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La ventitresima ammonizione di san Francesco - 1 parte

Ammonizione 23: LA VERA UMILTÀ

1 Beato il servo che viene trovato cosi umile tra i suoi sudditi come quando fosse tra i suoi padroni. 2 Beato il servo che si mantiene sempre sotto la verga della correzione. 3 È servo fedele e prudente (Mt 24,45) colui che di tutti i suoi peccati non tarda a punirsi, interiormente per mezzo della contrizione ed esteriormente con la confessione e con opere di riparazione.4

Anche questo testo presenta due differenti temi tra loro giustapposti: il servo è beato quando è umile con gli altri (v. 1) e il servo è beato quando fa penitenza dei suoi peccati (vv. 2-3). Tenendo conto di quanto si è detto nella precedente ammonizione e di ciò che leggeremo nelle due successive, si può ritenere che le due parti del nostro testo abbiano un doppio rapporto con il loro contesto: di conclusione del tema  svolto nell’ammonizione precedente relativa al rimprovero accettato dal servo di Dio, trasformandolo qui in penitenza per i propri peccati (vv. 2-3) e di apertura alle successive introducendo la grave questione dell’autenticità di cuore nei rapporti asimmetrici con gli altri (v. 1). Questi rilievi permettono di invertire la lettura delle due parti della nostra ammonizione, per affrontare prima i vv. 2-3 quale ultima esortazione sapienziale offerta da Francesco riguardo alla modalità di gestire il giudizio di condanna che il servo di Dio può ricevere dagli altri, e poi spostarci sul v. 1, introduttivo di una serie di ammonizioni centrate sull’umiltà di cuore quale atteggiamento fondamentale per istaurare giusti rapporti nelle relazioni asimmetriche.

Dunque rileggiamo la seconda parte dell’ammonizione:

"Beato il servo che si mantiene sempre sotto la verga della correzione. È servo fedele e prudente colui che di tutti i suoi peccati non tarda a punirsi, interiormente per mezzo della contrizione ed esteriormente con la con­fessione e con opere di riparazione".

L’impegno complesso e faticoso, che era stato proposto nella precedente ammonizione, su come gestire i rimproveri (giusti e ingiusti) qui è completato con un doppio suggerimento offerto da Francesco al servo che vuole essere beato: egli deve scegliere di vivere sotto la verga della correzione (v. 2) e, di conseguenza, essere disposto a punirsi dei peccati commessi (v. 3). La lettura dei due brevi passaggi mostra un contenuto che non scade, come sarebbe facile, in una visione moralistica (il Dio della legge che esige la punizione del peccato), ma rinvia ad una proposta attenta alla qualità della vita di un uomo che vuole vivere e gestire da sapiente il proprio peccato per farne motivo di crescita e di vita.

Il primo suggerimento di Francesco offerto al servo per aiutarlo ad essere “beato” nella gestione del proprio peccato, riguarda la disponibilità “a mantenersi sempre sotto la verga della correzione” (v. 2). Non credo che sia di poco conto notare il fatto che vivere “sotto la verga della correzione” non sia uno stato imposto al servo ma una sua scelta. Non si tratta dunque di vivere in una forma di disciplina servile, ma libera e liberante. Il servo di Dio non ha bisogno di sorveglianti che “sotto la minaccia della verga” lo obblighino ad una fedeltà assoluta ai suoi compiti; al contrario, secondo la formulazione di Francesco, egli pone a se stesso questa vigilanza, lasciandosi giudicare da una verga immaginaria, quella che usa Dio per i figli che ama, la verga della paternità che unica aiuta il servo di Dio a “correggersi” cioè a misurarsi in verità per raggiungere la sua libertà.  La prima verga, quella del sorvegliante, si trasforma facilmente in verga dell’aguzzino che toglie ogni dignità all’azione umana, la seconda resta sempre quella stimolante per una crescita in responsabilità e autonomia che trasforma il servo in figlio. E’ in questo contesto che si collocano i suggerimenti dell’ammonizione precedente (Amm. 22) riguardo ai rimproveri giusti e ingiusti: essi vanno compresi come “la verga della correzione” che Dio esercita sul suo servo per aiutarlo ad un processo faticoso ma prezioso sulla via della verità per giungere così alla casa della libertà.

