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Li chiamarono Trinità

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO A)

Giovanni 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

"In cucina una giovane mamma stava preparando la cena con la mente totalmente concentrata su ciò che stava facendo: preparare le patatine fritte. Stava lavorando sodo per preparare un piatto che i bambini avrebbero apprezzato molto: le patatine fritte erano i lloro piatto preferito. Il bambino più piccolo, quattro anni, aveva avuto un’intensa giornata all’asilo e raccontò alla mamma quello che aveva visto e fatto. La mamma gli rispondeva distrattamente con monosillabi e borbottii. Qualche istante dopo si sentì tirare la gonna e udì: “Mamma!” La donna accenno di sì col capo e borbottò qualche aprola. Sentì altri strattoni alla gonna e di nuovo: “Mamma!”. Ma lei continuava imperterrita a sbucciare le patate. Passarono altri cinque minuti. Il bambino si attaccò alla gonna della mamma e tirò con tutte le sue forze. La donna fu costretta a chinarsi erso il figlio. Il bambino le prese il volto fra le manine paffute, lo portò davanti al proprio viso e disse: “Mamma, ascoltami con gli occhi!”.

"Ascoltarsi con gli occhi", per l'appunto. Perché tutte le cose importanti passano attraverso gli occhi. Ascoltare qualcuno con gli occhi significa dirgli: “Tu sei importante per me”. Se l’Ascensione è la presentazione fatta da Gesù al Padre della sua Sposa, se la Pentecoste è il regalo – nozze più discusso firmato dal Padre, la festa della Santissima Trinità è questo gioco di sguardi tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Quasi a dire: studiamo la tattica per dare continuità a quest’Amore. Ecco perché se dobbiamo vivere nell’unità non è perché, fatti i conti in tasca, il bilancio quadra meglio a essere solidali tra noi. Non è un bisogno tattico, non è un fatto di calcolo o di convenienza: la comunione nella Chiesa non è riducibile ad una scelta furba derivante dalla considerazione che stare insieme, lavorare insieme, camminare insieme produce di più sul piano della resa pratica. Non pensi a quello che dici mentre dipingi il segno della croce sul tuo corpo? “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Eccole qui le ragioni della nostra comunione. Nel fatto che la Chiesa è l’immagine della Santissima Trinità. Di più. E’ la propagine di quella piccolissima comunità divina – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – che si prolunga sullo spartito musicale della storia e della cronaca quotidiana. Fantastico pensare che la Chiesa nasce dall’alto, affonda le radici nella Trinità. E’ per questo che il mistero principale della nostra fede ci è stato rivelato da Gesù di Nazareth: non per le nostre contemplazioni astratte. Ma perché dobbiamo concretizzarlo nella vita di ogni giorno e sui crinali del terribile quotidiano. La Trinità è/sono persone. Non cifre. Non codici fiscali. Non numeri di matricola apposti sulle casacche delle nostre tute da lavoro. Siamo persone, non barattoli gettati da Dio sulla terra destinati a ruzzolare sotto i calci dei bambini.

Sono persone uguali. Adesso capite dove si attacca tutta lo spasimo e l’insistenza della Chiesa quando annuncia l’uguaglianza? Siamo tutti uguali! Non ci sono uomini di serie A e uomini di serie B. E’ il mistero trinitario che ci interpella ogni volta che scorgiamo segni di ingiustizia nella cronaca quotidiana. E’ il mistero della Trinità che ad ogni uomo imprime il sigillo dell’uguaglianza con Dio.

Sono persone uguali e distinte. Ogni uomo ha il suo volto e la sua storia, i suoi sogni e le sue fatiche, le sue aspirazioni e le sue paure. E’ un identikit intrasferibile. Dio ci conosce per nome, non per sigla. Ci chiama per nome uno ad uno. “Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano” (Is 49,15-16). Sapere che questa frase di Isaia Dio la ripete a te, a me, a tutti fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del nostro rapporto con Lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, “chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono eccomi brillando di gioia” (Ba 3,34-35), Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce del suo volto. Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni.

