento sulla propria vita, da cui soltanto potrà nascere quel processo di verità condizione preliminare per giungere alla libertà.

Al contempo, l’avverbio “patienter”, che contraddistingue la modalità giusta di vivere il rimprovero, prepara il secondo passaggio (v. 2), in cui Francesco suggerisce quattro atteggiamenti che dovrebbero sorreggere l’operatività del servo di Dio a conseguenza del rimprovero. E’ di estremo interessa la costruzione testuale presente nel secondo ritornello “beato il servo che”, il quale, una volta ascoltato con pazienza la verità di quel richiamo, dovrebbe operare quattro scelte precise: “accetta”, “si sottomette”, “confessa” e “ripara”, decisioni operative accompagnate ogni volta da altrettanti avverbi che ne determinano lo spirito con cui compierle: “benigne… verecunde… , humiliter… et libenter…”. Senza voler commentare i quattro consigli, si può dire che per Francesco il rimprovero giusto, accolto con pazienza, diventa occasione offerta al servo di Dio per riprendere in mano la propria vita e agire su di essa con determinazione, mediante uno spirito attivo per un lavoro da intraprendere su se stessi. Quest’uomo che accoglie il giudizio e il rimprovero da adulto è capace di non lasciarsi bloccare dal rimprovero stesso, forse anche fatto male, e dalla delusione che esso procura, ma di ricominciare da quel “fallimento” per lavorare di buon grado su se stesso. Quest’uomo è beato perché tutto, anche il suo errore, costituisce occasione di vita buona e di cammino verso la verità e dunque la libertà per se stesso, e di maturazione per rapporti umani più autentici e fraterni nei confronti degli altri.

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Ultima modifica ilMartedì, 08 Aprile 2014 09:47
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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