Ed è di questo luogo che parla il v. 3, là dove l’uomo potrà gestire il proprio peccato. Per Francesco il servo si mostra “fedele e prudente”, dunque operoso nella casa del suo Signore, quando “non tarda a punirsi dei suoi peccati”. E’ interessante notare che anche in questo secondo livello il Santo non introduce un meccanismo “punitivo” esterno al servo di Dio, cioè un processo penitenziale imposto al servo di Dio da un altro, così da fargli scontare la “colpa” con una congrua “pena”. Il servo di Dio non deve essere punito, ma è chiamato a “punirsi”. Il processo deve mettere in moto non una passività nell’accettare una specie di pena del contrappasso, ma una attività del singolo chiamato a prendere in mano il proprio processo “punitivo”.

Nello stesso tempo tale attività “auto-punitiva” non ha nessun carattere di tipo autoafflittorio, in cui il servo di Dio deve imporre a se stesso una forma di sofferenza vendicativa per la colpa commessa. Oltre a lasciare in mano al servo di Dio la responsabilità di “punirsi”, Francesco propone un metodo assolutamente positivo, atto a ricostruire la vita in sé e negli altri. Due sono i momenti suggeriti dal Santo: il servo di Dio, nella sua disponibilità a “punirsi per il peccato commesso”, deve innanzitutto interiormente pentirsi ed poi esteriormente confessare il suo peccato e compiere opere di riparazione.

Il processo “punitivo” presuppone primariamente la coscienza della propria condizione, cioè il ritorno a se stesso mediante una trasformazione del cuore nei confronti delle proprie scelte sbagliate. La “contrizione” richiesta interiormente al servo di Dio è la condizione di ogni novità di vita; essa indicata una nuova “affezione” al proprio vissuto, cioè un modo nuovo di sentire e valutare le proprie scelte in rapporto ad una legge di verità e di libertà. La contrizione non può nascere dalla paura della pena e dalla sofferenza della punizione, ma solo dalla nostalgia del vero e del buono che deve sedurre di nuovo il cuore e la mente. La punizione che si auto-impone il servo di Dio in questo primo livello implica dunque la riconquista della verità da parte del cuore e della mente.

In secondo luogo, questo processo di “punizione” ha la sua verifica e il suo compimento in due scelte esterne che esprimono la libertà di agire in modo rinnovato. Riconoscere con il cuore il proprio peccato (contrizione) significa innanzitutto poterlo “confessare”, cioè chiamarlo per nome ponendolo davanti a sé e davanti agli altri, atto di consegna che permette di affidarlo finalmente a Dio. In tal senso, nella “confessione” il servo di Dio compie un atto di allontanamento del proprio peccato proprio perché, ponendolo davanti a sé e agli altri, lo consegna a Dio nella certezza di essere accolto e perdonato da colui che è la Verità e la Libertà. Ad esso Francesco fa seguire un secondo processo esterno di “auto-punizione”: confessare il proprio peccato significa anche compiere “opere di riparazione”. La contrizione, oltre il bisogno di allontanare il proprio peccato, deve suscitare nel servo di Dio il desiderio di rimettere mano alle relazioni per “ripararle” dai danni commessi dal peccato. Non si tratta di umiliarsi per soffrire e scontare, ma di ricreare la vita, prova sicura che la Vita è tornata ad animare il cuore e dare luce alla mente dando libertà ed efficacia all’azione.

Il punirsi del peccato dunque non è pensato da Francesco né proposto ai suoi frati come un atto “auto-punitivo” in cui si ristabilisce, per vendetta coercitiva, una giustizia infranta dalla “hybris” dell’uomo nei confronti di Dio. Il processo penitenziale a cui il servo di Dio è chiamato per essere “beato” è il cammino necessario se vuole ritrovare la verità e la libertà, condizioni essenziali per poter trasformare le ferite del peccato in uno spazio di salvezza e di crescita per sé e per i suoi fratelli.

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Ultima modifica ilLunedì, 28 Aprile 2014 23:58
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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