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La ventiduesima ammonizione di san Francesco - 2 parte

Ammonizione 22: DELLA CORREZIONE FRATERNA

Beato il servo che è disposto a sopportare cosi pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse da sé. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, sebbene non abbia commesso colpa.estarli [ostendere] agli uomini a parole. Questi riceve già la sua mercede e chi ascolta ne riporta poco frutto.

Si era notato che l’ammonizione 22, dedicata alla questione dell’atteggiamento che dovranno assumere i frati di fronte ai rimproveri, è sviluppata da Francesco sotto due aspetti: il rimprovero giusto (vv. 1-2) e quello ingiusto (v. 3). Dopo aver affrontato il primo versante, occupiamoci ora del secondo.

Il rimprovero e il richiamo possono essere, infatti, anche ingiusti, cioè fatti ad un servo che “non abbia commesso colpa”. Indubbiamente questa situazione è molto più difficile da vivere e da gestire della precedente, perché sembrerebbe totalmente negativa e dunque distruttiva, cioè senza possibilità di far sorgere da essa del bene.  Eppure anche in questo caso, secondo Francesco, vi è uno spazio e un tempo prezioso per il servo che vuole diventare “beato”. Il suggerimento offerto dal Santo è doppio: “il servo di Dio non deve essere veloce nello scusarsi ma deve restare umile nel reggere la vergogna”. Tentiamo di ascoltare con più attenzione i due momenti suggeriti al frate di fronte all’ingiusta accusa che gli è stata rivolta.

Francesco non afferma che quella ingiusta situazione debba essere accolta chinando il capo per amore di sofferenza e di umiliazione, quasi favorendo l’ingiustizia e la non verità. Al contrario, il frate deve scusarsi, cioè deve tentare di chiarire la situazione, nello sforzo di riaffermare la verità, fonte di libertà e vita nei rapporti con coloro con cui si condivide il quotidiano. E’ quanto sembrerebbe tentare Francesco con il portinaio che, quella notte di ritorno da Perugia, non voleva farlo entrare alla Porziuncola: “e io insisto!”. Davanti a quella porta chiusa Francesco cerca di risolvere quella situazione, invitando l’altro ad un dialogo capace di far aprire la porta per un’accoglienza rinnovata. Dunque il Santo non afferma che non occorre difendersi dall’ingiusta accusa, ma solo di non farlo troppo velocemente. Tentiamo di capire cosa intenda con questo suggerimento.

Mi sembra che si possa dire che la reazione ad un torto subito, qualora fosse immediata ed istintiva, può assumere due caratteristiche opposte ma simili nelle loro conseguenze negative: o far scattare un senso di timore e soggezione, impedendo ogni possibilità di difendere la propria dignità, o di rabbia e violenza con atteggiamenti incapaci di istaurare uno spazio di dialogo. In qualche modo, nell’esortazione di Francesco alla calma nel rispondere ad una ingiusta accusa sembrerebbe di risentire ciò che qualcuno ha affermato: “Non ho paura della tua azione, ma della mia reazione”. La risposta che il servo di Dio deve dare al rimprovero ingiusto va gestita senza “velocità” cioè, di nuovo, con “pazienza”. Sicuro: Francesco non sta suggerendo quanto qualcun altro ha proposto: la vendetta va servita fredda, cioè con la pazienza di organizzare con freddezza la sua rivalsa. La pazienza di cui parla in Santo è tutt’altro: è la via unica per affrontare quella “ingiustizia” senza trasformarla in guerra ma mantenendola dentro il campo del dialogo. Darsi tempo e spazio per vivere il tutto con “pazienza”, stemperando l’istintiva reazione di sconforto e fallimento (e dunque di fuga) o di violenza e rabbia (e dunque di guerra) con cui si vivrebbe quel confronto, significa gestirla senza lasciarsi sopraffare dai rischi umani e relazionali implicati in quella situazione “violenta”. Mantenere la calma, senza lasciarsi infettare da quella forma di violenza o da essa essere sopraffatti, costituisce l’unica possibilità per trovare le vie del dialogo e del chiarimento. Al contrario, ogni reazione violenta o di fuga significherebbe interrompere subito ogni via di dialogo e dunque di soluzioni di pace e di concordia.

Tuttavia è anche vero che in certi casi, nonostante la “pazienza” e il dialogo, non si riesce a superare quella situazione di chiusura e ostilità, e l’ingiustizia e la menzogna restano sovrane dominatrici della situazione. In tal caso il secondo suggerimento offerto da Francesco al servo di Dio, accusato ingiustamente,  è quello di “sostenere umilmente la vergogna e il rimprovero”. Analizziamo brevemente la proposta.

Sebbene sia collocata da Francesco in parallelo al “rimprovero”, io credo che la “vergogna” vada capita come il frutto ultimo di quella situazione. La “vergogna” è l’ignominia della croce ingiustamente imposta, è l’essere cacciato fuori della città e nel nome di Dio condannato alla morte, è l’essere non accolto e chiuso fuori dalla propria casa con accuse infamanti e false, è l’essere tradito dalla vita dalla quale sentirsi dire: “di te non ne abbiamo più bisogno, vattene”. La vergogna è l’essere restato da solo contro gli altri che concordemente ma anche ingiustamente ti emarginano come reietto e indesiderato.

Il verbo impiegato da Francesco di fronte a questa vergogna non è né sopportare (subire) né combattere (far violenza), ma “sostenere”, reggere con la forza delle proprie spalle il peso di quella croce. E perché quell’uomo sia forte, senza diventare violento, occorre che viva humiliter  quella situazione. L’avverbio si affianca e completa quello della parte precedente dove si parlava di patienter. E i due avverbi con i relativi sostantivi costituiscono, come si è già notato, una coppia fissa negli scritti di Francesco. Se l’umiltà e la pazienza sono necessarie per essere servo di Dio, tanto più debbono essere all’opera quando quell’uomo è chiamato ad essere servo degli uomini perché trattato ingiustamente. Solo con l’umiltà e la pazienza è possibile infatti fare della vergogna, imposta da quella situazione ingiusta, un evento di umanità. Da una parte, infatti, esse permettono di accogliere quella situazione come esperienza rinnovata del proprio essere di carne, soggetta alla debolezza e contraddittorietà delle relazioni, una consapevolezza che impedisce di non essere scandalizzati e bloccati da queste delusioni. Dall’altra sostenere con umiltà la vergogna dell’ingiustizia significa anche  non voler diventare soldati in guerra, vestiti di corazze e armi, per abbattere l’avversario. Solo restando forti nell’umiltà e nella pazienza si potrà “sostenere” lo spirito della menzogna, che produce violenza e morte, senza uccidere e restare uccisi. Solo chi si veste di umiltà e pazienza, oltre ad accettare la propria fragilità e quella degli altri, darà al dialogo e alla pace una possibilità reale, lasciandole essere un’offerta di dialogo contrapposta alla menzogna.

E quest’uomo è beato perché resta “servo umile e paziente” della verità e della pace, un uomo che non si piega alla menzogna ma nemmeno si lascia dominare dalla forza devastante della violenza.

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Ultima modifica ilMartedì, 15 Aprile 2014 09:17
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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