E allora “andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figli e dello Spirito Santo”. E’ un mondo, quindi, che dobbiamo amare. Che non dobbiamo scomunicare. Che dobbiamo inseguire. Che non può lasciarci chiudere occhio, finchè lui non dorme sonni tranquilli. Al quale dobbiamo voler bene, sapendo che amare il mondo significa farsi carico di tutti i problemi dell’umanità e, quindi, salire sulla croce. E’ urgente prendere coscienza che siamo un popolo che passa in mezzo al mondo per annunciare che il Signore è risorto e cammina con noi. Siamo le riserve che attendono la discesa in campo del titolare. Ci h provato "di buon mattino" quel vecchio celebratore della follia spietata di Dio che corrisponde al nome di Mosè. Anziano, balbuziente, custode di greggi e d’armenti, incapace di tessere e ricamare astute parole… sarà l’uomo che smantellerà il cuore malvagio e perverso del faraone. Lo senti con le lacrime che scavano la sua gola riarsa chiedere a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone?”. Non si tratta di mancanza di fede, ma di profonda consapevolezza della propria inadeguatezza. Incroci oggi le sue orme sulla montagna assolata del Sinai “con due tavole di pietra in mano”, con un sogno nel cuore e con i volti del suo popolo infedele sulle spalle. Mosè è un uomo lacerato tra cielo e terra, appartiene a Dio e alla terra, ad una terra maledetta e ad un Dio tutto santo. E’ un’appartenenza che lo lacera, lo distrugge, lo tormenta. Questo è il dramma tragico e disumano di Mosè. Mi son scese le lacrime quando, nel silenzio fecondo della notte, l’ho sentito gridare nelle pagine sacra della Scrittura: “Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. Ma non è solo l’uomo che deve fare la volontà di Dio: anche Dio, in nome dell’amore che lo lega all’uomo, deve fare la volontà dell’uomo. Sembra una cruda bestemmia, invece è un’elegia ricamata la tirata d’orecchie che Mosè rinfaccia a Dio: quando vuol sterminare il popolo e ripartire da zero con Mosè, quel vecchio poeta dalle parole aride non ci sta. Anzi, a Dio urlerà: “Perdona il loro peccato, oppure cancella anche me dal libro della vita”. Archimede chiedeva: “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò la terra”. Mosè, nella sua cella d’orazione, l’ha trovato quel punto ed è riuscito a compiere l’incredibile: ha tessuto la voce di Dio con le bestemmie dell’umanità.

Alla fine ci ha provato anche Dio. Si alza di "buon mattino" per giocare il tutto per tutto. Come si sentì raccontare Nicodemo, ammaliato nell’oscurità dagli occhi del Maestro di Nazareth: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Intuizione disumana, scheggia d’amore partita da un cuore infuocato, “luce abbagliante ma non accecante” – come affermava lo scrittore francese F. Mauriac -. Ecco la certezza d’avere un Padre: nel momento in cui ci manda suo Figlio perché avessimo la vita. Il mondo venne sconvolto perché da tempo l’Amore sembrava aver smarrito il suo fascino. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” – cantò l’abile penna dell’evangelista Giovanni.

Ecco il volto incantevole della Trinità. Un Padre che manda il proprio Figlio per salvare il mondo con il loro Amore, lo Spirito Santo. Riservandosi di chiedere aiuto a Maria di Nazareth, a Mosè, a Paolo di Tarso perché la storia diventa intrigante se mille volti s’incrociano tra di loro. Mille volti ma un unico regista: la Trinità.

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Ultima modifica ilSabato, 14 Giugno 2014 18:34
  • Citazione: Gv 3,16-18
Don Marco Pozza

Creativo e poliedrico, don Marco Pozza nasce il 21 dicembre 1979 a Calvene (VI) e diventa sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo aver dedicato i primi tre anni del suo sacerdozio come vice-parroco in un quartiere alle porte di Padova, ha intrapreso gli studi per conseguire il Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: dal 17 settembre 2011 è Cappellano della Casa di Reclusione di Padova (sez. penale).

Curioso interprete di un cristianesimo dell'innamoramento, esercita il suo sacerdozio nelle vesti inedite di scrittore, di giornalista (è editorialista di Avvenire) e di maratoneta. Ragione per cui – all'infuori delle sbarre del carcere – è quasi impossibile non trovarlo in viaggio per conto di Lui. Pur consapevole che la strada che Dio gli sta tracciando sarà ben lungi dai Sacri Palazzi, ha scelto in anticipo quello che potrebbe essere l'incipit della sua prima enciclica: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (Cassius Marcellus Clay).

Custode di una personalità dalla difficile interpretazione e gestione, tutto trova luce e ragione nel suo essere sacerdote innamorato della sfida che Dio ha posto sulle sue spalle.

http://www.sullastradadiemmaus.it/




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